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Il dono di sè |
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rapporto sul volontariato odontoiatrico nel mondo |
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SULLA VIA DI GERUSALEMME
fra miserie e messaggi di speranza
a colloquio con Loris Prosper
a cura di Guido Peggion
Chi dona tace. È la massima aurea di quanti si dedicano al volontariato, in qualsiasi campo. In quello odontoiatrico l’abbiamo mutuata da una felice espressione di Giancarlo Pescarmona, che della materia se ne intende. Certamente la deve conoscere molto bene anche Loris Prosper, libero professionista (di successo) in Monza. Perché del professor Prosper è facile venire a sapere che dopo la specializzazione in Italia, negli Usa e in Giappone, ove è stato allievo di P.K. Thomas, Ingram, Guichet, è ora protesista di fama internazionale, docente universitario e ricercatore nel campo dei materiali dentari, nonché responsabile del reparto di Odontoiatria Estetica al San Raffaele di Milano.
Ma sono in pochi ad essere al corrente della sua attività di medico odontoiatra volontario dall’Africa alla Tanzania sino in Terrasanta. Noi l’abbiamo appreso quasi per caso e dobbiamo dire che carpirgli notizie al riguardo è stato tanto agevole quanto – supponiamo – cavare denti inclusi. La ragione per cui il professor Prosper ha acconsentito a mettere in pubblico questo lato nobile e nascosto della sua personalità è essenzialmente anch’essa un atto d’amore. Tenersi dentro la solidarietà non è esente da conseguenze, come scrivere poesie e metterle nel cassetto; significa rinunciare ad un ruolo testimoniale, alla forza dell’esempio. Non fare proselitismo in definitiva vuol dire privare di un’opportunità preziosa chi dalla vita opportunità ne ha avute poche, pochissime, quasi per nulla. “In sostanza – spiega il medico di Monza – cerchiamo altri volontari, speriamo che i giovani recepiscano il messaggio e si propongano.
La Palestina è il luogo più vicino e, nonostante le apparenze, per tanti versi anche il più sicuro. Ma poi c’è la Tanzania, c’è l’Africa di Nairobi, dove abbiamo in corso diversi progetti. Abbiamo bisogno di braccia e menti dall’Italia per creare una cordata della solidarietà che si suddivida i compiti e soprattutto i turni e i periodi di lavoro. Certo, il volontariato si può fare in Italia, sempre più anche nel nostro Paese man mano che cresce l’immigrazione e decresce lo status sociale di vari strati della popolazione (vedi nostro servizio su “Smile mission” del numero scorso) ma la situazione che si trova nel Terzo Mondo è indescrivibile con persone, ragazzi e soprattutto bambini completamente abbandonati a se stessi”. |
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Fig 1 - Loris Prosper. In alto scorcio della Basilica della Natività a Betlemme. |
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Fig 2 - Kenya. In braccio al professor Prosper un bambino malato di Aids: “Andiamo a curarli direttamente nei loro villaggi, perché nessuno li vuole portare nei nostri dispensari”. |
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Fare squadra in Terrasanta
Pur centellinate, le parole di Loris Prosper incidono nel vivo e non serve molto altro per capire. “Ho iniziato a girare il mondo come volontario circa dodici anni fa. Principalmente per un debito di riconoscenza con l’Onnipotente, recuperando nello stesso tempo valori dimenticati. Un giorno mi sono detto: ‘Magari sin qui non ho fatto quel che dovevo fare!’. E quindi ti leghi a situazioni alle quali non hai mai pensato prima”. “Mi sono aggregato ad un gruppo di infermieri volontari della diocesi di Padova - Carlo e Roberto Lucchini di Arsiero - e li ho seguiti in Kenya, circa 400 chilometri a ovest di Nairobi. Abbiamo aiutato persone, sono stati costruiti ospedalini, attrezzato ambienti, tirato su chiese e via dicendo. Personalmente mi sono ricordato di essermi avviato alla professione come odontotecnico e allora ho messo a disposizione la mia esperienza strutturando, insieme all’amico Valentino Zamara e al coordinatore dottor Vittorio Tommasini, una sorta di laboratorio, portando sul luogo banchi e strumenti del mestiere.
Poi ho cominciato a fare scuola ai giovani del posto, insegnavo loro solo le cose elementari, tipo i parzialini in resina, sia chiaro”. Quella “missione” è durata sino a due anni fa, “quando mi si è aperta la possibilità di andare in Palestina, al seguito di Don Aldo Geranzani, rettore del Collegio San Carlo di Milano, tra l’altro mio paziente ed amico di famiglia. Purtroppo in Terrasanta abbiamo sempre trovato difficoltà a trovare qualcuno – anche giovane – che si prestasse ad aiutarci. E il motivo è semplice: quando passi da Tel Aviv ogni volta si interpongono un’infinità di difficoltà politiche, logistiche, di sicurezza”.
“Comunque siamo riusciti a visitare diverse scuole da Betlemme, Gerico a Nazareth. Nel nostro viaggio del luglio scorso abbiamo posto le basi per garantire una prestazione organica e assidua. La speranza è di raccogliere un po’ di “manovalanza” anche dall’Italia, non tanto per portare in luogo materiale o quant’altro, ma proprio per ‘fare squadra’ e renderci operativi in via continuativa”. |
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Fig 3 - I ragazzi di Gerusalemme. |
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Fig 4 - “Il momento cruciale dove devi
convincerlo che non sentirà nulla, che curarsi i dentini è una cosa buona e importante...” |
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Appello ai giovani
Il gruppo del dottor Prosper opera a Gerusalemme essenzialmente nel campo assistenziale: “Ci appoggiamo – precisa - ai frati francescani che gesticono la Terrasanta. Nel nuovo progetto che spero possa partire proprio quest’anno, sono gli unici a darci una mano, anche perché sono gli unici che possono operare in questi luoghi. Inoltre sono molto ben visti dai palestinesi perché i bambini frequentano le loro scuole”. Per certi versi, si è detto, per un volontario europeo è più sicura la Palestina di altre zone del mondo. “Sì, perché da un punto di vista strettamente sanitario non sono necessarie particolari precauzioni e comunque non le vaccinazioni, obbligatorie invece in Africa. Quanto alla sicurezza garantiscono per noi i frati, che hanno perfettamente il controllo della situazione e, ripeto, sono in sintonia con la popolazione.
Qui non è mai accaduto alcun episodio di violenza sui religiosi o sui volontari”. In definitiva, dottor Prosper, quanti siete? “Siamo in quattro. Noi abbiamo lanciato un’idea che poi si deve concretizzare. A Gerusalemme abbiamo creato una scuola che è ben felice di accogliere medici, odontoiatri e personale che diano una mano. C’è bisogno di volontari che ci affianchino, confidiamo che i giovani si facciano avanti mettendo a disposizione parte del loro tempo. Se non qui in Palestina, anche altrove. Magari nell’ospedalino che speriamo venga pronto a gennaio in Tanzania e con cui abbiamo iniziato a collaborare. Oppure con me, Carlo e Roberto le suore missionarie in Africa a Nyahururu, 400 chilometri a ovest di Nairobi. Insomma i progetti non mancano. Le persone sì”. |
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PER INFORMAZIONI
Loris Prosper
direttore del Reparto di Odontoiatria estetica
Ospedale San Raffaele
via Olgettina 46, 20132 Milano
tel. 02.264372, studio 039.388744
fax 039.362766, loris@studioprosper.it |
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DUE ASINI E UNA COLOMBA
I murales di Betlemme
di Loris Prosper
Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un articolo di fondo sulla solidarietà scritto dal professor Prosper per “La Rivista di Odontoiatria Protesica”(numero 6, 2008). Sono appunti raccolti durante uno dei suoi omai frequenti viaggi della solidarietà in Palestina, che offrono con rara immediatezza spunti di riflessione ben al di là del campo odontoiatrico.
Sono un odontoiatra che si occupa di estetica dentale, ma la creazione artistica mi affascina anche al di fuori del mio ambito lavorativo. È per questo che il mio occhio è attratto da tutto ciò che si cerca di comunicare con il linguaggio dell’arte, linguaggio che, tra i suoi poteri, ha quello di esprimere idee e opinioni che esposte in altro modo non avrebbero lo stesso impatto e la stessa efficacia. Questo mi è capitato anche l’ultima volta che mi sono recato in Palestina l’estate scorsa e mi sono imbattuto a Betlemme in due murales che non ho potuto fare a meno di fotografare.
Il murales è una forma d’arte molto elementare, ricorda un po’ i disegni che i bambini, sfidando le ire domestiche, fanno sui muri di casa, ma, proprio per questo, può esprimere concetti importanti con quel disarmante candore infantile che ti arriva dritto al cuore. Quei due murales non recavano il nome dell’autore o di chi potesse averli commissionati, e quindi non manifestavano l’opinione di una fazione piuttosto che di un’altra, ma nel loro anonimato, più incisivo di qualsiasi rivendicazione di appartenenza, esponevano con una semplicità intensamente toccante il disagio e il rimprovero della gente comune nei confronti di quegli accaniti fautori dell’odio e della guerra sordi a ogni richiamo della razionalità e del buon senso. |
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Fratelli testardi come muli
Sul primo erano raffigurati due asini uno bianco e uno nero: entrambi, con in groppa il “loro” paese, cercavano di muoversi in direzioni opposte, ma era chiaro che non sarebbero potuti andare molto lontano, e, se avessero cercato di farlo, si sarebbero danneggiati a vicenda in quanto le loro code erano saldamente annodate fra di loro. Era la critica simbolica, ma non per questo meno chiara, a tutti quegli arabi e israeliani, che con la testardaggine tipica dei muli, vogliono la separazione a tutti i costi, senza rendersi conto che così facendo si indeboliscono a vicenda, soffrendo e facendo soffrire inutilmente tantissime persone che chiedono solo di condurre una vita tranquilla e dignitosa. Seppur di religioni differenti (asino bianco e asino nero) occorre ricordarsi che si è tutti fratelli, nati o ritornati in una terra ritenuta Santa da entrambi, e tutti, a differenza degli animali, si ha l’uso della ragione che Dio ha dato ad ogni uomo indipendentemente dalla sua professione di fede.
Non è andando “cocciutamente” ognuno per la propria strada, mirando solo al proprio egoistico interesse e facendo del male agli altri per ottenerlo, che si risolvono i problemi, ma utilizzando la ragione e il dialogo, ci si deve sforzare di andare entrambi nella stessa direzione che è poi quella della pace e del bene comune. E questo concetto era tenacemente ribadito nel secondo murales che ho fotografato. Sulla parete trivellata dai proiettili di una casa spiccava il volo una colomba bianca, simbolo di pace fin dai tempi di Noè ma, a differenza della sua antenata, oltre al consueto ramoscello d’ulivo nel becco, portava un giubbotto antiproiettile…
Da qui il forte messaggio che ne usciva: anche se a noi, sostenitori e messaggeri di pace, continuate a sparare addosso, non ci arrendiamo ma, anziché imbracciare un fucile per far valere le nostre ragioni, indossiamo una protezione fatta di buon senso, comprensione, amore, che ci permetta comunque di arrivare a voi per perorare e rivendicare il nostro estremo desiderio di vivere fraternamente in pace. Messaggio questo rivolto sia ai fondamentalisti islamici, sia al governo di Israele, anch’esso sempre molto incline a ricorrere alla violenza pur di veder affermata la sua democrazia (?).
Il diritto alla (vera) pace
Questo era il pensiero della moltitudine della gente comune, ma i muli che li portavano in groppa, accecati dai loro rancori, dalla loro rabbia, dalla loro avidità, hanno continuato a tirare ognuno nella propria direzione, con il risultato purtroppo ben noto dell’eccidio di Gaza. Di fronte a quella strage di esseri innocenti, moltissimi dei quali bambini, qualsiasi “giusta rivendicazione” si trasforma in un osceno raglio d’asino. E il monito e l’esortazione silenziosamente eloquenti di quei due murales diventano ancora più vivi e vibranti che mai. Per questo ci tenevo a pubblicare queste foto, soprattutto ora che una “colomba nera” sta cercando di spiccare il volo per andare in aiuto di questa bianca colomba, e di tutte le altre che sparse per il mondo ne hanno bisogno.
Una colomba che, proprio per la peculiarità del suo colore, sa quanto sia necessario che tutti gli uomini si rendano conto della loro uguaglianza, del diritto che ciascuno ha di vivere libero e felice in pace non solo con se stesso ma con tutti i suoi fratelli, e che la pace conquistata con la forza, la violenza, il terrore non sarà mai vera pace, ma sarà causa di altre ostilità e altri ingiustificabili orrori. E, per garantire un futuro di pace e dignità a tutti, le uniche armi valide ed efficaci restano sempre tendere la mano a chi mostra il pugno, rispondere con la tolleranza e non con altro fanatismo, dimostrare generosità ed altruismo non meschinità e egoismo, offrire il dialogo e non una pioggia di bombe. E questo atteggiamento deve coinvolgere tutti, non solo le popolazioni in guerra, i loro governi e i governi delle nazioni che vogliono intervenire in loro aiuto, ma anche noi, cittadini più fortunati di questo “villaggio globale” che sta diventando il mondo, molto spesso pronti, nella nostra quotidianità, a dimostrarci nei confronti del nostro prossimo più asini che colombe.
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