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La protesi fissa nelle due fasi |
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Impronte, modelli, articolatori, modellazione, fusione, estetica |
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a cura di Lidia Colombo e Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Enrico Ferrarelli al 51° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini |
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La vastità dell’argomento induce a optare per un’esposizione non sistematica, ma tesa a delineare i problemi che l’odontotecnico incontra quotidianamente nelle molteplici fasi di progettazione e di esecuzione della protesi fissa, allo scopo di suggerirne la prevenzione e l’eventuale soluzione. Inoltre si prenderà in considerazione soltanto la protesi fissa in metallo-ceramica, che rappresenta ancora la maggior parte del lavoro di un laboratorio, anche se ci si affaccia, con interesse e prudenza critica, alle tecniche emergenti metal-free. |
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FUSIONI
Il procedimento che porta dalla modellazione in cera alla fusione è irto di difficoltà, perciò una volta acquisito un metodo valido, che garantisce risultati ripetibili, conviene non cambiarlo; di fronte alla proposta di nuovi prodotti, l’accortezza di introdurne nella pratica uno solo alla volta consente di verificarne più facilmente l’affidabilità. Per quanto riguarda specificamente le fusioni, si elencano brevemente alcuni degli inconvenienti più comuni indicando come prevenirli:
1) Instabilità: si tratta di tensioni interne legate a difetti di omogeneità, che si generano quando durante il raffreddamento nella struttura metallica non avviene un’adeguata e uniforme reticolazione. Non sono visibili ma possono estrinsecarsi durante la ceramizzazione sotto forma di apertura dei bordi o di distorsioni della travata. I mezzi per massimizzare l’omogeneità sono rappresentati da un lato dai sistemi di stabilizzazione termica e dall’altro dalla modalità dell’imperniatura e di altri aspetti della tecnica di fusione.
2) Rarefazioni: sono dovute alla mancata reticolazione, determinata principalmente da una insufficiente sovralimentazione della fusione, che potrebbe causare la formazione di crepe oppure di bolle sul rivestimento estetico, che si aprono sulla superficie della ceramica durante la lucidatura o che vi producono rigonfiamenti, rimanendo incluse. Queste possono anche determinarsi per l’incompatibilità fra i coefficienti di espansione termica della ceramica e del metallo. (Fig. 17)
3) Porosità: prendono origine dall’inclusione di materiale di rivestimento, da residui organici incorporati durante la modellazione, da gas contenuti nella cera; si prevengono adottando uno standard di lavoro il più pulito possibile. (Fig. 18) |
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Fig 17 - A: Rarefazioni apprezzabili come rugosità sulla superficie anche a modesto ingrandimento; B: Bolla emergente sul rivestimento estetico. |
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Fig 18 - Porosità irregolari particolarmente insidiose. |
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Punto fondamentale da tenersi in considerazione è la massa dell’oggetto da fondersi, che è spesso considerevole negli elementi intermedi e nella implantoprotesi in cui gli spessori sono quasi sempre cospicui. Si devono inserire barre di alimentazione molto spesse che consentano una sovralimentazione durante il raffreddamento quando la lega del manufatto richiama altra lega, altrimenti la fusione (apparentemente di aspetto normale) risulterebbe rarefatta. Si consideri anche che gli elementi intermedi vengono a situarsi nella parte più centrale del cilindro, in cui il raffreddamento è più lento, con il rischio che questi elementi fungano da riserva per quelli portanti. Per mettersi al riparo da tale evenienza si deve, in aggiunta a una barra di diametro sufficiente, inserire anche, in tutte le zone più spesse del modellato, una serie di acceleratori di raffreddamento (sotto forma di pernini in cera), che sottraggano loro calore. (Fig. 19)
Altra procedura importante è la compensazione del cilindro, che si ottiene creando con preformati di cera comparti più uniformi, in modo da evitare differenze notevoli di volume della massa di rivestimento sui lati opposti di un ponte, capaci di produrre una distorsione della struttura metallica fusa (al limite, un modellato diritto che si trasforma in ponte curvo), determinando espansioni di entità diversa. Se le temperature sono corrette e uniformi, la fusione può essere liberata del rivestimento come illustrato dalla Fig. 20 e presentarsi compatta, liscia, pulita, brillante e soprattutto in grado di calzare passivamente sul modello, a patto naturalmente che la modellazione dei margini sia stata corretta; essa deve mantenere il colore durante i successivi trattamenti termici, senza comparsa di macchie e di aloni (espressione di tensioni del metallo).
La gestione delle temperature di preriscaldamento del cilindro deve essere accurata, effettuando eventualmente piccole modifiche (rispetto alle indicazioni del fabbricante) che vadano nella direzione delle basse temperature, scendendo di 10°C per volta fino al limite inferiore consentito; ciò garantisce un’ottima reticolazione della lega e un’ideale superficie del rivestimento, che non rimane adeso alla fusione. Non si dimentichi infine che una fusione dall’aspetto rassicurante può celare al suo interno insidie, quali porosità, che la rifinitura ha chiuso, ma che sono costituite da gas i quali, durante le cotture della ceramica tenderanno a portarsi in superficie.
Talvolta si possono accettare compromessi, purché il rischio sia calcolato; è il caso di una fusione estesa in cui si noti una porosità limitata a una piccola area; si tenta, sotto ingrandimento, di asportarla con la fresa fino a trovare metallo compatto, che, a trattamento termico avvenuto, non presenti macchie. In tale evenienza, dopo aver ripetuto sabbiatura e trattamento termico, si può ceramizzare, perché molto probabilmente non vi sono al di sotto altre porosità. Se però continuano a manifestarsi macchie, occorre trovare il coraggio di eliminare la fusione. Per chiudere le porosità non ci si può affidare al trattamento con bonder aureo: durante la cottura il gas eserciterebbe pressione sul bonder staccandolo insieme alla ceramica sovrapposta. Inoltre il bonder impedisce lo scambio di ossidi fra struttura metallica e ceramica ostacolando l’adesione fra i due materiali nell’area interessata. |
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Fig 19 - A: Modellato in cera dotato di spessa barra di alimentazione e di pernini di raffreddamento; B: Modellato inserito nel cilindro del rivestimento; C: La fusione liberata dal rivestimento. |
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Fig 20 - Il rivestimento si stacca facilmente lasciando una superficie liscia e brillante, grazie a un’adeguata temperatura di preriscaldamento. |
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ESTETICA
Avendo in premessa delimitato il tema alla metalloceramica, si prenderanno in considerazione il rivestimento stratificato classico e quello in ceramica presso-fusa. Per quanto riguarda il colore si sottolinea l’importanza di stabilire con l’odontoiatra un sistema di comunicazione affidabile, il cui mezzo principale è il trasferimento di immagini, oggi facilitato dalla fotografia digitale. Occorre apprendere l’analisi dell’immagine e definire un linguaggio comune con il professionista per indicare le principali caratteristiche cromatiche del dente, quali per es. il tipo di smalto, che potrà descriversi con i termini lattescente, traslucente o perlaceo (caratteristica intermedia fra i due precedenti).
Utile la fotografia del campionario accostato all’elemento dentale da imitarsi, che permette di superare il fenomeno dell’adattamento della vista alla tinta e al croma del campioncino. Per determinare il colore fondamentale del dente, che si manifesta laddove la dentina è più spessa, cioè a livello del corpo centrale dell’elemento, giova utilizzare campioni in cui si è eliminata la porzione smaltea, lasciando a un momento separato la definizione dei caratteri dello smalto elencati sopra. Disporre di campioni cotti delle varie masse della ceramica aiuta a precisare le intensità cromatiche accentuate, eventualmente presenti in determinate zone del dente. (Fig. 21) |
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Fig 21 - Un campione di ceramica cotta aiuta a individuare le intensità cromatiche accentuate. |
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Non si trascuri neppure di ricorrere all’ausilio di disegni che riproducano la mappa cromatica dentale (particolarmente se ricca), schizzati direttamente in studio e poi inseriti nella documentazione per il laboratorio. A conclusione si mostra una carrellata di immagini delle principali fasi di allestimento di una protesi fissa completa superiore e inferiore, realizzata in metallo ceramica stratificata nei settori frontali e in ceramica presso fusa su metallo in quelli posteriori. Si notino:
(a) la ceratura primaria conservata (contenente i dati raccolti nello studio iniziale) (Fig. 22) che è preziosa nella fase di ceramizzazione;
(b) la lavorazione
di un dente alla volta;
(c) le varie tappe: stratificazione della dentina opaca (schermo della cappetta) e della dentina, taglio dentinale eseguito sulla base del disegno predisposto (Fig. 23), primo strato di smalto.
A questo punto con una cottura si fissano le masse ceramiche stratificate umide, quindi difficili da gestirsi. Segue una riduzione del volume del nucleo con una fresa e quindi la colorazione interna con pigmenti (qualora siano necessarie un’intensificazione cromatica, o delle caratterizzazioni come crack lines, macchie, ecc.) (Fig. 24), la fissazione di questi a bassa temperatura e infine la stratificazione segmentata dei traslucenti, dei trasparenti, ecc.. I settori posteriori sono colorati semplicemente in superficie. La protesi terminata appare più che soddisfacente per il paziente e per il team odontoiatrico sotto il doppio profilo funzionale ed estetico. (Fig. 25) |
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Fig 22 - Inserendo le modellazioni alternate alle cappe da rivestire, la ceramizzazione è facilitata. |
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Fig 23 - Il taglio della dentina crea lo spazio per lo smalto. |
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Fig 24 - Tecnica di colorazione interna. |
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Fig 25 - La protesi ultimata presenta requisiti funzionali ed estetici adeguati. | |