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La protesi fissa nelle due fasi |
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Impronte, modelli, articolatori, modellazione, fusione, estetica |
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a cura di Lidia Colombo e Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Enrico Ferrarelli al 51° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini |
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La vastità dell’argomento induce a optare per un’esposizione non sistematica, ma tesa a delineare i problemi che l’odontotecnico incontra quotidianamente nelle molteplici fasi di progettazione e di esecuzione della protesi fissa, allo scopo di suggerirne la prevenzione e l’eventuale soluzione. Inoltre si prenderà in considerazione soltanto la protesi fissa in metallo-ceramica, che rappresenta ancora la maggior parte del lavoro di un laboratorio, anche se ci si affaccia, con interesse e prudenza critica, alle tecniche emergenti metal-free. |
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IMPRONTA
È il mezzo principale di trasmissione delle informazioni dal clinico, cui spetta il compito di una buona rilevazione, all’odontotecnico che deve rispettare al massimo il lavoro del professionista. Al tecnico è richiesto anzitutto di arricchire le sue conoscenze sui materiali da impronta. Questi hanno in comune il fenomeno della contrazione volumetrica, che è vistoso negli alginati disidratati, non percepibile negli elastomeri, ma presente in misura proporzionale alla massa e con diverso andamento nel tempo da un materiale all’altro. È necessario dunque conoscere (a) il prodotto e la tecnica utilizzati, (b) il momento esatto della rilevazione e valutare (c) il tipo di portaimpronta impiegato (standard, individuale, liscio, forato) nonché le sue dimensioni.
L’odontoiatra deve indicare al laboratorio l’ora in cui ha rilevato l’impronta e il fabbricante del materiale deve riportare sulle istruzioni d’uso l’intervallo di tempo idoneo per lo sviluppo. Non ci si può sottrarre a un esame attento dell’impronta per verificare l’adeguata lettura dei più piccoli particolari anatomici dei monconi, sui quali la linea di fine preparazione risulta evidente solo se oltre a essa è rilevata una piccola porzione di dente non preparato (la quale in zone limitate del contorno potrà essere anche ridottissima, purché rintracciabile).
Nel caso il clinico abbia impiegato una tecnica bifasica (putty scavato e ribasato), è possibile riscontrare la presenza di zone di compressione del moncone rivelata dall’affiorare del putty. (Fig. 1) Occorre comunicarlo
al professionista e decidere con lui se ripetere l’impronta o ricorrere a una correzione dell’errore mediante l’applicazione, nella corrispondente area del moncone (potenzialmente riprodotta in difetto), di uno strato supplementare di spaziatore, per prevenire il rischio di adattamento inadeguato della fusione. Se si vogliono risultati predicibili è meglio suggerire all’odontoiatra, in un contesto di schietta collaborazione, di adottare una tecnica alternativa.
Lo stereomicroscopio è uno strumento che attualmente l’odontotecnico non può esimersi dall’inserire nella routine quotidiana, se vuole essere in grado di rilevare fini particolari quali le piccolissime stirature del margine di finitura delle impronte, che nel modello diventano escrescenze, eliminabili, ma con rischio di una scorretta chiusura marginale del manufatto finale (è preferibile chiedere al clinico di ripetere l’impronta). Da non trascurarsi sono pure le bollicine riscontrabili sui denti non preparati: non si dimentichi di togliere sul modello i corrispondenti eccessi, che porterebbero a un rialzo occlusale.
Un altro problema può presentarsi nella fase di disinserzione, per il leggero distacco dal cucchiaio del materiale da impronta, spesso facilitato dall’occlusione completa dei fori da parte delle dita dell’operatore durante il posizionamento in bocca; essendo improbabile il ritorno nella posizione corretta, l’impronta risulta distorta, donde inadeguatezza del modello. (Fig. 2) Salvo restando che l’unico percorso sicuro è la ripetizione dell’impronta, se il professionista non lo accetta (per la difficoltà legata all’elevato numero di monconi), l’odontotecnico potrà limitare i danni sostituendo il progetto di una eventuale monofusione con quello alternativo di fusioni parziali, da saldarsi in un passaggio successivo. |
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Fig 1 - Impronta con tecnica bifasica: affioramento del putty. |
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Fig 2 -A destra distacco dal cucchiaio del materiale da impronta. |
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MODELLO
È ovvia l’importanza di porre la massima cura nello sviluppo delle impronte, meno ovvia è quella di scegliere le modalità di allestimento del modello in funzione del manufatto da realizzarsi. Per una protesi estesa a un’intera arcata si dovrà optare per un sistema che sia in grado di riprodurre con sufficiente precisione anche distanze rilevanti fra i monconi, considerando due fenomeni: a) il gesso va incontro a espansione, che comporta variazioni dimensionali di entità proporzionale alla lunghezza dei segmenti considerati, b) l’espansione inizia dopo circa 45 minuti dalla miscelazione. Pertanto si minimizzano le alterazioni delle distanze fra i monconi mediante l’artificio di separarli prima che inizi l’espansione del gesso (già sufficientemente indurito), che è stato colato sui perni di supporto, posizionati nei fori delle piastrine apposite.
Tali sistemi (tipo Zeiser o Cruise) confinando l’espansione ai singoli monconi, di volume limitato, riducono gli effetti negativi delle variazioni dimensionali, sfruttandone l’aspetto positivo di compensare la lievissima contrazione del materiale da impronta. (Fig. 3) Sistemi semplificati come quelli “gesso-gesso” (per es. Pindex) sono più imprecisi, perché accoppiano il gesso dei monconi al gesso dello zoccolo, solitamente dotato di espansione maggiore; possono essere utilizzati per corone singole, sempre che si condivida l’opinione della loro economicità, molto discutibile per l’oratore il quale ritiene che questo concetto dovrebbe riferirsi, più che al costo dei materiali, al risparmio di tempo, qui inesistente.
I sistemi a vaschetta, tipo Accu-Trac, intrinsecamente imprecisi, sono utili per l’esecuzione di faccette perché facilitano la duplicazione del moncone in materiale da rivestimento, sul quale si stratifica la ceramica. (Fig. 4) La visibilità dell’interfaccia fra monconcino e piastrina permette di controllare il perfetto riposizionamento dei monconi: è rilevabile anche un granellino di gesso che impedisca a essi di calzare completamente sul supporto. (Fig. 5) Tale riscontro non è possibile nei sistemi più imprecisi gesso-gesso o a vaschetta; in quest’ultimo, dopo un intervallo di qualche giorno nel quale l’espansione si è estrinsecata al massimo, la discrepanza è tale che addirittura i monconi non sono riposizionabili completamente.
Materiali alternativi al gesso sono le resine, poliuretaniche ed epossidiche: entrambe garantiscono una maggior resistenza alla frattura, per cui sono senz’altro da preferirsi per monconi sottili come quelli che riproducono incisivi inferiori o monconi implantari; sono caratterizzate dal fenomeno (contrario rispetto al gesso) della retrazione. Le poliuretaniche scontano con una più elevata retrazione e una minor rigidità il vantaggio di una rapida reazione di indurimento (sono lavorabili già dopo un’ora); le epossidiche risultano maggiormente rigide e resistenti, dimensionalmente più stabili, ma richiedono 8-12 ore per la presa completa. Se non si può attendere si utilizzerà una resina poliuretanica con l’avvertenza di compensare la maggior retrazione con uno strato più spesso di spaziatore; altrimenti sarà preferibile un’epossidica, che richiede comunque una quantità di spaziatore leggermente superiore rispetto al gesso. L’applicazione dello spaziatore è realizzata a strati differenziati e termina a metà della spalla, per consentire un miglior deflusso del materiale da cementazione e un corretto sigillo periferico. |
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Fig 3 - Modello separato in sezioni, dotate di perni sfilabili. |
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Fig 4 - Modello in “vaschetta”, preferito per la realizzazione di faccette e intarsi stratificati in ceramica. |
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Fig 5 - Interfaccia ingrandita fra monconcino in gesso e piastrina. |
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