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Le impronte su elementi naturali |
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in protesi fissa |
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a cura di Giordano Tasca Sintesi della relazione tenuta da Mario Semenza al 51° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini |
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CONTROLLO DEI MATERIALI
Per quanto riguarda i materiali l’operatore considera:
A) le caratteristiche,
B) gli spessori,
C) la manipolazione (proporzioni e tempi della miscelazione).
A) Le migliori prestazioni cliniche sono assicurate dall’idrocolloide reversibile, dai polieteri e dai polivinilsilossani.
Il primo (costituito da un gel reversibile di agar) presenta alcuni vantaggi, quali idrofilia e ottime prestazioni se correttamente utilizzato e lo svantaggio della fragilità in spessore sottile e della necessità di colatura immediata.
I polieteri, polimeri formati dalla reticolazione di polietere mediata dalla reazione di anelli aziridinici, annoverano, fra le proprietà favorevoli, elevate accuratezza e stabilità dimensionale (a patto di una corretta conservazione dopo la rimozione dal cavo orale), resistenza allo strappo, tissotropia, bagnabilità; fra gli svantaggi, la peculiarità di interagire con l’acqua (che impone di ottenere un campo assolutamente asciutto), la notevole rigidità (donde il rischio di danneggiare i modelli durante la rimozione dell’impronta) e il cospicuo aumento della viscosità a bassa temperatura.
I polivinilsilossani sono silossani con gruppi vinilici terminali reticolati da gruppi silanici, attivati da un catalizzatore a base di sali di platino. Dopo i continui perfezionamenti apportati nel tempo offrono attualmente le prestazioni migliori con una procedura ben controllabile da parte dell’odontoiatra e dell’odontotecnico. Eccellenti sono l’accuratezza e la stabilità dimensionali, modeste le variazioni della viscosità a bassa temperatura, elevate sono l’elasticità (donde ridotto rischio di fratturare i modelli) e la versatilità (facile uso per corone sia complete, sia parziali). Principale svantaggio è la estrema sensibilità alla presenza di sostanze inquinanti (per altro mal sopportate da tutti i materiali).
B) Per ottenere spessori di materiale adeguati e uniformi attorno alle preparazioni e per evitare zone di compressione sui tessuti duri e molli, che determinerebbero una distorsione dell’impronta, è determinante l’accuratezza nella scelta o nella costruzione del portaimpronta (PI). Questo deve essere sempre:
a) dotato di stop occlusali che evitino il contatto con i vertici cuspidali,
b) rigido per prevenire deformazioni,
c) esteso a sufficienza per supportare il materiale sia in corrispondenza dei margini, sia a livello dell’ultimo pilastro distale di un’arcata.
Portaimpronta standard (PIS): costruiti in acciaio o in ottone nichelato, forniscono un adattamento approssimativo alle arcate per cui sono utili solo per impronte in alginato (non di precisione), in idrocolloide reversibile oppure per la tecnica putty wash.
Portaimpronta individuali (PII): rappresentano la scelta più raffinata perché progettati secondo le esigenze cliniche specifiche; sono costruiti su un modello (ricavato da un’impronta in alginato) sul quale si scaricano, con foglio di cera calibrato, gli elementi dentali e i fornici (per garantire un flusso controllato e non vorticoso dei prodotti a elevata viscosità). Gli stop occlusali sono situati a livello di zone che non interagiscono con l’arcata antagonista; gli spessori, lasciati liberi attorno alle strutture anatomiche da riprodursi, devono misurare fra i 2 e i 4 mm; le resine a polimerizzazione chimica, con le quali sono abitualmente costruiti, subiscono variazioni dimensionali per un tempo di 24-48 ore e richiedono uno spessore minimo di 2 mm per un’adeguata rigidità. (Fig. 5) |
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Fig 5 - Su un modello ricavato da impronta in alginato (A), si scaricano, con foglio di cera calibrato, gli elementi dentali e i fornici (B) in modo da ottenersi un portaimpronta individuale (C) che garantisca una distribuzione uniforme del materiale da impronta (D) |
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Portaimpronta semi-individuali (PISI): sono stati messi a disposizione dal prof. Schreinemakers in un’ampia gamma di misure capaci di riprodurre vari tipi di anatomia delle arcate dentali; costruiti in acciaio o recentemente in ryton (resina di altissima rigidità), garantiscono tramite l’adesivo specifico (necessario per tutti i PI) una corretta ritenzione, forniscono, se ben selezionati, prestazioni cliniche sovrapponibili a quelle dei PII, sono sterilizzabili in autoclave ed economici. (Fig. 6)
Portaimpronta individualizzati: si ottengono da un’impronta rilevata con PIS caricata con siliconi ad altissima viscosità (putty) sulla quale si scartano con una fresa 2 mm di materiale, creando lo spazio per il prodotto da ribasatura (wash). Ne risulta un PI teoricamente preciso ma con i limiti rilevanti di essere elastico e di garantire un’uniformità di spessore poco affidabile. Si può migliorare l’uniformità stendendo un foglio di cera calibrata sulle arcate prima di rilevare la prima impronta, sulla quale si asportano poi con un bisturi tutte le zone che possono interferire con il corretto riposizionamento del cucchiaio; si irruvidiscono le superfici e si applica infine il materiale “heavy”, mentre il “light” è veicolato sulle preparazioni con siringa, esattamente come si fa con i PII. Rimane comunque la tecnica meno affidabile.
C) La manipolazione dei materiali deve avvenire nel rispetto delle proporzioni fra le parti e della tecnica di miscelazione. Gli idrocolloidi reversibili sono forniti già pronti all’uso; gli elastomeri possono essere miscelati manualmente con la tecnica per stiramento (ripetuti movimenti orizzontali e di raccolta della spatola) (Fig. 7) oppure meccanicamente, sistema più comodo e affidabile a patto che si adottino alcune precauzioni (verifica del corretto ingaggio del puntale miscelatore, pulizia degli ugelli, eliminazione della piccola porzione iniziale non adeguatamente miscelata). I miscelatori meccanici consentono di caricare facilmente il portaimpronta e la siringa: si evita l’inglobamento di bolle d’aria iniziando il riempimento del primo dal fondo (mantenendo il puntale all’interno del materiale estruso) e introducendo la punta miscelatrice all’interno del corpo della seconda, per poi ritirarla fino all’imbocco in modo che lo stantuffo non inglobi una colonna d’aria. (Fig. 8)
I tempi operativi corretti riguardano sia il periodo di lavoro, che intercorre fra l’inizio della miscelazione e la comparsa di iniziali caratteristiche elastiche, sia quello di presa che si prolunga fino al momento in cui il grado di polimerizzazione è sufficiente a garantire un ritorno elastico ottimale. I tempi codificati dai fabbricanti non tengono in considerazione le difficoltà dei casi complessi: per allungarli è possibile
a) alterare il rapporto base/catalizzatore,
b) aggiungere sostanze ritardanti o estranee,
c) portare i materiali a bassa temperatura.
Quest’ultimo è il metodo più semplice e affidabile: conservando i prodotti in frigorifero a 15°C e portandoli nel miscelatore appena prima della rilevazione dell’impronta si allunga di almeno 1 minuto il tempo a disposizione. Risulta vantaggiosa la proprietà dei polivinilsilossani di mantenere pressoché invariata la viscosità a questa temperatura. |
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Fig 6 - Portaimpronta semi-individuale in ryton. |
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Fig 7 - A: Miscelazione manuale con movimenti orizzontali e di raccolta della spatola; B: Raccolta del materiale miscelato con siringa. |
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Fig 8 - A: Caricamento del portaimpronta con materiale a elevata viscosità mediante miscelatore meccanico; B: Riempimento completo della siringa con materiale a più bassa viscosità. | |