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Adattamenti |
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implantologia |
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a cura di Alessandro Canton |
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PROTESI FISSE SU IMPIANTI LO STUDIO DI TORONTO
Nikolai J. Attard, George A. Zarb
recensione a cura di Eugenio Pozzoli da Int. J. Prosthodon. Vol. 17, 4, 417, 2004 |
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Quarantacinque pazienti edentuli, trattati con protesi fisse su impianti, parteciparono al primo studio clinico sugli impianti nel Nord America. Lo studio iniziò alla fine degli anni ’70 e continuò fino al 1984 presso l’Unità implantoprotesica dell’Università di Toronto.
Scopo dello studio
La maggior parte degli studi longitudinali, limitati ai dati di sopravvivenza implantare, hanno sostenuto che l’osteointegrazione si ottiene e mantiene con impianti di Brånemark (Nobel Biocare) secondo le misurazioni a lungo termine del livello dell’osso marginale. Sono stati presi in considerazione altri fattori, come l’esigenza di manutenzione della protesi, l’impatto psico-sociale del trattamento e il suo aspetto economico.
Procedure cliniche
La chirurgia venne effettuata in due fasi con periodi di guarigione variabili
in base alla posizione dell’impianto nel mascellare. Prima fase: si misero da 5 a 6 impianti o nella mandibola o nella mascella. Seconda fase chirurgica: si esponevano gli impianti e si attaccavano monconi standard. La protesi fissa era in lega di metallo a 12 unità con elementi in estensione posteriore. Le visite di controllo furono eseguite annualmente con rari episodi di mancata frequenza.
L’osteointegrazione fu valutata prima della seconda fase chirurgica e controllata clinicamente e radiograficamente ai successivi controlli annuali. Qualsiasi mobilità o dolorabilità al torque, 20Ncm con chiave torsiometrica, era considerato un fallimento implantare come le perdite di impianti. Considerazioni sulla manutenzione includevano:
• natura e interventi circa il materiale e la sovrastruttura in resina acrilica fratturate
• rifacimenti della protesi
• ribasatura delle protesi antagoniste.
Successo protesico fu definito un piano di trattamento originale immodificato. Longevità della protesi il periodo compreso tra l’inserimento e la sostituzione della protesi. Tolte le protesi, si valutavano le condizioni dei tessuti molli attorno agli impianti alla ricerca di segni di infiammazione: in anni successivi si abbandonarono per la mancanza di correlazione con la perdita di osteointegrazione. Tuttavia si assegnò ad ogni appuntamento un punteggio all’igiene orale dell’armatura e dei monconi con valutazioni da buona a discreta, a scarsa a seconda della assenza o presenza di placca e/o tartaro.
Risultati
Dati demografici: i 45 pazienti portavano protesi totali da almeno 15,13 ± 7,20 anni prima di partecipare alla ricerca. 31 di questi si presentarono alla visita di controllo nel 2002. Il 74% dei pazienti era affetto da patologie croniche, disturbi cardiaci, disordini endocrini, artrite, osteoporosi. Il 70% non fumava mentre il restante 30% era fumatore al momento dell’intervento.
Esiti protesici: a 7 anni il 97,85% delle protesi su supporto implantare erano in funzione, mentre 6 di esse si convertirono in overdenture per perdita degli impianti. A 20 anni il successo era dell’84,34%. In dieci pazienti si verificò una frattura dell’armatura metallica e in 13 armature la frattura avvenne a livello della giunzione della parte in estensione, in un caso a livello della linea mediana 6 anni dal carico funzionale. La maggior parte delle fratture protesiche avvennero nei primi anni dello studio e ciò portò a ridisegnare l’armatura con un aumento della sezione trasversale. Altre 3 fratture avvennero a 10 anni dagli impianti Le protesi furono sostituite per usura della resina acrilica con miglioramenti sia estetici che funzionali. Nell’intero periodo di studio ogni paziente ricevette 2,27 protesi impianto-supportate con un periodo medio per la prima protesi di 6,57 ± 3,87 anni, mentre le successive avevano una longevità di 8,39 ± 5,30 anni. Le protesi antagoniste furono ribasate in media ogni 7,04 ± 3,54 anni e i pazienti ricevettero in media 2 protesi totali antagoniste con una longevità di 13,00 ± 4,15 anni.
Esiti implantari: nel 1990, al primo rapporto su questo studio, vennero inclusi 274 impianti che furono immediatamente ridotti a 263 per l’esclusione di 11 impianti in un solo paziente con overdenture nelle due arcate. La sopravvivenza a 20 anni fu del 86,76%. Furono presi in considerazione numerosi fattori causa dei fallimenti, sesso, osso mascellare, igiene orale, lunghezza dell’impianto, condizioni mediche croniche, quantità e qualità dell’osso, anni di edentulia prima dell’impianto, periodo di guarigione. All’analisi statistica nessuna variabile era significativa per spiegare i fallimenti: è probabile che ciò sia dovuto ai piccoli numeri dei fallimenti stessi.
Riassorbimento osseo attorno agli impianti di Brånemark
Le misurazioni a lungo termine dei siti mesiali e distali non mostrarono differenze statistiche per nessuno degli anni esaminati. Durante il primo anno di carico il riassorbimento medio era di 0,98 mm. mentre quello medio annuale progressivo fu di 0,05 mm. I dati ottenuti dimostrerebbero che il riassorbimento osseo medio potrebbe continuare a diminuire nel tempo e che questo, nei 20 anni di osservazione, dava un valore medio di 2 mm. Anche valori di riassorbimento più alti, fino a circa 6 mm, ritenuti allarmanti, non compromisero l’osteointegrazione e la stabilità degli impianti. Nel primo anno i cambiamenti di livello osseo indicavano che nelle donne c’è maggior riassorbimento, come la posizione degli impianti, i distali con minor riassorbimento di quelli centrali, o impianti in mascellari di tipo E, con grave riassorbimento, dopo carico mostravano più riassorbimento. I fumatori denotavano un riassorbimento circa doppio rispetto ai non fumatori come nei pazienti con igiene scarsa. Tuttavia i fattori comportamentali e ossei locali non erano statisticamente significativi.
Conclusioni
In un gruppo di pazienti insoddisfatti delle loro protesi mobili si sono confermati i risultati a lungo termine di protesi fisse ancorate a impianti osteointegrati con elevate percentuali di successo, 84,34% di sopravvivenza cumulativa a 20 anni. Nei restanti casi, in cui il fallimento implantare aveva portato a protesi modificate, overdenture, i pazienti godevano di successo funzionale. La maggior parte dei fallimenti era precoce e si verificava nella seconda fase chirurgica. Nei primi 10 anni dello studio si trovavano i fallimenti tardivi. L’osteointegrazione si manteneva malgrado l’invecchiamento dei pazienti e la frequente compromissione della loro salute. Il riassorbimento dell’osso marginale, pur con variazioni notevoli fra i pazienti, era di 0,98 mm. nel primo anno di carico e di 0,2 mm/anno dopo il primo.
Posizione dell’impianto e scarsa igiene orale non comportarono fallimenti implantari ma, come per i fumatori, un maggior riassorbimento dell’osso marginale. La necessità di un nuovo trattamento protesico, 8,39 ± 5,30 anni, indica che durante la fase del piano di cura vanno indicati i requisiti specifici del mantenimento protesico e quindi la valutazione del risultato non dovrebbe solo riguardare il successo implantare ma anche la possibilità di trattamenti protesici successivi e i loro relativi costi. |
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INNESTO IN BLOCCO A TUNNEL
Mazzocco C., Buda S, De Paoli S.
Int. J. Periodontics Restorative Dent. 2008 28
Dopo aver perso un dente posteriore, si ha un riassorbimento dell’osso alveolare del 30-40% ed è difficile curare l’edentulia posteriore. Usare una protesi mobile accelera il riassorbimento. Sono state proposte diverse terapie: l’innesto di osso autologo in blocco è la più diffusa. Scopo di questo lavoro è descrivere un metodo a “tunnel” che riduce il prelievo dell’osso, i rischi associati, le complicanze al sito ricevente.
Materiali e metodo
Sono selezionati venti pazienti sani, non fumatori, senza malattie sistemiche, buona igiene orale, Classe I o II di Kennedy. La valutazione e la strategia dell’intervento avviene dopo: rx panoramica, rx periapicali, Tac, modelli studio, cerature, mascherine chirurgiche ed esami del sangue.
La tecnica “tunnel” è eseguita in tre fasi:
1) creazione del tunnel ed esposizione del difetto crestale;
2) prelievo dell’innesto osseo;
3) adattamento e inserimento dell’innesto osseo.
1) Due incisioni parallele verticali, posizionate aldilà del difetto, lembo a spessore totale, scollato.
2) sulla TAC è misurata l’area e la dimensione dell’innesto; l’incisione a elle permette lo scollamento del lembo vestibolare a spessore totale; l’innesto si ottiene con due osteotomie verticalioblique e due orizzontali;
3) per un migliore adattamento, con una fresa conica si sagoma l’innesto per adattarlo al difetto crestale già rifinito; l’innesto è immobilizzato con due perni in titanio con frese calibrate sul diametro della vite di fissaggio, esse devono attraversare l’innesto e statizzarlo all’osso.
Risultati
Dopo cinque-sei mesi 19 pazienti (sui 20 iniziali) avevano un osso adeguato, in essi sono inseriti impianti di circa 4 mm di diametro e almeno 10 mm di lunghezza. Nessuna parestesia al labbro inferiore; nessuna infezione né sul sito donatore, né sul sito ricevente. |
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