| Adesivi di 7a generazione | |||
| terza e ultima parte | |||
| a cura di Giordano Tasca | |||
| 4. Van Landuyt K. L. et al Dent Mater 2008; 9: 1257-67 | |||
| Gli adesivi self-etch all-in-one uniscono in unica composizione: (A) l’acqua necessaria per assicurare la ionizzazione dei (B) monomeri idrofili funzionali (metacrilati con legame esterico a gruppo fosforico) esprimendo così l’effetto acido e (C) monomeri idrofobi, non miscibili con l’acqua. La soluzione di questi ultimi viene ottenuta aggiungendo all’acqua solventi organici (spesso acetone); ne risulta una miscela con caratteristiche di instabilità, per la tendenza a formare due fasi separate, una ricca di monomeri e una ricca di acqua (separazione di fase). Ciò può avvenire in modo spontaneo, ma lento, durante la conservazione del prodotto, la cui durata è limitata anche da un altro concomitante effetto negativo dell’acqua, l’idrolisi dei gruppi esterici dei metacrilati, fenomeno cui essi sono molto suscettibili e che li porta all’inattivazione. La separazione di fase si verifica però soprattutto e rapidamente al momento dell’uso, quando il solvente viene rimosso con il getto d’aria, per effetto della maggior volatilità del solvente organico rispetto all’acqua. Ne risulta la permanenza nello strato adesivo di residui acquosi, che possono compromettere la polimerizzazione delle resine. Si è pensato di superare tali problemi sviluppando adesivi self-etch one step (SE 1) privi di acqua o water-free (W-F), da utilizzarsi con la tecnica del “wet bonding”. Questa è impiegata per i sistemi total-etch, al fine di impedire il collasso causato dalla disidratazione della rete collagenica esposta dalla mordenzatura; per gli adesivi SE 1 W-F, invece, si lascia deliberatamente sulla superficie di adesione una certa quantità di acqua, allo scopo di rendere possibile la formazione di idrogenioni (H+) dai monomeri funzionali (contenuti nei prodotti) e quindi il condizionamento acido dei tessuti. Lo studio ha testato due adesivi di questo tipo (W-F), uno già in commercio (Absolute2) e uno sperimentale (EXP W-F), confrontandoli con un terzo, in tutto simile al secondo, in cui però una parte del solvente acetonico era sostituita da acqua (EXP W-C, cioè water-containing). I substrati di smalto e dentina utilizzati erano di tre tipi: asciugati, dopo il risciacquo, con aria (per circa 7 s) finché tutta l’acqua visibile fosse rimossa, senza disidratarli (air); asciugati con una pallina di cotone, in modo da lasciare una superficie leggermente umida (blot); bagnati, cioè con un visibile strato acquoso sulla superficie (overwet). Osservati al microscopio, non polimerizzati, gli adesivi W-F non presentavano goccioline, espressione di separazione di fase, quali si riscontravano invece nei W-C. I due W-F ottenevano valori di micro-TBS nettamente superiori nei campioni blot rispetto ai campioni air, mentre quelli degli overwet erano intermedi fra i precedenti. I W-C, che venivano applicati con la stessa tecnica di asciugatura dei gruppi air, presentavano valori simili ai W-F blot. La misurazione di una qualche adesione dei W-F su superfici asciugate con aria, in parte inattesa, trovava riscontro (nelle osservazioni al TEM) nella demineralizzazione, anche se molto limitata, della dentina (sullo smalto l’ancor più ridotto condizionamento era testimoniato da numerosi distacchi prematuri). La spiegazione risiede verosimilmente nella presenza di minime quantità di acqua nel contesto dello smear layer e dei tessuti dentali, le quali venivano assorbite all’interno dell’adesivo ed erano sufficienti per una limitata ionizzazione dei monomeri demineralizzanti. Nei campioni overwet i valori di adesione relativamente bassi erano da attribuirsi alla diluizione dei monomeri resinosi, con conseguente riduzione della polimerizzazione. Nei gruppi blot e overwet con gli adesivi W-F si osservavano alla microscopia elettronica goccioline relativamente ampie, situate a vari livelli nello strato adesivo, verosimilmente espressione di separazione di fase. Esse apparivano in piccolo numero nei campioni blot, mentre nel gruppo overwet erano numerose, verosimilmente perché la quantità di acqua presente sulla superficie superava molto quella che avrebbe potuto essere disciolta nell’adesivo. Conclusioni: 1) gli adesivi SE 1 W-F non mostrano una performance superiore a quella dei W-C, ma uguale su substrato a umidità controllata e inferiore su substrati asciutto o bagnato; 2) i W-F non sono meno sensibili alla tecnica rispetto ai W-C, perché necessitano di una tecnica di wet-bonding più complessa da gestirsi nella clinica rispetto a quella di dry-bonding; 3) per la loro capacità di assorbire acqua dal substrato non sono preservati dai problemi di separazione di fase dei W-C; 4) se essi abbiano una durata di conservazione superiore ai W-C potrà essere stabilito solo da ulteriori ricerche. |
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| 5. Loguercio A. D. et al JADA 2007; 4: 507-14 | |||
| Lo studio è stato condotto su 25 pazienti aventi ciascuno almeno due paia di lesioni cervicali non cariose, di dimensioni simili, in denti con contatti occlusali; si sono realizzati 78 restauri con composito microriempito (Filtek A 110) e con due adesivi, uno SE 1 (Adper Prompt L-Pop) e uno E-R 2 (Single Bond). L’ADA propone tali lesioni come modello clinico adeguato a valutare l’efficacia degli agenti adesivi, per l’assenza in esse di macroritenzioni e per la loro frequenza in soggetti con buona igiene orale; al fine di assegnare l’accettazione provvisoria richiede una perdita di restauri ≤ 5% dopo 6 mesi e una ≤ a 10% dopo 12 mesi per accordare l’approvazione completa. Le cavità, che presentavano margini situati per non più del 50% in smalto e cervicalmente in cemento, venivano solo deterse con coppetta e pomice. Si sono valutati a 6, 12, 18 e 36 mesi l’eventuale presenza di carie secondarie e di sensibilità postoperatoria, la percentuale di ritenzione e le qualità di adattamento marginale e di decolorazione dei margini (secondo il punteggio Alfa, Bravo, Charlie). Carie secondaria e sensibilità postoperatoria sono risultati assenti in tutti i restauri. La percentuale di ritenzione a 36 mesi era del 96.7% per l’adesivo E-R 2 e del 83.3% per lo SE 1. Circa l’adattamento marginale si riscontrava un punteggio Alfa a 36 mesi nell’83.4% dei restauri per E-R 2 e nel 66.7% per SE 1; per la decolorazione marginale esso era assegnato rispettivamente nell’83.4% e nel 53.4% dei casi. La tecnica di applicazione meticolosamente standardizzata può essere responsabile dei risultati migliori rispetto a quelli riportati da altri AA per il Prompt L-Pop. Essa prevedeva infatti la miscelazione dei liquidi A e B per 5 s, l’applicazione per 10 s di due strati successivi singolarmente polimerizzati (per 10 s a 600mW/cm²), dopo rimozione del solvente con aria (per 10 s da 20 cm di distanza) eseguita in maniera diligente ma senza lasciare aree opache, indicanti un eccessivo assottigliamento dello strato, incapace pertanto di prevenire l’inibizione da ossigeno della fotopolimerizzazione. I risultati relativi al Single Bond sono in accordo con quelli di altri studi. La maggior differenza fra i due adesivi e i peggiori risultati per lo SE 1 sono stati a carico della decolorazione marginale, che si presentava nella maggior parte dei casi a livello dello smalto, il che sembra essere un riscontro comune in studi clinici con Prompt L-Pop. Verosimilmente ciò era da imputarsi al modello di mordenzatura inferiore a quello dell’acido fosforico utilizzato con il sistema E-R 2, come suggerito da alcuni AA che hanno dimostrato come la SBS allo smalto di sistemi SE 1 possa essere migliorata condizionando preventivamente lo smalto con acido fosforico al 35%. Conclusioni: la performance clinica di un sistema SE 1 mostra un trend peggiore rispetto a quella di uno E-R 2 per la percentuale di ritenzione e per l’adattamento marginale ed è decisamente inferiore per la decolorazione marginale. Se sceglie il primo, il clinico deve usarne più di uno strato e dedicare più tempo e accuratezza nella rimozione del solvente. |
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| 6. Perdigão J. et al Am J Dent 2007; 2: 125-33 | |||
| Gli studi clinici sugli adesivi non abbondano in letteratura per le difficoltà connesse a questo tipo di ricerche, per la mancanza di fondi e per la loro durata, che supera di molto l’intervallo fra il lancio di un adesivo e della sua successiva versione. Tuttavia al test clinico rimane affidata la prova definitiva d’efficacia anche per gli adesivi. Si sono utilizzati 121 denti molari e premolari che necessitavano di restauri di I e II classe: le preparazioni avevano i margini interamente in smalto; si sono adoperati un adesivo E-R 2, One Step Plus (OS) e tre adesivi SE 1, Adper Prompt L-Pop (AP), Clearfil S³ Bond (S³) e iBond (iB), con un unico composito. I restauri sono stati valutati secondo i criteri USPHS modificati, servendosi anche di fotografie per il confronto postoperatorio a 0, 6 e 12 mesi. Uno dei primi segni clinici di degradamento di un composito è la decolorazione marginale, che ha riportato la più bassa percentuale di punteggio Alfa (3.7%) dopo un anno nello iB, mentre è stata del 92.9% per OS, dell’82.8% per AP e del 77.8% per S³. Anche i punteggi per l’adattamento marginale e per il colore erano peggiori per iB che per gli altri e superiori a tutti per OS. Nonostante il più basso pH di AP (0.9) rispetto a S³ (2.4) la differenza dei rispettivi punteggi relativi alla decolorazione e all’adattamento marginali non era consistente, verosimilmente perché il secondo sistema supplisce alla minore microritenzione allo smalto con un legame chimico (mediato dal monomero MDP) e con una maggior stabilità di adesione, promossa dalla ridotta separazione di fase grazie alla tecnologia di dispersione molecolare. Conclusioni: nei restauri posteriori gli adesivi E-R appaiono superiori agli SE 1; alcuni di questi ultimi non hanno una performance accettabile. |
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| 7. Van Dijken J. et al Dent Mater 2008; 7: 915-922 | |||
| L’interfaccia biomateriale-dente, nonostante la promettente forza di legame iniziale, è soggetta nel tempo a degradazione meccanica e chimica, la quale è accelerata dall’azione combinata di molteplici fattori dell’ambiente orale (umidità, stress funzionali e parafunzionali, variazioni di temperatura, azione di composti presenti nella dieta e pH). Il declino della forza adesiva è dimostrato da numerosi esperimenti in vitro, mentre non sono numerosi gli studi clinici sulla longevità dell’adesione, soprattutto di durata adeguata (≥ 5 anni). Nel presente studio si sono testati in vivo sei sistemi adesivi e cioè quattro E-R, Optibond (OB), Permagen (PG), Scotchbond MP (SBMP), Syntac classic (SC); un SE 1 (PSA) e un RMGI o vetroionomero modificato con resina, Vitremer (VT) associato al relativo Primer. I 270 restauri sono stati applicati in lesioni cervicali non cariose (NCCL) con margini completamente in dentina, dopo semplice detersione, omettendo qualunque preparazione. Si sono applicati gli adesivi secondo le istruzioni del fabbricante e i materiali da restauro (rispettivamente Herculite XR, Pekafill, Z100, Tetric; Dyract, per il quale il PSA funge da primer autocondizionante; Vitremer) in due o più incrementi, escluso il Vitremer (in unico apporto). Ogni 12 mesi per 13 anni si è registrata la percentuale dei restauri persi; alla fine del periodo di osservazione il numero di otturazioni valutate è stato di 215. Le percentuali complessive di perdite sono state: OB 40.6%, PG 86.8%, SBMP 62.4%, SC 36.4%, PSA/ DY 56.6%, VT 35.6%. La classifica delle performance dalla migliore alla peggiore, raggruppando i punteggi vicini, seguiva l’ordine: VT, SC, OB > SBMP, PSA/DY > PG. Tutti i sistemi escluso il PG raggiungevano i valori minimi richiesti dall’ADA per l’accettazione provvisoria a sei mesi (sopravvivenza ≥ 95%) e definitiva a 18 mesi (≥ 90%). Il miglior profilo risultava quello del VT, in accordo con altri studi più brevi che hanno sempre rilevato buoni risultati clinici per questo, come per altri RMGI dopo condizionamento dei tessuti con il liquido specifico, a dispetto dei loro bassi valori di forza adesiva riscontrati nei test di laboratorio. Simile era la performance riscontrata per il SC, più favorevole in questo rispetto ad altri studi clinici; buona anche quella di OB in accordo con altri risultati clinici; per SBMP il valore medio di perdita annua desumibile da 12 studi era di 4.6%, vicino a quello di 4.8% trovato nel presente studio, anche se il range dei valori della letteratura era particolarmente ampio (da 0 a 27%). Si è discusso molto circa l’influenza del modulo elasticodel materiale da restauro sulla durata clinica del legame adesivo nelle V classi: si può concludere che il riscontro di maggior percentuale di ritenzione per i materiali dotati di modulo elastico inferiore è frequente con i sistemi adesivi più datati, mentre con i più recenti non è dimostrata una differenza significativa fra compositi di diversa elasticità. La cattiva performance clinica di PG è riportata anche in altri studi clinici, il che conferma la necessità di effettuare tale tipo di test prima di commercializzare un prodotto basandosi solo su test in vitro. Il PSA è stato uno dei primi sistemi self-etch, proposto insieme al compomero Dyract: il suo monomero PENTA, capace di legame ionico con il calcio dei tessuti dentali, è stato utilizzato dal fabbricante in parecchi altri adesivi che gli sono succeduti. Conclusioni: tutti i sistemi testati mostrano una progressiva degradazione nel tempo ma con ampia diversità dall’uno all’altro, indipendentemente dalla strategia di adesione. I tre sistemi risultati migliori, che includono un vetroionomero modificato con resina, mostrano una percentuale cumulativa di fallimento dopo 13 anni fra il 36 e il 41%. | |||
