| Adesivi di 7a generazione | |||
| terza e ultima parte | |||
| a cura di Giordano Tasca | |||
| RIASSUNTO Nelle prime due parti, sui precedenti numeri della Rivista, si sono riassunti articoli su vari aspetti degli adesivi all-in-one relativi alle loro caratteristiche intrinseche e al confronto con altri sistemi. In questa terza e ultima parte si propongono sintesi di studi riguardanti due problematiche: la sensibilità alla modalità di asciugatura del solvente (1-4) degli adesivi di 7a generazione e il loro follow-up clinico (5-7) |
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| 1. Chiba Y. et al Oper Dent 2006; 2: 233-39 | |||
| Lo studio è stato condotto su superfici piatte di dentina ricavate da incisivi bovini, sulle quali si applicavano, secondo le istruzioni del fabbricante, sei adesivi all-in-one (Adper Prompt L-Pop, Clearfil S3 Bond, Fluoro Bond Shake-One, G-Bond, One-Up Bond F Plus), che poi venivano asciugati con aria della siringa del riunito alla distanza di 5 cm e con pressione di 0.2 MPa per 0, 5, 10 s e quindi fotopolimerizzati. Si eseguivano il test classico di forza adesiva (SBS) e l’osservazione al SEM dell’interfaccia adesiva fratturata. L’assenza di asciugatura comporta una SBS inferiore per tutti i sistemi, eccetto che per l’One-Up Bond F Plus (OF), e la presenza di pori e fessure all’interno dello strato adesivo. È verosimile che residui di solventi quali acqua, etanolo e acetone inibiscano la polimerizzazione dell’adesivo nonché del composito adiacente. L’ipotesi sembra confermata dall’eccezione del sistema OF che non manifesta differenze fra 0 e 5 s di asciugatura, presumibilmente perché contiene nell’iniziatore il catalizzatore trietilborano, molto efficiente in ambiente di acqua e ioni idrogeno. In generale il tempo di 5 s di asciugatura appare appropriato, mentre il suo azzeramento in quasi tutti gli adesivi e il prolungamento in alcuni sono dannosi per l’adesione. Conclusione: i dentisti devono eseguire scrupolosamente le fasi operative, quali la dosatura dell’aria, con gli adesivi all-in-one, anche se i fabbricanti li vantano come insensibili alla tecnica. |
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| 2. Sadr A. et al Dent Mater 2007; 9: 1114-19 | |||
| È nota l’importanza di rimuovere il solvente del primer (o del primer-bonding), evitando però di ottenere uno strato resinoso residuo troppo sottile, per garantire agli adesivi adeguate proprietà meccaniche. Non è semplice tuttavia fornire istruzioni pratiche che consentano di avere un’asciugatura con aria corretta (sufficiente ma non eccessiva) nelle situazioni cliniche, caratterizzate da una grande variabilità della forma cavitaria, della posizione del dente nella bocca, della pressione dell’aria delle siringhe. Particolarmente con i sistemi all-in-one il clinico deve trovare un compromesso per raggiungere i migliori risultati. Si sono confrontati i valori di micro-TBS di due adesivi: un SE 2 (Clearfil SE Bond) il cui primer veniva asciugato con aria a 4 kgf/cm² dalla distanza di 5 cm per 2, 5 e 10 s; un SE 1 (Clearfil S³ Bond) asciugato come il primer del precedente. Si praticava anche un test di nanoindentizione nel contesto dello strato adesivo. I due prodotti, dello stesso fabbricante, hanno una composizione simile e la diversità del pH (2.7 per S³ e 1.9 per SE) non è considerata fattore influente sulla performance adesiva. Molti studi invece sottolineano la diversità di efficacia fra sistemi SE 2, dotati di un bonding separato privo di solventi, e SE 1, in cui nell’unico liquido si trovano presenti anche i componenti del primer compresi i solventi (acqua e altri). La permanenza di questi nello strato adesivo degli SE 1, dopo l’asciugatura, può inficiare il grado di polimerizzazione (numero inferiore di legami crociati) e alterarne le proprietà meccaniche. Il valore di microdurezza è considerato altamente correlato al grado di conversione di un dato materiale resinoso e alle sue caratteristiche fisiche, in particolare alla capacità di resistere alla propagazione (indotta dalle sollecitazioni funzionali) delle crepe generate dallo stress da contrazione del composito. Per SE i due parametri rilevati miglioravano fortemente passando da 2 a 5 s e modestamente da 5 a 10 s. Per S³ si osservava un trend simile ma con valori inferiori a quelli di SE. Conclusioni: l’adesivo SE 1 testato mostra una performance inferiore a quello SE 2; un’asciugatura adeguata del solvente è necessaria per ottenere un’adesione corretta. |
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| 3. Furuse A. Y. et al J Adhes Dent 2008; 1: 35-39 | |||
| I monomeri idrofili e idrofobi degli adesivi SE 1, disciolti in miscele di acqua e di solventi organici, infiltrano la rete collagenica, esposta dall’effetto decalcificante degli idrogenioni (H+) che si formano grazie all’ambiente acquoso. Ma accanto a questi ruoli utili il solvente ne svolge uno negativo quando viene ritenuto all’interno degli strati ibrido e adesivo, perché vi ostacola la polimerizzazione dei monomeri resinosi, compromettendo la qualità del legame. Uno studio pilota condotto sui sette adesivi SE 1 testati aveva permesso di stabilire per ciascuno la durata del flusso d’aria richiesta per renderne immobile lo strato, riconoscibile sulla superficie dentinale dalla tipica lucentezza. Tale durata è stata presa come riferimento e confrontata con due altri tempi di asciugatura, uno “breve”, pari alla metà e uno “lungo”, pari al doppio di quella di “controllo”. Si sono standardizzate anche la distanza (3 cm) e l’angolo fra la superficie dentinale e la punta della siringa (45°), nonché la pressione dell’aria (per mezzo di uno stop inserito sul pulsante di comando della stessa). L’applicazione su superfici dentinali piatte (di molari estratti) dei sette adesivi SE 1 seguiva le istruzioni del fabbricante, eccetto che per i tempi di asciugatura. Si misurava la SBS e si registrava la modalità (coesiva/adesiva) della frattura. Si sono evidenziati un significativo effetto sulla performance adesiva della durata dell’asciugatura e una diversa sensibilità ad essa dei vari adesivi, spiegabile con l’interazione fra vari fattori, quali il tipo e la quantità del solvente organico, la quantità di acqua e il grado di idrofilia dei monomeri resinosi. Un altro parametro in gioco è il pH, in base al quale gli adesivi sono distinti in “forti” (pH ≤ 1) e “leggeri” (pH ~ 2): i primi mostrano un grado di demineralizzazione e di conseguente infiltrazione simile ai sistemi etchrinse (E-R); i secondi hanno un’efficacia penetrativa inferiore, tuttavia, lasciando all’interno dello strato ibrido un numero consistente di cristalli di idrossiapatite, possono sfruttare un’aggiuntiva chance di adesione chimica fra minerale e monomero specifico. In generale i tempi di asciugatura “brevi” producevano una riduzione e i “lunghi” un aumento dei valori della SBS. Alcuni adesivi però non erano sensibili alla variazione di durata, altri esibivano un effetto negativo per la “sovra-asciugatura”, verosimilmente riconducibile a uno strato adesivo così sottile da polimerizzare scarsamente per effetto dell’inibizione dell’O2. Il Clearfil S³ Bond riportava i più alti valori di SBS, costanti con i tre tempi di asciugatura, e, conseguentemente, la minor quantità di fratture adesive; due le spiegazioni possibili: a) la buona adesione chimica mediata dal monomero funzionale MDP in un contesto di modesta demineralizzazione (pH ~ 2.5), b) la caratteristica tecnologia di dispersione molecolare addotta dal fabbricante come fattore capace di mantenere le componenti idrofile e idrofobe in uno stato omogeneamente disperso (ridotta separazione di fase). Conclusione: l’influenza della durata di asciugatura sulla performance adesiva dei sistemi SE 1 testimonia la loro elevata sensibilità alla tecnica, generalmente maggiore di quanto addotto dai fabbricanti. | |||
