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Alimentazione e salute orale
  correlazione ed evoluzione storica
  di Paolo Mapelli*, Paolo Zampetti**
Corso di Laurea Specialistica in Odontoiatria e Protesi Dentaria (Presidente Prof. G. Resta)
*Insegnamento elettivo di Diagnosi e prevenzione della carie
**Insegnamento elettivo di Storia dell’Odontoiatria
MEDIOEVO
Piante medicinali: utili o dannose?

In epoca medioevale uno dei problemi più sentiti riguarda la dentizione difficile.

Trotula, della Scuola Salernitana, consiglia di lenire le gengive con alimenti come il burro, facendo ricorso anche al grasso di gallina e all’acqua d’orzo.

Rimedi analoghi sono suggeriti da Oribasio (325- 403), della Scuola di Bisanzio, e da Rhazes (n.850), di Scuola Araba, che consigliano l’impiego di cervello di lepre e latte di cagna.

Il tramonto dell’epoca medioevale è segnato dall’inizio e dall’intensificazione dei grandi viaggi transoceanici dei colonizzatori occidentali.

Una delle conseguenze è la scoperta di una notevole quantità di piante medicinali e voluttuarie, dal tabacco al betel, il cui uso si è tramandato fino ai giorni nostri. La “cicca di betel”, ottenuta da una foglia di una specie di pepe (Piper betel L.), da noce di areca e da calce, produce, se masticata, copiosa salivazione rossastra. Il betel viene menzionato in miti e leggende dei popoli antichi dediti al suo utilizzo.

La prima citazione è fatta risalire al 504 a. C., in un brano del Mahawamsa, cronaca di Ceylon, ove si narra di una principessa che ne donò la foglia all’amato.

Si sa che ne furono trapiantati un centinaio di palmizi nei giardini imperiali di Pechino (III sec a. C.).

Gli stessi Rhazes e Avicenna descrivono le proprietà terapeutiche della noce di areca.

Il primo a dare notizia del betelismo in occidente è Marco Polo (1254- 1324): “Tutte le genti... di tutta l’India hanno un costume, che di continuo portano in bocca una foglia... per certo habito et delettatione... I gentiluomini, Signori, et Re hanno dette foglie acconce con canfora, et altre specie odorifere, et etiandio con calcina viva mescolata . Et mi fu detto che questo li conservava molto sani”.
Trotula, medico della Scuola salernitana Rhazes Marco Polo e Venezia
Betel, un anestetico naturale

Il betel era anche impiegato, nel corso dei pasti, tra una portata e l’altra, per eliminare il gusto della precedente senza modificare quello della successiva, nonché per profumare l’alito. Nel corso del medioevo la sua diffusione sarebbe stata molto ampia, raggiungendo la Persia, l’Arabia, la Palestina e qualche zona dell’Asia minore.

La cicca di betel non viene masticata: i denti contribuiscono soltanto inizialmente alla sua preparazione, poi questa viene succhiata per 5-30 minuti. Ne deriva un effetto anestetico sulla mucosa orale, insieme ad un effetto eccitante, uniti a ipersalivazione. Il betelismo cronico determina arrossamento e irritazione gengivali e annerimento dei denti, anche se cinesi e filippini sfregavano i denti con fibre di noce d’areca per mantenerli bianchi e gli inglesi impiegavano nella preparazione di alcuni dentifrici noce d’areca carbonizzata.

Altro effetto nocivo, con ulteriori danni parodontali, è costituito dal progressivo accumulo di tartaro, la cui presenza costituiva peraltro motivo di orgoglio, essendo riservato l’uso del betel soltanto alle persone più abbienti.

Anche il cancro della cavità orale sarebbe favorito dall’uso prolungato del betel.

Un’azione favorevole è costituita, d’altro canto, dal tamponamento dell’iperacidità gastrica, causata dall’alimentazione squilibrata e monotona degli indigeni delle zone tropicali, e dall’effetto di profilassi nei confronti della dissenteria, così diffusa a quelle latitudini. Al proposito si può menzionare l’abitudine, invalsa presso la popolazione delle Filippine, di umettare l’ombelico degli infanti con saliva da betel con l’intento di prevenire diarree e riniti.
Foglie di betel
IL CINQUECENTO
Dal cibo infetto le afte

Bevande impiegate nella comune alimentazione, come il vino, diluito con acqua, sono consigliate da Lorenzo Joubert, medico di Enrico III, per mantenere l’igiene e la salute di denti e gengive e preservare altresì la purezza dell’alito, “che altrimenti, infettandosi nel passaggio attraverso i denti e le gengive sporche, danneggerebbe i polmoni e il cuore”.

Giovanni Andrea Della Croce (1509-1575) pone in relazione diretta le afte del cavo orale con i disordini alimentari, con particolare riferimento al “latte cattivo e corrotto o al nutrimento che i fanciulli non possono digerire”. Fondamentale appare, altresì, la dieta della donna nel periodo dell’allattamento la quale va alimentata con “cibi buoni e se il corpo della nutrice è stitico, bisogna moverlo”.
SETTECENTO
Irrompe la scienza

In questo secolo si afferma definitivamente la metodologia scientifica.

Pierre Fauchard (1678-1761), autore del celebre trattato Le Chirurgien Dentiste ou Traitè des Dents (I edizione 1728, II edizione 1746), in cui si occupa delle diverse discipline odontoiatriche dando risalto anche alla prevenzione delle malattie stomatologiche, riconosce nell’eccessivo consumo di zucchero, capace di trasformarsi in acido, il fattore eziologico principale della carie.

Egli presta servizio, in età giovanile, nel Corpo Sanitario della Marina da Guerra e ha così modo di osservare una patologia allora assai diffusa tra i naviganti, lo scorbuto. Proprio in questo periodo si afferma la convinzione di una precisa correlazione tra tale malattia e l’alimentazione.

Gli antichi romani avevano già studiato questa patologia capace di determinare una severa gengivite ulcerosa cui faceva seguito la perdita dei denti. Allo scorbuto si riferisce, verosimilmente, Plinio il Vecchio, trattando di una forma patologica che già i Frisii trattavano e risolvevano con l’erba britannica.
Fauchard e il frontespizio del suo “Le Chirurgien Dentiste” James Lind alle prese con un malato di scorbuto
I rimedi per lo scorbuto

Tra XVI e XVII secolo viene descritta la malattia, per cui è proposta una adeguata terapia dall’inglese John Wodall, medico militare che, nella sua opera The Surgeons Mate (1617), indica per primo il succo di limone quale efficace rimedio per la prevenzione e la cura dello scorbuto, anche se già nel XV secolo, in una cronaca sul viaggio di Vasco de Gama, compare l’indicazione all’impiego di arance e limoni al medesimo scopo.

Antonio Cocchi, nel 1719, sperimenta l’utilità del succo di agrumi nella profilassi e terapia di quella che egli riconosce come una precisa entità nosologica ad eziologia ben definita.

James Lind (1716-1794) uno dei fondatori della medicina navale, pubblica nel 1754 a Edimburgo il Treatise of the Scurvy, ove si pone l’accento sull’eziologia, riconducibile ad un’alimentazione carente in vegetali, con dettagliate norme di prevenzione, ottenendo una radicale revisione della dieta dei marinai, arricchita di vegetali e frutta fresca. Sulla scorta di questi studi Gilbert Blanc, responsabile medico della flotta dell’ammiraglio Rodney, pubblica, nel 1785, Observations on the diseases incident to scamen, con cui viene resa obbligatoria la distribuzione di frutta fresca e vino agli equipaggi.
La dieta degli “infanti”

Robert Bunon, chirurgo dentista a Parigi, discute di prevenzione pubblicando, nel 1743, Essay sur les maladies des dents, ove viene messa in luce la correlazione tra dieta, salute della madre e mineralizzazione dei denti ed è evidenziata inequivocabilmente l’importanza di una corretta alimentazione per la profilassi delle patologie dentali.

Thomas Berdmore si occupa del ruolo dell’alimentazione nella patogenesi delle malattie odontoiatriche attribuendo l’eziologia della carie allo zucchero raffinato (1768) [4].

S. André Tissot (1728-1787) continua a dare notevole rilievo alle abitudini alimentari, specie per ciò che concerne l’epoca dell’eruzione dentaria, periodo particolarmente delicato e rischioso nella vita degli infanti. Consiglia di “mantenere loro il ventre libero, con clisteri fatti d’una decozione di malva... Diminuir loro un poco la quantità degli alimenti, e ciò per due ragioni: l’una si è perché lo stomaco è più debole che per l’avanti, e l’altra, perché qualche volta avvi un poco di febbre. Accrescere un poco la quantità della bevanda, di cui la migliore per essi è senz’altro l’infusione di tiglio imbianchita con un poco di latte. Fregar loro spesso le gengive con un miscuglio di miele, ed altrettanta mucillagine di semi di cotogna, e dessi loro da masticare una radice d’altea, o di regolizia. Spesse volte nel tempo della dentizione divengono i fanciulli rachitici”.

Antonio Campani (1738-1806), nel suo trattato Odontologia ossia trattato sopra i denti (Firenze, 1786), pone particolare riguardo alle abitudini alimentari: “Nel tempo poi che i bambini sono per mettere i denti... i loro genitori, o chi ha cura di essi, devono tenerli in una moderata dieta, affinché gli acidi dello stomaco per la febbre che suol loro avvenire non corrompano il latte o la pappa... come pure per non accrescere loro lo scioglimento del corpo, che va sempre unito agli altri sintomi”.

La Rivista di Odontoiatria