numero 3 anno XXVII     la rivista - articoli - La protesi totale rimovibile
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La protesi totale
rimovibile
a cura di Lidia Colombo e Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Alberto Olivieri
al 51° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini
È opportuno sottolineare in apertura che attualmente esiste un gap fra la domanda di protesi totale, che è in aumento per l’allungamento della vita media, e l’offerta, in calo, di prestazioni professionali specializzate in tal campo, che sembra per il dentista essere meno qualificante e/o appetibile di altri. Forse ciò è dovuto a un misconoscimento non solo della rilevanza sociale della protesi mobile completa ma anche dell’elevato grado di conoscenza/esperienza da essa richiesto.

Scopo della relazione è quello di focalizzare i concetti fondamentali che consentano di realizzare protesi in grado di ripristinare nell’edentulo una corretta funzione e un’estetica complessiva del viso che offrano una qualità di vita soddisfacente.

Seguendo l’insegnamento di maestri illustri quali il prof. Passamonti, il dr Schreinemakers, il dr. Biaggi, il prof. Palla e il dr. Vergnano, l’oratore ha constatato che, al di là delle diversità tecniche e merceologiche, esistono dei fondamenti accettati da tutti, che devono essere conosciuti sia dall’odontoiatra, sia dall’odontotecnico.

Al primo si richiede di eseguire un’approfondita valutazione del singolo paziente per definire gli obiettivi della riabilitazione e, solo secondariamente, l’applicazione delle tecniche operative idonee a raggiungerli; al secondo si domanda di avere una minima quanto irrinunciabile conoscenza anatomica dei tessuti riprodotti dal modello, per adeguare a essi, in stretta collaborazione con il clinico, la esecuzione del manufatto.

La protesi totale deve essere costruita con precisione e con cura in tutti le sue fasi cliniche e odontotecniche; questa era la filosofia di Passamonti, il quale ha insegnato a superare l’atteggiamento precedentemente diffuso, che riduceva la riabilitazione protesica a un mero assemblaggio di parti e affidava il disegno delle basi a regole empiriche prive di una spiegazione razionale. Le sue ricerche si sono avvalse del supporto prezioso di un anatomopatologo, il Dr. Sandy Marks , desumendo dai suoi preparati anatomici le basi scientifiche su cui fondare l’analisi, sia della bocca sia dei modelli, finalizzata a un disegno delle placche protesiche che si armonizzi con le strutture, fisse e mobili, interessate. Anche l’odontotecnico deve disporre delle conoscenze anatomiche indispensabili per leggere il modello di lavoro, sotto la cui superficie di gesso immaginerà muscoli che le basi protesiche devono lasciar liberi di muoversi.

Si illustrano i concetti fondamentali sui quali si basa la corretta costruzione della protesi completa attraverso la presentazione di casi delle tre classi di Ackermann.
IMPRONTA E MODELLO PRIMARI

Il primo caso riguarda un paziente giovane di classe II. Una tappa essenziale, ma spesso trascurata, è l’esame clinico che non si limiti al cavo orale ma riguardi anche la postura e l’aspetto del viso. (Fig. 1)
Fig. 1 Paziente di classe II.
La seconda fase è per l’odontoiatra la rilevazione di un’impronta panoramica, che registri tutte le strutture anatomiche delle arcate coinvolte dalla protesi, utilizzando il materiale di sua preferenza, di solito un alginato. (Fig. 2) L’odontotecnico ne ricava i modelli primari, in gesso di classe 3, che devono necessariamente conservare tutte le informazioni raccolte dal clinico, sviluppandoli interamente. Nella lettura dei modelli il tecnico individua ed evidenzia con la matita le formazioni anatomiche rilevanti. (Fig. 3). Nel disegno protesico del portaimpronta individuale Passamonti ha operato un salto di qualità: prima di lui si seguivano regole standard quali l’estensione sublinguale di 1.5 cm con spessore del bordo di 3 mm; egli ha fornito la motivazione di quanto insegnava doversi realizzare, per es. che ci si deve estendere quanto possibile nella zona retromiloioidea, perché qui le fibre del muscolo omonimo hanno una lunghezza superiore, quindi sono comprimibili, diversamente dalla zona anteriore dove sono più corte. Tale estensione ridurrà gli spostamenti latero-laterali della protesi sottoposta a carichi orizzontali.
Fig. 2 Impronte primarie panoramiche in alginato di A mascellare superiore e B mascellare inferiore
Fig. 3 Analisi e disegno per portaimpronta individuale su modelli: A superiore, B inferiore; C inferiore (particolare linguale con P. NOCH in rosso); D inferiore (particolari): trigono retromolare – in verde, mensola vestibolo-laterale – in verde chiaro, P. NOCH – in rosso, linea miloioidea – freccia gialla, bozze mentali anteriori – in blu
L’odontotecnico deve lasciare spazio, a livello delle inserzioni muscolari, sul portaimpronta individuale che fornisce al dentista, perché questi possa poi registrarne la completa dinamica sul paziente, individualizzando il disegno della placca-base. Il manico nel portaimpronta superiore sarà inclinato verso il basso, perché se fosse orizzontale nel paziente edentulo interferirebbe inevitabilmente con il movimento del labbro; per il mascellare inferiore conviene costruire sul portaimpronta un vallo, dotato di forma e dimensioni che imitino quelle dell’arcata dentale, il quale fornisca al dentista una presa sufficiente senza interferire con l’attività dei vari muscoli. (Fig. 4)
Fig. 4 Portaimpronte individuali in resina autopolimerizzante
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