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Gli intarsi in composito |
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e il piano di trattamento |
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a cura di Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Stefano Bottacchiari
al 51° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini |
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Si affronta il tema dei restauri coronali parziali in
composito sotto il profilo non tanto della descrizione
dettagliata dei passaggi sequenziali,
quanto della validità di questo piano di trattamento,
che è legata al suo carattere conservativo, nel senso
più ampio del termine. I vantaggi estetici che esso
offre non possono essere considerati prevalenti, perché
tali sono quelli biologici, e neppure peculiari, dal
momento che anche un restauro totale può offrirli. La
vera caratteristica qualificante di questa scelta terapeutica
risiede nel maggior rispetto possibile di tre
fondamentali parametri biologici: 1) la struttura dentale
sana, 2) la vitalità pulpare e 3) i tessuti parodontali.
Ciò si ottiene grazie alle due peculiarità del restauro
coronale parziale che sono rappresentate dalla massima
conservazione possibile della corona dentale e
dalla situazione completamente sopragengivale dei
margini. |
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RISPETTO DELLA STRUTTURA DENTALE
I vantaggi clinici degli intarsi in composito sono legati
a due intrinseche proprietà del materiale utilizzato: un modulo elastico vicino a quello della struttura dentale
e l’efficiente adesione sia al dente sia al materiale resinoso
stesso precedentemente polimerizzato. Ne deriva
la possibilità di adottare spessori più conservativi
per i restauri e di riparare quelli eventualmente difettosi
(per es. nella superficie di contatto) o deteriorati/fratturati
dalla funzione; ammettere l’evenienza di errori è
gesto di umiltà che non svilisce la professionalità.
E’ opportuno chiarire che il risparmio di struttura dentale
viene inteso soprattutto come differenza fra la
quantità di tessuto sano, che residua dopo la preparazione
parziale per tecnica adesiva, e quella risultante
da una preparazione protesica completa. E’ ovvio
che la massima conservazione di tessuto dentale si
ottiene con il restauro adesivo diretto, che è pertanto
indicato, con adeguata tecnica di stratificazione,
nelle cavità di I classe e in quelle di II classe di medie
dimensioni. Il restauro adesivo indiretto lega la sua
indicazione, rispetto a quello diretto, all’ampiezza di
dimensione delle cavità, soprattutto di II classe, per
motivi tecnico-operativi e, per ragioni di ergonomia, al
numero di elementi dell’arcata da trattarsi.
Il confronto fra restauro parziale e corona completa è
illustrato dalle percentuali di struttura dentaria eliminata
dai diversi tipi di preparazione: inlay 16%, onlay
34%, overlay 38%, corona completa 67.5-73.6 %.
La letteratura ha approfondito la conoscenza della
biomeccanica dei denti posteriori, evidenziando che
l’entità della deformazione sotto carico delle cuspidi
è molto maggiore in assenza della cresta marginale
che le unisce, rispetto alla situazione di conservazione
della stessa. Di qui deriva l’indicazione precisa,
soprattutto negli elementi trattati endodonticamente,
di ridurre e ricoprire le cuspidi non più collegate da
cresta marginale e la possibilità di mantenere quelle
attigue a cresta integra (onlay). L’apertura contemporanea
delle due creste marginali indica il ricoprimento
totale delle cuspidi (overlay). (Fig. 1)
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Fig. 1 A Molare trattato endo, con perdita di una cresta marginale, onlay. |
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Fig. 1 B Molare trattato con perdita di due creste marginali, overlay. |
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Proprio la ricostruzione dei denti trattati endodonticamente
ha subito un’evoluzione importante con il
perfezionamento delle tecniche adesive; si è ormai
abbandonato l’approccio tradizionalmente demolitivo
caratterizzato dall’impiego di perni metallici, che comportano
stress per gli elementi dentali al momento
dell’inserimento, durante la funzione e in fase di rimozione.
Una preparazione cavitaria semplice conserva
il più possibile smalto e dentina, garantendo a distanza
di parecchi anni (7-8 nella casistica dell’oratore) il
mantenimento di un’adeguata funzione oltre che di
un’estetica più che soddisfacente per il paziente. Vari
studi, a partire da quello epocale di Ray e Trope del
1995, hanno evidenziato come la qualità del restauro
sia determinante quanto, se non più, quella del trattamento
endodontico nella sopravvivenza degli elementi
dentali: questa, quando i due fattori sono entrambi
positivi, raggiunge il 91.4% per scendere al 44.1% se un’endodonzia corretta è seguita da un restauro coronale
inadeguato. |
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MARGINI SOPRAGENGIVALI
La possibilità di posizionare i margini del restauro in
sede sopragengivale costituisce un indubbio vantaggio
per la salute del parodonto superficiale e profondo,
anche se preparazioni intrasulculari ineccepibili sono
compatibili con la salute parodontale a lungo termine.
Quando sia offerta l’opportunità, è comunque conveniente
un piano di trattamento che preveda di ripristinare
un’arcata mediante restauri parziali, con margini
sopragengivali, che sono più semplici da controllarsi
da parte dell’operatore, dell’igienista e del paziente.
(Fig. 2) Ciò anche nel caso (come quello, molto deteriorato,
della Fig. 3) in cui la presenza di denti con
pulpite, di smalto non sostenuto sufficientemente da
dentina, ecc. impone di ricorrere a overlay che possiedono
tutta l’apparenza di corone protesiche, ma che
rispetto a esse offrono il vantaggio di aver tutti i margini
in situazione più gestibile. |
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Fig. 2 A restauri posteriori da rifarsi. |
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Fig. 2 B arcata restaurata con compositi indiretti. |
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Fig. 3 Molare con pulpite da carie destruente, preparazione dopo trattamento endo e ricostruzione interna, overlay. |
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Una lesione cariosa interprossimale avanzata spesso
comporta da un lato l’infiammazione pulpare con la
conseguente necessità di trattamento endodontico,
dall’altro l’invasione dello spazio biologico se si opta
per la corona totale. Infatti se il protesista ha bisogno
di 2 mm di tessuto dentale sano su cui posizionare il
collare metallico che funge da ferula, il parodontologo
impone poco meno di 3 mm di distanza fra bordo protesico
e strutture parodontali profonde. Per recuperare
uno spazio di 5 mm dallo scalino cervicale sano
alla cresta ossea l’allungamento chirurgico di corona
clinica spesso scoprirebbe le forche, particolarmente
nei premolari e nei molari superiori. In tali situazioni il
restauro parziale adesivo è conservativo nell’accezione
più ampia del termine.
Esso inoltre comporta una facilitazione nelle due fasi
più delicate dell’esecuzione di ogni restauro indiretto,
l’impronta e la cementazione, proprio grazie alla posizione
sopragengivale dei margini. La cementazione
poi utilizza lo stesso materiale (composito microibrido)
con il quale si è eseguita la ricostruzione interna, dopo
i classici passaggi della rimozione del tessuto cariato
e/o del restauro precedente inadeguato, dell’esposizione
della dentina sana, della procedura adesiva
e dell’applicazione di un sottile strato di composito
flowable. Il risultato della procedura operativa, sinteticamente
descritta, è un elemento dentale in cui si
sono ripristinati il volume e la forma con una struttura
omogenea e quindi resistente dal punto di vista meccanico.
L’oratore si chiede pertanto se oggi esista veramente
un’indicazione alle corone complete oltre al caso
di intervento su dente già portatore di un tale tipo di
restauro. |