| Adattamenti | ||
| Stomatologia | ||
| a cura di Alessandro Canton | ||
| La terapia parodontale in gravidanza G. Wimmer, C. Perti Dimensions 2008 n° 3 |
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| La causa principale dei decessi
nei neonati è la nascita
prematura. Le cause della
prenatalità sono diverse: sociali,
economiche, mediche. Tra le altre
è citata la infezione parodontale,
quando è associata a perdita di
peso. Fino ad ora non si sa se la
terapia della malattia parodontale
sia in grado di ridurre il rischio di
nascite premature. Gengivite La gengivite in gravidanza compare per cause ormonali, che indirettamente rinforzano i sintomi clinici di una gengivite cronica. La tipica manifestazione è nell’architettura vascolare della gengiva che è edematosa, spongiosa, iperplastica, facilmente sanguinante. Eziologia Le nascite premature sono riconducibili a più fattori. Le infezioni dell’utero e della placenta in primo luogo, ma anche fattori psico-sociali, e demografici e comportamentali (alcolismo, tabagismo, tossicodipendenza). Poi le infezioni sistemiche gastroenteriche, polmonari, renali. Solo recentemente, nel 1996 S. Offenbacher teorizzò che una infezione orale potesse essere riconducibile a uno stato di infezione del parodonto. In realtà molti studi al riguardo sono stati fatti nel 2004, nel 2006, nel 2007, ma nessuno ha portato a una conclusione chiara. Studi sull’efficacia della terapia parodontale nella diminuzione delle nascite premature, hanno dimostrato non solo l’effetto benefico, ma che un trattamento parodontale non presenta nessun rischio per la gravidanza. Paziente incinta in terapia parodontale Occorre costatare la presenza di infezioni parodontali e prevenirle. Buona norma è: durante i controlli semestrali (anamnesi, ispezione e sondaggio del parodonto) informare tutte le donne in età fertile sulle eventuali alterazioni fisiologiche gengivali che si possono manifestare durante la gravidanza. Postura della gestante sulla poltrona Sulla poltrona odontoiatrica, la posizione sdraiata sul dorso della gestante, per un periodo prolungato, avendo già il diaframma in una posizione alta, rende difficile la respirazione e il ritorno venoso del circolo, specialmente dopo il settimo mese. Occorre ricordare che l’aumento di volume dell’utero da 10 cl a 5 litri, comporta la pressione sull’aorta e sulla cava, il ritorno del sangue al cuore è in difficoltà, la pressione arteriosa è diminuita nella metà inferiore del corpo, la perfusione della placenta diminuita. Questa situazione detta “sindrome cava” è causa di un malessere dovuto a una vertigine. In questo caso ruotare lievemente il tronco sul lato sinistro o sollevare l’anca destra, per attenuare la sintomatologia. Anestetici locali Gli anestetici locali agiscono fissandosi alle proteine plasmatiche: occorre usare anestetici come la aticaina (Ultracaina) o la bupivacaina o la etidocaina che non passano nel circolo fetale; occorre evitare la lidocaina, la mepivacaina e la prilocaina che si fissano alle proteine plasmatiche solamente al 70 per cento. I vasocostrittori come la noradrenalina e l’adrenalina sono metabolizzati nella placenta, ma potrebbero provocare una tachicardia nel feto. Adrenalina molto diluita (1:200.000) provoca una vasodilatazione. Clorexidina I farmaci usati localmente non sono nocivi e non presentano rischi. La clorexidina può essere usata anche per diversi mesi. Analgesici Il paracetamolo è il preparato di scelta e però supera la barriera placentare; per questo motivo evitare dosaggi elevati e per lungo tempo per evitare danni al fegato del nascituro. L’acido acetilsalicilico inibisce la prostaglandina. Sono noti alcuni casi di chiusura anticipata del Foro di Botallo sotto terapia con acetilsalicilico. Predisposizione alle emorragie. Antibiotici La terapia antibiotica trova indicazione nelle infezioni sistemiche batteriche materne. Limitatamente agli antibiotici con un anello betalattame: penicillina, ampicillina, cefalosporina, eritromicina. Le tetracicline sono controindicate per danni ai denti e provocano effetti nocivi sullo sviluppo delle ossa. Altri antibiotici come gli amino-glucosidi e il metronidazolo devono essere riservati a patologie specifiche. In ogni caso è bene prendere contatto con il medico curante o con lo specialista ginecologo. Radiografie Il parere autorevole dell’American College of Radiology è che non esiste nessun tipo di radiografia diagnostica che possa emettere, applicata una sola volta, una dose pericolosa per lo sviluppo normale dell’embrione o del feto. Ripetuti trattamenti radiogeni possono diventare nocivi durante il primo trimestre. Resta inteso che una piccola radiografia dentale dà un carico per il feto 500.000 volte inferiore a 5 rads e 50.000 volte inferiore con una radiografia panoramica. Si raccomanda comunque di utilizzare le radiografie il minimo indispensabile e di proteggere con un grembiule piombato, rassicurare la paziente: non vi è rischio. Terapia parodontale Attualmente non sappiamo nulla sull’efficacia della terapia parodontale sull’evoluzione della gravidanza. Studi recenti dimostrano che la terapia parodontale abituale non chirurgica (curettage iniziale e profondo) serve alla madre perché fa diminuire i segni clinici della parodontopatia. Numerosi dentisti e numerose igieniste evitano di curare le donne in gravidanza per ignoranza e per paura di sbagliare. La gravidanza è una situazione particolare che rende fragile la paziente e i timori sono aumentati. Deve essere capita e trattata con empatia, fornendole tutte le informazioni necessarie. |
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| Valutazione della mucosa orale Michael M. Bornstein Revue mensuelle Suisse d’Odontostomatologie 116 2006 |
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| L’odontoiatra e il suo personale ausiliario
hanno un importante ruolo nella diagnosi
precoce delle alterazioni della mucosa orale,
nel corso delle visite di controllo per la carie e la
parodontopatia. La diagnosi precoce del cancro della mucosa è molto importante ma, non essendo di frequente riscontro, non lo si prende in considerazione e così vengono trascurate le nozioni fondamentali di rischio come il fumo e l’abuso di superalcolici. Ogni Università dovrebbe creare un servizio diagnostico specializzato sulle alterazioni della mucosa orale non solo per fare la diagnosi, ma anche per ampliare la formazione dei dentisti e dei medici di base. Scopo del lavoro Valutare i risultati di una indagine stomatologica effettuata nel 2003 in una Università svizzera. Materiali e metodi 258 pazienti con alterazioni della mucosa orale sono stati richiamati per accertamenti presso la Clinica Stomatologica dell’Università di Berna. Ogni paziente è stato riesaminato ed è stata compilata una nuova cartella (naturalmente senza dimenticare l’anamnesi remota generale e specialistica), sui disturbi orali ed extraorali, nei casi dubbi furono fatte delle foto, completate con esami istopatologici, immunologici e microbiologici. Dopo aver informato i pazienti dei risultati, ottenuto il consenso, si iniziò una terapia adeguata sui 185 pazienti con diagnosi precisa. Risultati Furono diagnosticate: 17% neoplasie benigne, 5% neoplasie maligne, 30% iperplasie reattive, 5% leocoplasie, 19% mucodermatosi, 2% infezioni, 7% lesioni meccaniche, 7% malattie della ghiandole salivari, 5% pigmentazioni, e altre. Sui 185 pazienti esaminati, il 63% erano donne. Il più giovane aveva 7 anni, il più vecchio 91. Le diagnosi definitive presentano: il 73% di alterazioni benigne, il 22% di lesioni precancerose, il 5% di lesioni maligne. La maggior parte delle quali furono rilevate casualmente in pazienti anziani. Discussione Le alterazioni della mucosa non sono rare. La loro sintomatologia è per lo più silente e il rilevamento è casuale. Un’indagine clinica effettuata alla periferia di Stoccolma mise in evidenza la presenza di leucoplasie in più di un quarto dei soggetti esaminati. Gli AA della ricerca esortano ad effettuare visite di richiamo e, nelle nuove visite, di considerare al di là della carie e della parodontopatia anche le lesioni della mucosa. |
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| Osteonecrosi da biofosfonati Robert E. Marx Int. J. Periodontics Restorative Dentistry 2008, 17 editoriale |
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| La maggior parte dei 3600 casi
di osteonecrosi dei mascellari
denunciati (i dati sono segnalati
dal FDA) sono visti e curati negli
studi odontoiatrici, pertanto i dentisti
debbono richiamare i colleghi medici
su questa complicanza farmacoindotta
nella stessa tradizione delle
complicanze dei mascellari, indotte
da radiazioni. Una sfida, una responsabilità, una opportunità. La sfida di sottovalutare il problema, perché alcune riviste minimizzano il rischio a causa della bassa incidenza, oppure di sopravvalutare gli effetti collaterali ed essere timorosi verso quei pazienti in cura con biofosfonati, infatti è previsto un protocollo che prevede programmi di monitoraggio, di mantenimento orale più frequente e un piano di prevenzione e un attento piano terapeutico. La responsabilità di includere nei formulari anamnestici l’uso dei biofosfonati, poi sarebbe opportuno conoscere la via di somministrazione. Responsabilità nel diffondere le conoscenze sul problema per uniformare le conoscenze e informarsi adeguatamente attraverso articoli e pubblicazioni. L’opportunità di ridurre al minimo le conseguenze dei biofosfonati, istruendo tutto il personale sanitario. La via di somministrazione endovenosa comporta la necessità di concludere le procedure parodontali o chirurgiche al più presto o almeno entro i primi mesi. Importante che il dentista consulti l’oncologo per sapere quali interventi programmare. La terapia principale dei pazienti che hanno osteonecrosi indotte da biofosfonati per via endovenosa è un palliativo con clorexidina allo 0,12% da sola o in combinazione con antibiotici, allo scopo di evitare le infezioni e il dolore. Altrimenti resezione, sempre d’accordo con l’oncologo. La prevenzione si ottiene attuando tutte le procedure chirurgiche e no, prima della somministrazione di biofosfonati tanto per via orale che per endovenosa. Le manifestazioni osteonecrotiche si possono avere anche tre anni dopo: vi è un test del siero C-terminale (CTX), fatto al mattino a digiuno, che permette di stabilire se è probabile. Queste informazioni devono essere trasmesse ai medici di base che curano l’osteopenia e l’osteoporosi. L’ideale sarebbe che i medici oncologi inviassero al dentista per un esame dentale coloro che devono assumere biofosfonati prima e durante la fase iniziale. La terapia dell’osteonecrosi indotta da biofosfonati somministrati per via orale è diversa perché il processo di accumulo nell’osso avviene con un ritmo più lento, tanto che la funzione degli osteoclasti può essere ristabilita con la sospensione del farmaco. In questo periodo l’osso esposto può guarire spontaneamente ed essere trattato per pulizie minime. | ||
