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Adesivi di 7a generazione
seconda parte
a cura di Giordano Tasca
2. Ito S. et al J Adhes Dent 2005; 2: 133-41
Nello studio si è testato l’effetto di applicazioni multiple di due adesivi all-in-one sul test microtensile (µTBS) e sulla morfologia al TEM degli strati ibrido e adesivo. In un primo gruppo di campioni l’adesivo veniva applicato su dentina di molari estratti, lasciato indisturbato per 20 (Xeno III) - 30 s (iBond) e, poi, con getto d’aria delicato, distribuito uniformemente sulla superficie e sottoposto a evaporazione del solvente per 5 s. Queste operazioni erano uguali per ognuna delle successive applicazioni (2, 3, 4 e 5). La fotoattivazione per 10 s si eseguiva sull’ultimo strato. In un sottogruppo dopo la prima applicazione si apportava uno strato di bonding dello Scotchbond MP e lo si fotopolimerizzava. Nel secondo gruppo si eseguivano le stesse procedure del primo ma ogni singolo strato era fotopolimerizzato, prima di procedere alle successive applicazioni. Dopo posizionamento e polimerizzazione di un composito, si preparavano i campioni per il test microtensile e altri per l’osservazione al TEM con la tecnica della precipitazione di sali d’argento, atta a identificare le regioni a maggior contenuto acquoso.

Con entrambi gli adesivi la prima applicazione produceva valori di µTBS molto bassi (~10 MPa), che dopo la terza (le istruzioni dell’iBond raccomandano l’applicazione di tre strati) mostrava un aumento significativo (~30 MPa) e un plateau dopo la quarta. Quando i singoli strati erano fotopolimerizzati si verificava un ulteriore incremento della forza adesiva (= 40 Mpa).

L’aggiunta di Scotchbond al primo strato portava un significativo aumento dei valori di µTBS in entrambi i gruppi (media 46 Mpa).

Le osservazioni al TEM mostravano che una sola applicazione seguita da sola evaporazione, con iBond, formava un’interfaccia del tutto inadeguata per la completa assenza di uno strato adesivo; questo invece era ben identificabile con Xeno III, che contiene nanoriempitivo, ma lo strato ibrido era anche qui caratterizzato da notevole nanoleakage. Dopo tre applicazioni, con iBond, si osservava uno strato adesivo sufficientemente rappresentato, ma con depositi consistenti di argento al suo interno (spesso in forma di canali) e nella zona di interdiffusione; la situazione era un po’ migliore con Xeno III. Dopo cinque applicazioni le inclusioni d’argento erano quasi assenti nello strato adesivo di entrambi i sistemi, mentre si osservavano ancora sporadicamente alla base e alla sommità dello strato ibrido dell’iBond.

Quando i successivi strati erano polimerizzati singolarmente per l’iBond, dopo tre e cinque applicazioni, gli accumuli nello strato ibrido continuavano a essere pesanti, mentre nello strato adesivo, che aveva un maggior spessore, scomparivano quelli più consistenti (canali) e gli altri si riducevano progressivamente fino a puntiformi. Nello Xeno III dopo tre e cinque applicazioni i depositi erano minori che per l’iBond in entrambi gli strati.

L’aggiunta di Scotchbond all’iBond non modificava molto il nanoleakage dello strato ibrido ma riduceva drasticamente le inclusioni d’argento nello strato adesivo; entrambi i fenomeni apparivano più ridotti nel caso dello Xeno III.

La migliore performance dello Xeno III rispetto all’iBond all’aumentare degli strati è spiegabile con la differenza dei solventi, idro-alcolico per il primo, per il secondo invece costituito da una miscela di acqua e acetone.

Quest’ultimo evapora molto più facilmente dell’acqua, la quale tende pertanto ad accumularsi sulla superficie con le successive applicazioni: dovrebbe essere evaporata più di quanto fatto nello studio (aria per 5 s). L’aggiunta dell’adesivo dello Scotchbond, composto essenzialmente da una miscela BIS-GMA/HEMA senza solventi, migliora l’interfaccia adesiva verosimilmente grazie alla sua idrofobia, che gli consente di sigillare la superficie più idrofila dei sistemi all-in-one, specialmente dell’iBond.

Il miglioramento della forza adesiva con più strati può avere diversi meccanismi: il primo strato quando comincia a mordenzare la dentina è probabilmente presto tamponato, mentre l’aggiunta di ulteriori apporti facilita il condizionamento. Inoltre la concentrazione iniziale di comonomeri è dell’ordine del 25-30%, per cui l’abbondanza di solvente (70-75%) favorisce l’infiltrazione dentro la matrice collagenica i cui spazi contribuisce a tenere aperti. Se a ogni nuovo apporto si elimina gran parte del solvente, la quantità e la concentrazione di comonomeri sulla superficie aumentano, riducendo l’inibizione da ossigeno della polimerizzazione, favorendo la formazione di legami crociati e la percentuale di conversione dei monomeri per l’aumentata concentrazione anche dei fotoiniziatori.

Ne risulta uno strato adesivo sempre meno idrofilo con riduzione o scomparsa prima dei canali, poi dei blister e infine degli spot acquosi (capaci di assorbire l’argento).

Quando i singoli strati sono fotopolimerizzati, invece, il miglioramento della forza adesiva può essere dovuta più a fattori meccanici che chimici. Dopo la polimerizzazione del primo strato è improbabile che l’infiltrazione del substrato possa migliorare, mentre ogni strato inibito dall’ossigeno si miscela con il nuovo apporto, per cui aumenta lo spessore dello strato adesivo (nell’iBond da 0-3 micron per un apporto a 34 micron per 5 apporti). Ciò può diminuire la concentrazione locale degli stress durante il test microtensile, che fornisce valori più elevati.

Conclusioni: il ricorso ad applicazioni multiple aumenta la performance ma anche il tempo di lavoro di questi sistemi “semplificati”. Nel caso dello studio, in cui peraltro non ci si proponeva di ottimizzare l’evaporazione del solvente (soffio d’aria per soli 5 s), diventava di circa 60 s, molto più di quelli proposti dai costruttori.

Inoltre rimane da verificarsi se il miglior legame iniziale persista nel tempo. Viene confermata in ogni caso l’importanza della tecnica operativa per ottenere una buona adesione.
3. Van Meerbeek B. J Adhes Dent 2007; 6: 491-2
Il fenomeno del nanoleakage fu descritto per la prima volta da Sano nel 1995 utilizzando come rilevatore il nitrato d’argento, che consente di visualizzare all’interno dello strato ibrido spazi aperti di dimensioni nanometriche, i quali permettono la diffusione di ioni e di molecole in assenza di gap di ampiezza classica (micrometrica). Da allora molte ricerche si sono interessate al fenomeno, ritenuto uno dei fattori di debolezza del legame al tessuto dentale, perché capace di rendere lo strato ibrido non solo più plastico ma anche più degradabile per idrolisi, sia nella componente dei monomeri resinosi sia in quella delle fibre collagene non protette. Si è verificato che fluidi possono essere assorbiti non solo dall’ambiente orale ma anche dal dente stesso.

Per rendere le interfacce adesive più resistenti alla degradazione idrolitica nel tempo, una delle strategie è quella di aumentare l’idrofobia degli adesivi, che attualmente sembra essere realizzabile solo con gli adesivi dotati di bonding separato dal primer. Con il diffondersi delle ricerche effettuate per mezzo del SEM e del TEM si è riscontrato ripetutamente che un certo grado di deposizione di argento si verifica all’interno, al di sopra e al di sotto dello strato ibrido, in quasi tutti gli adesivi, compresi quelli a tre passaggi considerati come gold standard.

Il grado e la forma (a macchia, reticolare, ecc.) di deposizione argentea variano sempre considerevolmente da zona a zona, anche nell’ambito di una stessa sezione al TEM. Le immagini del nanoleakage devono essere interpretate con estrema cura, considerando che il TEM analizza aree estremamente piccole, per cui solo un’analisi di un numero sufficiente di immagini provenienti da campioni diversi e condotta con criteri quantitativi può essere rappresentativa.

Conclusioni: tutti gli adesivi sembrano possedere un certo grado di micro- e nano-infiltrazione almeno in certe aree ed è difficile interpretare la rilevanza clinica del fenomeno. La ricerca deve tendere a misurare l’infiltrazione quantitativamente e in tre dimensioni.

La Rivista di Odontoiatria