numero 3 anno XXVII     la rivista - articoli - lavori scientifici - La sigillatura di solchi e fossette dentali
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Introduzione
Materiali e metodi
Caso clinico 1
Caso clinico 2
Caso clinico 3
Conclusioni
Ringraziamento
Bibliografia
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Il carico immediato full arch flat one bridge
  perché, come, statistica e follow up a 5 anni
di Vincenzo Bucci Sabattini*, Alberto Minnici**, Aniello D’Ambrosio***
*Libero Professionista CDC Magentino, Magenta (MI) prof. a c. Implantoprotesi Università di Pavia
**Libero Professionista CDC Magentino, Magenta (MI)
*** Libero Professionista Gragnano (NA)
INTRODUZIONE

L’implantologia moderna nasce a carico immediato con la vite di Formigini, successivamente si è evoluta soprattutto negli anni ’60 e ’70 del ‘900. Essa era all’epoca fortemente osteggiata dalla quasi totalità dell’Accademia come pure dalla massima parte del mondo libero professionale sia in Italia che nel resto del mondo, a causa dei numerosi insuccessi e per i danni anatomici che talvolta residuavano alla perdita degli impianti. Non si era compreso che i fattori all’origine di molti di questi danni non erano solo legati a cause cliniche, ma primariamente agli impianti stessi che in quel periodo erano costruiti in acciaio chirurgico.

Infatti tra le determinanti per il raggiungimento e il successivo mantenimento dell’osteointegrazione rivestono fondamentale importanza le caratteristiche dei materiali metallici con cui sono costruiti gli impianti. Il corpo umano può essere comparato ad un contenitore di soluzione acquosa a temperatura media di 37° C, contenente ioni Cl, e pH di circa 7,4, che varia in caso di infezioni e di uso di farmaci. Si configura quindi come un laboratorio ideale per la corrosione dei metalli. La loro corrosione comporta una liberazione di Ioni H+, essi causano un’alterazione del pH del tessuto ospite e questo comporta la formazione di aree di osteolisi. La resistenza dei metalli alla corrosione dipende da una varietà di fattori di cui il più importante è il “layer di passivazione superficiale”.

Il layer di ossido, una volta formato, aderisce alla superficie del metallo e lo protegge da ulteriore corrosione. Poiché la formazione del layer è in proporzione alla presenza di O2 portato dall’emoglobina ed il tessuto osseo non è molto vascolarizzato, la capacità di passivazione di un metallo è direttamente proporzionale alla quantità di idrogenioni che esso libera. Il Titanio libera una quantità ridotta di ioni H+ quindi ha la capacità di passivarsi anche a basse tensioni di O2 (1). Questo è il motivo per cui l’osteointegrazione del Titanio rimane stabile nel tempo.

Fu quindi solo con l’identificazione del Titanio come materiale principe per gli impianti endossei che la prognosi della terapia impiantare migliorò significativamente. Tuttavia, la predicibiltà vera dell’implantologia giunse con l’avvento della “rivoluzione” di Branemark. Il protocollo di Branemark, introducendo tra l’altro il controllo della sterilità ed i tempi lunghi di esclusione degli impianti dall’occlusione (impianti sommersi), rese la pratica implantologia assai più sicura e mise le premesse per una sua diffusione generalizzata. Tuttavia negli anni, la ricerca e la clinica dimostrarono che molte delle “leggi” di Branemark non erano basate su dati scientifici, ma unicamente su osservazioni empiriche.

In particolare la macro e micromorfologia degli impianti, ma anche e soprattutto il protocollo chirurgico inteso come apertura del lembo, velocità di fresaggio dell’alveolo chirurgico, etc. causano la necessità di tempi lunghi per ottenere l’osteointegrazione, in quanto determinano una guarigione ossea per seconda intenzione. La nuova questione, quindi, non fu più relativa alla possibilità di ottenere l’osteointegrazione, ma di ottenerla in tempi rapidi e certi, cosi da poter eseguire la riabilitazione protesica immediata o precoce.
MATERIALI E METODI

La possibilità di riabilitazione implantoprotesica a carico immediato, allo stato dell’arte è considerata giustamente una pratica terapeutica valida e predicibile. Nel decennio tra il 1997 e il 2007 il numero dei lavori scientifici pubblicati sull’argomento sono aumentati di più del 100%. Esistono però in letteratura molte differenti definizioni di “carico immediato” legate al tempo di protesizzazione. In apertura di questo lavoro, allo scopo di poter avere chiarezza e un comune significato dei termini, riteniamo opportuno adottare una definizione che renda univoco il significato di “carico immediato”.
La definizione che abbiamo scelto è quella data da Misch et al, JOI 2004 vol. 30/5, che cita:

Carico immediato: eseguito in meno di due settimane dalla chirurgia
Carico precoce: eseguito tra le due settimane e i tre mesi
Carico non funzionale: eseguito nell’immediato post chirurgico, ma non in funzione occlusale, a sola funzione estetica
Carico convenzionale: eseguito dopo i tre mesi, in mandibola
Gli studi e la sperimentazione sul carico immediato degli impianti nascono certamente in prima battuta dall’esigenza di dare un comfort maggiore al paziente, ma in seguito numerosi lavori sperimentali hanno dimostrato che il carico immediato comporta anche significativi vantaggi biologici rispetto al carico differito o convenzionale. Tra l’altro è stato dimostrato che il bone-implant contact (BIC) è assai maggiore, di circa il 30%, sugli impianti caricati immediatamente rispetto a quelli caricati in tempi convenzionali (2), ciò in accordo con la legge di Wolff che evidenzia come lo stress funzionale attivi lo stimolo di accrescimento dell’osso, mentre la sua riduzione causi la perdita di tessuto.

Riconosciuti i vantaggi della immediata funzionalizzazione degli impianti, quali sono le loro caratteristiche che portano alla scelta ragionata per ottenere la massima predicibiltà di risultato nel carico immediato?

• Il materiale e la micromorfologia o superficie implantare
• La chirurgia e la macromorfologia: forma dell’impianto e delle spire di vite
• La componentistica protesica e il sigillo tra abutment ed impianto
• La procedura protesica: il Flat One Bridge

Il materiale e la micromorfologia o superficie implantare
I primi impianti furono viti in Titanio macchinato ed ottennero, nei tempi previsti, risultati positivi. La ricerca successiva, in particolare i lavori di John E. Davies dimostrarono che la possibilità di integrazione degli impianti era legata ad un contatto tra le cellule osteogenetiche che migrano sulla superficie di impianti dove elaborano matrice ossea direttamente. Si ottiene tanto più BIC quanto più è estesa la superficie. Ulteriori dati desunti dalla ricerca di Ugo Ripamonti dimostrarono la possibilità delle cellule blastiche di “riconoscere” nicchie di determinate dimensioni sulle superfici implantari, e grazie a questo fenomeno ottenere una più veloce osteointegrazione (egli chiamò queste nicchie con un’immagine poetica: “la culla della vita”).

In seguito all’evoluzione della ricerca, quindi, furono presentati sul mercato impianti con superfici diversamente trattate (mordenzate e/o sabbiate, etc.) tali da presentare la maggior idoneità ad ottenere una integrazione ossea più rapida. Dopo questo periodo di trattamento fisico delle superfici, è giunto recentemente sul mercato un trattamento chimico molecolare del Titanio grazie alle nanotecnologie. È necessario ora, per maggior chiarezza, distinguere tra nanometrico e nanotecnologico. Per nanometrico si intende l’infinitamente piccolo: misurabile in nanometri, al di sotto del micron. Per nanotecnologia si intende, secondo la definizione di Erik Drexler (1986), la manipolazione di un materiale a livello atomico e molecolare: nello spazio di pochi “passi reticolari”. Per “passo reticolare” si intende la distanza tra due nuclei atomici contigui di un solido.(3)

La manipolazione nanotecnologica di un materiale determina quindi la sua differenziazione chimica: all’interno delle orbite elettroniche degli atomi che lo costituiscono, diversamente da un coating o da un plasma spray anche di particelle nanometriche che risultano adese al titanio. Il trattamento nanotecnologico non è quindi qualcosa di visibile all’esame ispettivo (SEM) per quanto a fortissimi ingrandimenti, come un coating nanometrico, ma è rilevabile solo con l’analisi XPS che rileva la componente elettronica superficiale del materiale. Allo stato sul mercato esistono impianti (Intra-lock Ossean ®, Boca Raton-Florida-USA) che sono trattati nanotecnologicamente, la cui superficie all’esame XPS (Spettroscopia Fotoelettronica a raggi X) risulta composta non più solo di Titanio, ma per il 24% di CaHa (CalcioIdrossiapatite). La CaHa costituisce la componente mineralizzata stabile dell’osso: quindi l’osso stesso riconosce l’impianto cosi trattato in parte (per il 24% della superficie) come ‘self’ stabilendo un intimo e rapidissimo contatto.(4,5,6)

La chirurgia e la macromorfologia forma dell’impianto e delle spire di vite
La pratica chirurgica ha una rilevanza significativa ai fini di ottenere una guarigione ossea per prima intenzione, quindi in tempi fisiologici e assai più rapidi rispetto a quelli previsti dal protocollo di Branemark. Una chirurgia invasiva, che comporti un ampio scollamento del lembo, infatti causa l’interruzione delle anastomosi vasali tra periostio ed osso con ciò depauperando la corticale dell’apporto ematico che ne deriva e che è stato valutato pari al 30% circa della vascolarizzazione totale del processo alveolare (7). Inoltre, poiché il ritorno venoso del sistema osteonico è deputato alla rete periostale, il distacco del periostio aumenta la pressione interna dell’osso che si verifica durante l’inserimento dell’impianto. Quando questa pressione supera i 17 mm di Hg, determina una stasi ematica con conseguente ipossia tissutale che comporta un aumento della necrosi periimplantare. La scelta quindi di un protocollo chirurgico a ridotta invasività (Flap less e con velocità ridotta di frenaggio durante l’ultimo passaggio) riducendo il trauma tissutale, velocizza i processi di guarigione e di conseguenza l’osteointegrazione. (7)

La macromorfologia stessa dell’impianto riveste un’importanza rilevante ai fini della guarigione ossea per prima intenzione. La scelta di impianti conici, con solchi di deflusso lungo l’asse della vite che permettono la risalita del sangue durante l’avvitamento e l’alloggiamento nell’alveolo chirurgico, contribuisce ad ottenere una guarigione ossea per prima intenzione. (8,9,10)

Un altro aspetto importante della macromorfologia dell’impianto è quello legato alla forma, all’orientamento e all’inclinazione delle spire. Esse infatti determinano l’orientamento delle forze che si scaricano lungo l’impianto nei movimenti occlusali. Gli impianti non subiscono negativamente le forze che si scaricano lungo il loro asse, ma se sollecitati da forze trasversali che causino micromovimenti orizzontali superiori ai 28 micron possono non ottenere l’integrazione ossea, mentre un micromovimento superiore ai 150μ induce sicuramente una deviazione della evoluzione delle cellule verso la formazione di fibrosi.

Anche in relazione a questi dati, è necessario valutare la morfologia implantare così da adottare sistemi implantari che abbiano viti con forma, profondità, orientamento e inclinazione delle spire idonei a unificare le diverse forze tangenziali e compressive che si scaricano sull’impianto in forze assiali.
La componentistica protesica e il sigillo tra abutment e impianto
Poste le premesse per una più rapida guarigione ossea e di conseguenza di una più veloce osteointegrazione, in fase di riabilitazione protesica rimane da affrontare il problema di prevenire problemi e patologie che possano causare danni all’osteointegrazione implantare. I motivi più frequenti e probabili che possono arrecare danni agli impianti nel medio lungo periodo sono: il carico protesico incongruo e/o l’errore protesico quale esso sia e la periimplantite.

Il carico protesico incongruo e l’errore protesico sono operatore-dipendenti, quindi non prevedibili, né generalizzabili. Viceversa la periimplantite è una patologia nota ad eziologia altrettanto nota, che dipende almeno in parte dalle condizioni ineliminabili portate dalla componentistica dei sistemi implantari.

La giunzione tra abutments e impianti dovrebbe essere un sigillo prossimo alla chiusura assoluta. Lo spazio tra la base del moncone protesico e il colletto implantare rappresenta un pabulum batterico ideale, non assolutamente controllabile né dal paziente, né dall’operatore sanitario. È spesso a partenza da questo sito che si può originare il riassorbimento conico periimplantare e/o la patologia periimplantitica.

La scelta degli AA
quando vollero offrire ai propri pazienti la possibilità di una riabilitazione di arcata completa a carico immediato cadde sulla tecnica del Flat One Bridge. Questa scelta fu motivata da un’attenta analisi dei fattori precedentemente esposti. Essi identificarono negli strumenti implantari e protesici proposti per la realizzazione del Flat One Bridge quanto, a loro avviso, di più semplice, valido e corrispondente alle loro richieste tra le varie offerte del marcato.

Il punto di forza della procedura Flat One Bridge è rappresentato dal Flat abutment. Il Flat abutment (letteralmente “moncone piatto”) rappresenta la chiave di volta di tutta la procedura di seguito descritta. Si tratta di un abutment piatto, con un repere circolare che trasforma la connessione esagonale interna dell’impianto in una connessione esterna e priva di elementi che possano causare interfenza. Ha una doppia chiusura conica, una interna ed una sul bisello del colletto impiantare. La validità di chiusura dei monconi utilizzati è stata testata attraverso una ricerca comparativa effettuata dagli stessi autori nel 2006. (11) Grazie alle sue caratteristiche costruttive, rende possibile ottenere immediatamente e facilmente la passivazione reciproca assoluta degli impianti e il massimo sigillo alla giunzione con gli impianti.

Il protocollo del Flat One Bridge prevede l’uso di otto impianti per la riabilitazione dell’arcata superiore e di sei impianti per la mandibola. Una volta inseriti gli impianti ricercando un torque superiore ai 35 N/cm e tendendo ai 50 N/cm, si avvita su ogni impianto il Flat abutment, serrandolo a 35 N/cm. Successivamente si rileva l’impronta ed il rapporto interarcata, in seconda giornata si esegue la prova della fusione ed in terza giornata si fissa la protesi avvitata ad un torque di 25 Ncm. La fusione viene eseguita, secondo protocollo, in Cromo Cobalto (acciaio chirurgico) senza aggiunta di molibdeno, in pratica la medesima lega usata per la ceramica su lega vile.

I vantaggi del CrCo sono numerosi: è, sia in chiave fisica che chimica, il metallo più simile al titanio, e perciò limita i rischi di bimetallismo, ha un basso peso specifico; tra i metalli più biocompatibile, ha un basso costo economico e, fatto di determinante importanza, ha una rigidità massima.

La travata in CrCo assolve nella procedura qui esposta non solo la funzione di supporto degli elementi dentali di protesi, ma anche la funzione del tutore esterno (tutore di Ilizarov), come in ortopedia. Fissando reciprocamente gli impianti senza possibilità di flessioni in senso apico-coronale rende impossibili i micromovimenti trasversali o compressivi degli impianti nell’alveolo chirurgico, giocando con ciò un ruolo estremamente favorevole per l’osteointegrazione. In pratica la barra assolve ad una funzione simile a quella delle barre da osteosintesi (12) favorendo, mentre supporta i denti, la guarigione ossea per prima intenzione.

La protesi definitiva, come da protocollo, si ultima col montaggio di denti del commercio. La nostra scelta è caduta sui denti Synoform® della Vita Zahnfabrik-Germany ed è stata motivata dalla loro anatomia, dall’estetica eccellente e dal fatto che sono costruiti nello stesso composito per tutto il corpo del dente. Nel caso in cui si renda necessario un molaggio selettivo, quindi, non si perde la parte resistente del dente col rischio di perdere nel tempo la relazione occlusale e la dimensione verticale, ma si mantiene lo stesso grado di resistenza del composito. (13)

Il manufatto cosi costruito risulta essere funzionalmente ed esteticamente valido, di ingombro estremamente ridotto e, cosa che soprattutto in questo periodo risulta essere positivo, “socialmente utile” in quanto a costi realmente contenuti. Infine, proprio per questi motivi risulta un trattamento implantoprotesico deontologicamente corretto in quanto corrisponde al dettame dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ripreso dal Codice Deontologico dei medici italiani, che cita: “…la miglior terapia è quella che permette la difesa o la riconquista dello stato di salute col minor costo biologico e col minor costo economico possibile”.

Unicamente in situazioni di elevata richiesta estetica ed in pazienti che siano disposti a sopportare un costo economico più rilevante, è stata messa a punto una variante di procedura fuori protocollo che permette il confezionamento di tutta l’arcata in ceramica.
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