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Attuali orientamenti in implantologia |
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Osteointegrata |
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a cura di Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Amedeo Zerbinati, Matteo Chiapasco e Paolo Casentini
al 50° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini |
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IMPLANTOLOGIA
GUIDATA PROTESICAMENTE
Una vastissima letteratura testimonia oggi che gli impianti
hanno una sopravvivenza a lungo termine (superiore
a 10 anni) in oltre il 90% dei casi. Perché ciò
avvenga esiste però una condizione, che rappresenta
un cambiamento di filosofia rispetto a quella seguita
generalmente nel passato, quando si inserivano gli
impianti nell’osso residuo indipendentemente dalla
posizione finale degli elementi protesici. La nuova
strategia consiste al contrario nel posizionamento
degli impianti guidato dalla pianificazione protesica. È
il progetto protesico, formulato attraverso la ceratura
diagnostica eseguita sui modelli, a stabilire la posizione
corretta degli impianti e, se essa non trova corrispondenza
nella situazione anatomica, quest’ultima
deve essere modificata, correggendo la struttura ossea
e i tessuti molli. Solo seguendo questo protocollo
si riescono a ottenere risultati predicibili, sia per i casi
più semplici di sostituzione di un unico elemento dentario
sia per i più complessi di riabilitazione estesa a
un’intera arcata o a entrambe.
Un primo caso illustra quale debba essere l’impostazione
corretta del trattamento. Si tratta di sostituire
uno scheletrato superiore con implantoprotesi fissa:
superata la tentazione di partire subito con l’inserimento
degli impianti, si procede all’allestimento di un
modello dell’arcata e all’esecuzione di una ceratura
diagnostica, sulla quale si costruisce una dima diagnostica
con reperi radiopachi. Una TAC, eseguita
mentre il paziente indossa la dima, mostra esattamente
quale sia la posizione ideale dei denti e quindi degli
impianti. Se la struttura ossea si trova nella posizione indicata per l’inserimento degli impianti, si procede al
loro posizionamento; in caso contrario occorre modificare
il supporto, possibilmente senza accettare
compromessi. Nel caso specifico la corrispondenza
esisteva per cui si sono inseriti gli impianti (optando
per un carico immediato con provvisorio realizzato
entro 24 ore).
La protesi finale, molto simile alla ceratura
di partenza, testimonia come un’unica pianificazione
abbia guidato la fase chirurgica e le successive
fasi protesiche. (Fig. 5) |
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Fig. 5 A-B) Edentulia dei settori posteriori del mascellare superiore: la OPT mostra una buona altezza del tessuto osseo distalmente agli incisivi laterali, ma non è in grado di dare informazioni sullo spessore del tessuto osseo. C) Per progettare correttamente il caso si inizia con la ceratura diagnostica, con denti collocati in posizione ideale. D) Preparazione, sulla ceratura diagnostica, di una dima diagnostica con reperi radiopachi. E) La TAC eseguita con la dima in bocca dimostra un rapporto favorevole tra futura corona protesica e osso residuo in cui inserire l’impianto. F) Fase chirurgica; G-H-I) Controllo clinico e radiografico dopo riabilitazione protesica finale. |
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Purtroppo si deve osservare
che un vasto numero di professionisti commette ancora
l’errore di farsi guidare dalla morfologia dell’osso
residuo, spesso alterata, delegando la correzione di
eventuali discrepanze al protesista. Questi si trova di
fronte a un compito difficile, quando non impossibile,
da realizzarsi, con il risultato di un grave danno estetico,
funzionale e spesso irreversibile. Infatti l’impianto
è una struttura anchilosata, la cui posizione non
può essere corretta, come gli ortodontisti fanno con
i denti naturali in modo a volte sorprendente: l’unico
modo di spostarlo è una osteotomia in blocco di un
segmento del mascellare.
Un esempio di danno irreparabile estetico e funzionale
è quello di una paziente con edentulia del settore mascellare anteriore, in cui, nonostante la perdita
notevole di supporto osseo, si è scelto di inserire gli
impianti in posizione del tutto incongrua, con un risultato
protesico pessimo. (Fig. 6)
Stabilito come riferimento costante questo semplice protocollo, comprendente ceratura, programmazione supportata o meno da TAC) e implantologia protesicamente
guidata, si illustrano gli attuali orientamenti
per le varie situazioni che si classificano, come segue,
in grado di difficoltà crescente:
1) implantologia standard, in osso nativo con condizioni locali (e generali) favorevoli
2) impianti postestrattivi
3) impianti con protesizzazione/carico immediati
4) casi complessi (grave atrofia, esiti di trauma, esiti di resezione per tumori). |
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Fig. 6 Protesi supportata da impianti inseriti in osso residuo insufficiente e in posizione scorretta con danno irreversibile, funzionale ed estetico. |
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IMPIANTI IN OSSO NATIVO
CON CONDIZIONI LOCALI FAVOREVOLI
Per le situazioni di monoedentulia la letteratura a
supporto è vastissima e mostra una percentuale di sopravvivenza media, anche a distanza di tempo (10
anni) che si avvicina al 100%. Un esempio dimostrativo può configurarsi nella sostituzione di un incisivo
laterale superiore che, in alternativa alla protesi tradizionale,
si può risolvere con quella implantare, senza
necessità di alcun intervento previo. Dopo l’inserzione,
guidata protesicamente, si attendono 2-3 mesi
per l’osseointegrazione prima di concludere con la
protesi definitiva.
Anche per le edentulie parziali l’implantoprotesi vanta
risultati positivi in oltre il 90% dei casi a distanza di
10 anni, a condizione di una pianificazione corretta, come illustrato da un caso in cui, in un’area edentula
con osso di supporto e tessuti molli relativamente fisiologici,
si inseriscono tre impianti, seguiti poi da una
riabilitazione protesica adeguata dal punto di vista
estetico e funzionale. (Fig. 7)
Lo stesso discorso vale per l’edentulia totale, che può
essere brillantemente risolta con l’utilizzo di impianti.
Le percentuali di sopravvivenza sono molto elevate,
anche se lievemente superiori nella mandibola
(> 95%) rispetto al mascellare superiore (90%), molto probabilmente a causa della diversa qualità dell’osso
nelle due arcate. Una protesi rimovibile nella mandibola
può essere supportata da due - quattro impianti,
mentre nel mascellare il numero minimo consigliato è
quattro. In caso di una soluzione protesica fissa, il numero
di impianti varia in genere da tre a sei nella mandibola
e da quattro a otto nel mascellare superiore.
Ci sono ovviamente casi che possono essere trattati
con più impianti, anche se non è vero che serve un
impianto per dente. |
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Fig. 7 A-B-C) Edentulia dei settori posteriori del mascellare superiore dx: la OPT mostra una buona altezza del tessuto osseo distalmente agli incisivi laterali, ma è presente un sorriso gengivale: la riabilitazione su impianti deve essere progettata correttamente, pena un risultato esteticamente pessimo D-E-F) Controllo clinico e radiografico dopo riabilitazione protesica finale, avendo seguito corretti principi di progettazione, come nel caso in figura 2. |
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IMPIANTI POSTESTRATTIVI
Attualmente rappresentano una tendenza assai diffusa
per cui è bene fornire qualche flash sugli aspetti di
mito e di realtà in essa presenti. La base biologica di
tale tecnica si trova dapprima in ricerche sperimentali
su animali dotate di supporto istologico, poi in studi
clinici sull’uomo che hanno dimostrato come l’osseointegrazione
possa avvenire normalmente in siti
postestrattivi. La bibliografia a tutt’oggi disponibile è decisamente minore rispetto a quella riguardante gli
impianti standard, ma presenta percentuali di sopravvivenza praticamente sovrapponibili (94-100%).
Il primo caso clinico riguarda un incisivo centrale superiore
che appare irrecuperabile per riassorbimento radicolare: la possibilità di estrarre il dente e di inserire
immediatamente nell’alveolo postestrattivo un impianto
rappresenta certamente, in un’area di rilevanza
estetica, un grande vantaggio. Si è approfittato per
innestare contestualmente del connettivo in modo da
ottenersi con la protesi definitiva, applicata dopo circa
tre mesi di guarigione, un ottimo risultato. (Fig. 8)
L’implantologia postestrattiva è fattibile anche in aree
più estese, come dimostra una letteratura non ampia
ma sufficiente, che riporta una percentuale di
sopravvivenza confrontabile a quella ottenuta con
l’inserimento a distanza di tempo dalla perdita degli
elementi dentari. L’unica controindicazione appare
essere attualmente una infezione acuta nella sede di
estrazione, per il rischio di fallimento implantare precoce.
Il mito da sfatarsi, cui si era creduto negli anni
passati, è che la presenza degli impianti impedisca
la naturale contrazione che si verifica sempre negli
alveoli dopo l’estrazione. Tale fenomeno non viene
in realtà arrestato dall’inserimento degli impianti; ciò
rappresenta il limite principale per l’implantologia postestrattiva,
che impone cautela nelle zone frontali
dove, a breve distanza di tempo, possono verificarsi
degli inestetismi legati alla contrazione dei tessuti duri
e molli. Ciononostante la metodica è utilizzata cercando
di rallentare questo riassorbimento con l’impiego
di biomateriali non riassorbibili, come mostrato
nel caso riportato in figura 8. |
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Fig. 8 A-B) Incisivo centrale superiore di destra perso a causa di rizolisi interna ed esterna 10 anni dopo reimpianto dentale post-traumatico C-D) Estrazione del dente e inserimento immediato di un impianto osseointegrato E) Controllo radiografico postoperatorio; F) Risultato protesico finale. | |