numero 2 anno XXVII     la rivista - articoli - Attuali orientamenti in implantologia
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Prima Parte
Seconda Parte - Dall'era pionieristica all'osseointegrazione
Implantologia guidata protesicamente
Impianti in osso nativo con condizioni locali favorevoli
Impianti postestrattivi
Protesizzazione-carico immediato
Situazioni complesse
Situazioni estreme-Trapianti ossei rivascolarizzanti
Conclusioni
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Attuali orientamenti in implantologia
Osteointegrata
a cura di Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Amedeo Zerbinati, Matteo Chiapasco e Paolo Casentini
al 50° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini
PRIMA PARTE
Amedeo Zerbinati


Lasciando al prof. Chiapasco il compito di illustrare le norme da seguirsi per realizzare una corretta implantologia, l’oratore presenta una carrellata di situazioni legate a insuccessi implantari cui si è trovato a dover porre rimedio. Si tratta di eventi non di natura biologica (quali la periimplantite) ma di natura meccanica, cioè di fratture dell’impianto, che purtroppo si verificano per diversi motivi, che si indicheranno caso per caso. Essendosi constatato che oggi molti odontoiatri applicano impianti in gran numero e con disinvoltura eccessiva, sembra opportuno ribadire la necessità di operare con maggior prudenza, tenendo presente anche i gravi danni che possono derivare al paziente da un insuccesso.

Un primo esempio si potrebbe chiamare di “impianto incluso” perché una porzione di struttura a cestello si trova, da un numero imprecisato di anni, in profondità nell’osso alveolare in sede di 1.4 in un paziente cui mancano tutti gli elementi distali al canino. Il chirurgo deve eseguire un grosso intervento demolitivo e icostruttivo in una posizione che è strategica per un’adeguata soluzione protesica.
In un altro esempio una OPT testimonia l’esecuzione dell’impianto nel 2000 in sede 3.7, dove nel 2004 rimane solo la porzione più profonda della fixture, non lontana dal canale mandibolare, con tutte le difficoltà che la rimozione chirurgica comporterà (Fig. 1).
Implantologia 02 2000 Frattura 04 2004  
Fig. 1 Porzione di fixture fratturata, non lontana dal canale mandibolare; la rimozione chirurgica comporta non poche difficoltà
Con un impianto in zona 4.6 nel 1997 un collega pensava di aver risolto il problema dell’edentulia posteriore al 4.5, ma non ha tenuto nel debito conto quali carichi occlusali si sarebbero esercitati su quel tipo di corona protesica (ad ampia superficie occlusale). Nel 2006 la porzione più coronale dell’impianto si è letteralmente frantumata aprendosi a cestello. Due impianti inseriti nel mascellare nel 1996, integri al controllo del 2005, pochi mesi dopo vanno incontro uno a frattura del corpo della fixture e l’altro della sede che accoglie la vite di connessione. Molto probabilmente si era verificato un invecchiamento chimico-fisico del materiale; il rimedio si presenta comunque problematico (Fig. 2).
Intervento 02-1996 Controllo-07-2005 Frattura 02-2006
Fig. 2 Fratture del corpo della fixture e della sede che accoglie la vite di connessione; il rimedio si presenta problematico
Di nuovo un problema di carico funzionale non corretto della protesi ha portato a un altro tipo di inconveniente, la frattura della vite di connessione: di solito si riesce a rimediare senza demolire osso, esponendo la fixture e svitando pazientemente la vite con l’aiuto degli ultrasuoni. Si completa poi il recupero dell’impianto con una tecnica rigenerativa (Fig. 3).

Un altro caso ha visto frustrato da frattura un cospicuo lavoro del chirurgo: estrazione di 1.5 irrecuperabile, rialzo del seno mascellare, inserzione postestrattiva di impianto. È stato necessario il rientro con asportazione consistente di tessuto osseo, per cui è divenuto impossibile riposizionare un impianto.
Il messaggio conclusivo, rivolto a tutti gli operatori che si occupano di implantologia, è che non si può affrontare l’inserimento di un impianto se non si possiedono le conoscenze scientifiche, merceologiche, tecniche e strumentali sufficienti per gestire un’eventuale complicanza, anche del tipo di quelle illustrate.
   
Fig. 3 Frattura della vite di connessione da carico funzionale non corretto della protesi; si riesce a rimediare senza demolire osso, esponendo la fixture e svitando la vite con l’aiuto degli ultrasuoni. Si completa poi il recupero dell’impianto con una tecnica rigenerativa.
SECONDA PARTE
Matteo Chiapasco e Paolo Casentini

DALL'ERA PIONIERISTICA ALL'OSSEOINTEGRAZIONE

Scopo della relazione è fornire delle informazioni aggiornate sull’utilizzo degli impianti osseointegrati per la riabilitazione protesica dei pazienti parzialmente o totalmente edentuli. È utile tracciare una sintetica storia dell’implantologia, partendo dalla sua fase “pionieristica”, durata all’incirca dal 1950 al 1975, nella quale si otteneva spesso la fibrointegrazione degli impianti.

Non sarebbe giusto negare il merito dei colleghi (non pochi italiani) che hanno portato il loro contributo in questo periodo iniziale, anche se, a posteriori, lo si deve riconoscere mancante di solide basi scientifiche. Talvolta si sono sottoposti i pazienti a pratiche stravaganti, facendo ricorso alle forme più bizzarre di impianti, quali quelli a disco, a tridente, ad ago, a lama di varia foggia, a “graffetta”, eccetera. Non sono mancate neppure le soluzioni fantasiose miste in cui erano affiancate morfologie e tecniche diverse. Alla osservazione degli oratori giungono frequentemente gli impianti sottoperiostei, che vengono proposti ancora oggi nonostante una storia di insuccessi, che nella migliore delle ipotesi si configurano in una più o meno marcata mobilità, nella peggiore in una perdita ossea del mascellare o della mandibola a volte estesa anche alla base scheletrica, per la cui riparazione non basta più un innesto ma si richiede magari un lembo libero rivascolarizzato. (Fig. 4)
Fig. 4 Impianto sottoperiosteo, collocato nel mascellare superiore, che ha provocato infezione cronica con osteomielite del mascellare, sinusite fronto-etmoido-mascellare e perdita subtotale del mascellare.
Nel 1975 è iniziata la fase in cui la ricerca scientifica ha anticipato l’applicazione clinica, come sempre dovrebbe
essere, con protocolli controllati e follow-up adeguati. A partire dai primi anni ‘70 si è affermata l’implantologia osseointegrata, i cui due capiscuola sono stati Brånemark e Schroeder, i quali hanno dimostrato che l’impianto, se lasciato guarire senza carico protesico per 3-6 mesi, diventa un tutt’uno con il tessuto osseo in cui è stato inserito, senza interfaccia di tessuto connettivale.

È utile ricordare i principi dell’osseointegrazione, come sono stati formulati da Brånemark:
1) impianti in titanio commercialmente puro
2) chirurgia atraumatica e sterile
3) uso dell’osso disponibile
4) stabilità primaria dell’impianto
5) assenza di carico per 3-6 mesi
6) assenza di connessione protesica fra denti naturali e impianti

In questa sede non si intende approfondire l’osseointegrazione da un punto di vista istologico, quanto piuttosto mostrare i protocolli clinici di riabilitazione protesica con impianti osseointegrati in vari tipi di edentulia. Si parte dai casi più semplici per approdare poi a quelli più complessi, seguendo però sempre una filosofia di impostazione comune, indipendentemente dalla situazione iniziale.
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