numero 2 anno XXVII     la rivista - articoli - lavori scientifici - La sigillatura di solchi e fossette dentali
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Riassunto
La prevenzione in odontoiatria
Le sigillature
I materiali sigillanti
Valutazione di intervento
Tecniche di preparazione
Comparazione fra vari metodi
Revisione in letteratura su tecniche ed efficacia delle sigillature
Discussione
Conclusioni
Bibliografia
Archivio
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La sigillatura di solchi e fossette dentali
  valutazione al microscopio ottico e al sem
di Daniele Scaminaci Russo*, Cristina Botti**, Roberto Rotundo*, Luca Giachetti***
Università degli Studi di Firenze Dipartimento di Odontostomatologia
* Assegnista di ricerca
** Libero professionista
*** Ricercatore, Insegnamento di Materiali Dentari
RIASSUNTO

La prevenzione di patologie odontoiatriche quali carie e malattia parodontale rappresenta oggi argomento di particolare interesse e, per questo motivo, la comunità scientifica è attiva nella ricerca di sistemi efficaci e privi di effetti collaterali. Tra le tecniche preventive rivolte verso la patologia cariosa, la sigillatura di solchi e fossette dentali rappresenta da tempo una delle metodiche più utilizzate.

Revisioni sistematiche di studi randomizzati evidenziano la mancanza di linee guida riguardo i materiali sigillanti da applicare e le tecniche di preparazione da utilizzare. Inoltre non c’è una quantificazione precisa sulla durata nel tempo delle sigillature.

Vista la mancanza di evidenze scientifiche concrete e protocolli univoci, è responsabilità dell’operatore valutare caso per caso la reale necessità di effettuare la procedura, in modo che sia efficace e che non produca invece un danno iatrogeno. Non sempre questo si verifica, soprattutto se l’intervento di sigillatura viene applicato in maniera indifferenziata senza tenere in considerazione le caratteristiche individuali del paziente.
Dai primi del ‘900 è stata introdotta una tecnica preventiva rivolta contro la patologia cariosa, la sigillatura di solchi e fossette dentali. Nel corso degli anni sono stati utilizzati vari materiali e tecniche di applicazione, associati a differenti tipi di preparazione dei solchi. Non esiste una riconosciuta linea guida che suggerisca in maniera univoca quali materiali sigillanti applicare o quale tecnica di preparazione utilizzare. Inoltre non vi sono certezze sulla durata nel tempo delle sigillature. Lo scopo del presente lavoro è valutare in maniera critica l’intervento di sigillatura attraverso l’analisi della letteratura scientifica.

LA PREVENZIONE IN ODONTOIATRIA

La carie

Secondo l’OMS, la carie dentale è un processo patologico localizzato, di origine esterna, che compare dopo l’eruzione del dente e si accompagna ad un rammollimento dei tessuti duri evolvendo verso la formazione di una cavità. È una malattia episodica con fasi alterne di demineralizzazione e rimineralizzazione, tali processi possono
verificarsi simultaneamente nella stessa lesione. La progressione e la morfologia sono variabili, dipendenti dal sito di origine e dalle condizioni generali della cavità orale (Tab.1) (1).
Estensione Velocità di progressione Tempi di formazione Localizzazione
• Carie incipiente (reversibile) • Carie acuta (rampante o destruente) • Carie primaria • Carie di solchi e fossette
• Carie cavitata (non reversibile) • Carie cronica (lenta o arrestata) • Carie residua • Carie delle superfici lisce
dello smalto
• Carie secondaria
(recidivante)
• Carie della superficie radicolare
Tabella 1 Criteri di classificazione della carie.
L’eziologia della patologia cariosa essendo multifattoriale include l’interazione di componenti diverse quali: ospite suscettibile, dieta ricca di carboidrati fermentabili e microrganismi ad attività cariogena. Le caratteristiche strutturali dei denti incidono notevolmente sulla possibilità di formazione della carie, se il dente presenta difetti strutturali o solchi e fossette molto accentuati si avrà un maggiore ristagno di residui alimentari e in particolare di batteri (placca batterica) che sono il fattore scatenante di un processo carioso.

È stato valutato che la carie delle superfici lisce da incipiente diventa cavitata in un arco di tempo che varia dai 12 ai 24 mesi. Una xerostomia patologica, indotta da farmaci o da radioterapia, diminuisce il periodo a 3 mesi rispetto ai soggetti sani. Il picco di incidenza di nuove lesioni si verifica 3 anni dopo l’eruzione del dente. Le lesioni occlusali si sviluppano più velocemente in pozzetti e fessure che su superfici lisce. La scarsa igiene orale e l’esposizione frequente al saccarosio possono creare demineralizzazione in sole 3 settimane (2).

Lo scopo di una corretta alimentazione è quello di identificare le fonti di saccarosio riducendone la frequenza di ingestione. Questa, associata all’igiene orale domiciliare, consente di avere maggior controllo sulla formazione della placca patogena (3).

Tecniche di prevenzione
La carie, insieme alla parodontite, è fra le più comuni malattie croniche e, sebbene sia presente dai tempi preistorici, i mutamenti dietetici dell’epoca moderna ne hanno aumentato la prevalenza. Il picco di incidenza di questa patologia iniziò a declinare tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 come conseguenza della scoperta del ruolo del fluoro nella prevenzione della carie, che portò negli anni ’50 e ’60 alla fluorazione dell’acqua potabile delle reti idriche, oltre che all’introduzione nel mercato di prodotti fluorati per l’igiene orale domiciliare.

Le principali azioni preventive rivolte contro la carie sono:
• Corretta alimentazione
• Igiene orale domiciliare
• Fluorazione delle acque
• Utilizzo di prodotti fluorati
• Assunzione sistemica di fluoro
• Frequenti visite odontoiatriche
• Sigillature di solchi e fossette dentali
LE SIGILLATURE

Come visto in precedenza, la zona anatomica di maggior interesse per quanto riguarda le lesioni cariose corrisponde ai solchi e alle fossette dentali: la sigillatura consiste nell’applicare un apposito materiale all’interno di queste zone affinché siano isolate dai batteri cariogeni. Nei primi del ‘900 si iniziò ad effettuare l’“Odontotomia profilattica”(4) che consisteva nell’otturazione sistematica di solchi e fossette in presenza o meno di carie. Tuttavia tale procedura non poteva essere considerata preventiva, dato che prevedeva l’asportazione di considerevole quantità di tessuto dentale sano per creare cavità ritentive per i materiali da otturazione dell’epoca (cementi al silicato e amalgama). Inoltre, fu dimostrato che l’odontotomia profilattica non riduceva, ma aumentava la probabilità di formazione di carie (5).

A metà degli anni ’50 furono poste le basi per un cambiamento radicale, grazie al contributo di Michael Buonocore – che sviluppò i presupposti delle tecniche adesive – e di Raphael Bowen che propose nuovi monomeri resinosi, componenti dei futuri compositi (6). Tali innovazioni portarono nel ’67 alla pubblicazione del primo articolo sul successo dell’applicazione delle resine come sigillanti su solchi e fossette (7). Nei primi anni Settanta furono messi a punto da Wilson e Kent(8) i cementi vetro-ionomerici, materiali che ancora oggi vengono considerati in alternativa alle resine composite.
I MATERIALI SIGILLANTI

Attualmente la scelta dei materiali sigillanti ricade sui cementi vetro-ionomerici e sulle resine composite. Molti studi non incoraggiano l’utilizzo dei cementi vetro-ionomerici a causa della minor ritenzione in confronto alle resine composite ma rimane ancora equivoco quale dei due materiali è più efficace nella prevenzione della carie (9).

I cementi vetro-ionomerici
La formulazione polvere/liquido comporta inevitabilmente la necessità di una manipolazione accurata del prodotto. Una modifica del rapporto polvere/liquido, infatti, può influire sulle proprietà fisiche dei cementi vetro-ionomerici. L’utilizzo di capsule predosate può evitare l’alterazione del cemento. Alla fine degli anni Ottanta sono stati introdotti(13) i cementi vetro-ionomerici modificati con Bis-GMA (fotoattivati), che alle proprietà dei cementi tradizionali (rilascio di fluoro e adesione alla dentina) uniscono la praticità e la velocità dell’attivazione mediante luce alogena. Per questo tipo di cementi, la reazione di presa è duplice: il tradizionale meccanismo di reazione acido-base e la polimerizzazione indotta dall’esposizione alla luce alogena. Grazie a quest’ultima, i tempi di presa risultano
inferiori, con indubbi vantaggi per il protocollo operativo.

Sono stati introdotti dei pigmenti cromatici nella polvere per migliorare il risultato estetico, che continua però ad essere insufficiente per l’effetto opacizzante del fluoro che non permette la riproduzione della naturale traslucenza dello smalto dentale. I cementi vetro-ionomerici non possiedono quindi le caratteristiche estetiche dei compositi e neanche la loro resistenza all’abrasione, con una conseguente breve durata nel tempo. Inoltre sono fragili e tendono a fratturarsi esponendo all’ambiente orale le porzioni sottostanti non sigillate di solchi e fossette.

Le resine composite
I compositi, o resine composite, sono dei biomateriali costituiti da tre fasi distinte: una fase organica (matrice); una fase intermedia (agente legante); una fase dispersa (filler o riempitivo). Nella maggior parte dei compositi, la matrice organica è costituita dalla resina di Bowen o Bis-GMA a base di bisfenolo A-glicidilmetacrilato.
I compositi differiscono tra loro soprattutto per il tipo di riempitivo, per le dimensioni delle particelle e per la percentuale di questo riempitivo presente nel composito. I riempitivi sono costituiti da particelle inorganiche provenienti da cristalli di quarzo, vetro borosilicato, vetro di bario, parti colloidali, silicato di bario, silicato di stronzio e alluminio, fluoruro di calcio.

Il filler ha la funzione di rendere più resistente la resina e contemporaneamente ne riduce il coefficiente di espansione termica. Più elevata è la percentuale di filler (dimensionalmente stabile) nella matrice organica (dimensionalmente instabile), minore è la contrazione. Attualmente le dimensioni di queste particelle variano da circa 0,02 μm fino a 2-5 μm.
L’associazione adesivi/compositi consente un risparmio di maggiori quantità di tessuto dentale sano rispetto all’amalgama e migliora la resistenza alla carie perché, se utilizzati correttamente, non determinano soluzioni di continuità tra dente e composito. Spazio tra le pareti e il materiale si trova invece nell’amalgama dove, tuttavia, possono depositarsi gli ossidi della lega. I compositi hanno un ampio spettro d’applicazione ma richiedono conoscenza dei materiali e dei substrati, delle tecniche d’applicazione e una attenzione scrupolosa nell’attuazione della tecnica. È necessario per esempio l’isolamento attento del campo operatorio, mediante l’utilizzo della diga.

I compositi tradizionali non sono dei buoni sigillanti, perché non penetrano facilmente nei solchi e nelle fossette a causa della loro viscosità relativamente elevata. Pertanto è richiesto l’utilizzo di resine composite ad elevata fluidità (flowable). Questi materiali sono costituiti dalle stesse particelle utilizzate nei compositi tradizionali, ma di dimensioni più piccole (circa 0,16 μm) e con un contenuto di riempitivo ridotto, che provvede ad abbassare il loro grado di viscosità(14). Il loro minor contenuto di riempitivo determina però proprietà meccaniche inferiori ed una contrazione da polimerizzazione più alta se paragonati ai compositi tradizionali(15, 16).

I sigillanti
La composizione dei primi sigillanti era a base di metilmetacrilato o di cianoacrilato. La maggior parte dei prodotti attuali non contiene riempitivi (o solo in modesta quantità) ed è composta da monomeri bifunzionali come quelli che costituiscono la matrice dei compositi. Il monomero principale presente in questi materiali è stato ampiamente sostituito dal Bis-GMA. Il monomero principale può essere diluito con unità con peso molecolare più basso come il TEGDMA o l’UDMA. L’aggiunta di piccole quantità di colorante conferisce al sigillante un aspetto leggermente diverso da quello dello smalto, rendendolo più facilmente visibile nei controlli periodici.
I materiali fotopolimerizzabili sono più semplici da usare rispetto a quelli autopolimerizzabili poiché possono essere applicati e lasciati scorrere per un periodo più adeguato prima di sottoporli alla luce per la polimerizzazione. È stata prodotta negli anni un’ampia varietà di sigillanti (Tab. 2).
Presenza di riempitivo Presenza di colorante Tipo di polimerizzazione Presenza di fluoro
• Riempiti (piccolissima percentuale di riempitivo) • Colorati (ad esempio con Biossido di titanio TiO2) • Autopolimerizzabili • Contenenti fluoro
• Non riempiti • Non colorati • Fotopolimerizzabili • Non contenenti fluoro
Tabella 2 Criteri di classificazione dei sigillanti.
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