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Adattamenti
Protesi
a cura di Alessandro Canton
PROTESI FISSA A TRE UNITÀ
H. De Backer et al. Int. J. Prosthodon. 2006, vol. 19, n° 6
Scopo del lavoro è stato valutare la sopravvivenza di protesi parziali fisse convenzionali a 3 unità per stabilire la frequenza e le cause dei fallimenti, nonché l’effetto dei perno monconi. Le opzioni terapeutiche per la sostituzione di un dente sono aumentate in questi ultimi anni, ciononostante, in caso di denti adiacenti estesamente restaurati, sono indicate le soluzioni in metallo ceramica, o interamente in ceramica.

Materiale
134 protesi parziali fisse a tre elementi, eseguite in venti anni (dal 1974 al 1992) di attività del reparto di Protesi e parodonto dell’Università di Gand (Belgio) su 98 pazienti, di età compresa fra 34 e 94 anni. Le protesi esaminate consistevano in elementi di ritenzione in oro ceramica o oro. L’estetica dei denti anteriori era salvaguardata dalla ceramica. Nella regione posteriore il margine degli elementi di ritenzione era sopragengivale, mentre nella regione anteriore era a livello gengivale.

I perno monconi in oro fuso si fecero separati dagli elementi di ritenzione, però fu sempre usata la stessa lega d’oro per i perni e i monconi. Prima della cementazione tutte le superfici dei restauri furono sabbiate; fu usato sempre lo
stesso fosfato di zinco.

Metodi
A tutti i pazienti fu offerto un programma semestrale di visite periodiche di manutenzione; furono valutati solo quelli che seguirono regolarmente il protocollo. I fallimenti furono divisi in:
- biologici (carie, problemi parodontali, frattura dente e problemi endodontici)
- tecnici/legati ai pazienti (perdita di ritenzione, frattura dell’armatura e rimozione per l’estensione parziale fisso)
- complicanze reversibili (ricementazione, devitalizzazione, otturazione su dente moncone su protesi intatta)
- complicanze irreversibili se era perduta la protesi o un dente della protesi.

Risultati
La principale ragione del fallimento irreversibile era stata la carie (38%) seguita da perdita di ritenzione (9,5%). La carie e la perdita della ritenzione associate erano osservate nel 14,3%. La percentuale di sopravvivenza globale era del 73,1% dopo venti anni. C’era differenza tra le percentuali di sopravvivenza nella mandibola per il gruppo con
denti vitali (93,6%), rispetto al gruppo con denti devitalizzati (69,3%). Il gruppo dei denti vitali del mascellare superiore (70,2%) rispetto a quello della mandibola riscontrò una differenza statisticamente significativa (P=0,045).

Conclusione
La sopravvivenza delle protesi parziali fisse a 3 unità in un periodo di venti anni é favorevole e dovrebbe essere confrontato con le altre opzioni terapeutiche, magari più recenti, ma mai valutate a lungo termine e, comunque, sottoporre questi dati al paziente.
DISINFEZIONE DELLE IMPRONTE
O. Al-Jabrah, Y. Al-Shumailan, M. Al-Rashdan Int.J. Prosthodon vol. 20 n. 3 2007


Dopo l’impatto con il virus dell’epatite C (HBV) e con il virus dell’immunodeficienza acquisita (HIV), gli operatori sanitari si sono resi consapevoli dei rischi di infezioni crociate tanto in Clinica che in Laboratorio. Per ridurre la trasmissione delle malattie infettive il personale sanitario (nessuno escluso: medici, assistenti, odontotecnici) deve
proteggersi, attuando un controllo barriera in modo costante. La principale via di trasmissione sono le impronte
e le protesi contaminate. Le impronte devono essere sciacquate, pulite (saliva, sangue, pus) e disinfettate,
poi inviate in Laboratorio. Ogni paziente può essere portatore di un agente infettivo e bisogna che gli odontotecnici indossino i guanti quando maneggiano le impronte.

La disinfezione può essere fatta o per immersione nella soluzione disinfettante (almeno 20 minuti) o per spruzzo
del disinfettante. L’immersione copre tutta la superficie, lo spruzzo riduce il rischio di deformazioni, ma è carente
nei sottosquadri. I disinfettanti per i batteri sono meno efficaci degli antibiotici. Dopo la disinfezione bisogna sciacquare accuratamente per togliere ogni residuo di disinfettante che potrebbe nuocere alla superficie del modello.

Scopo del lavoro
Determinare l’efficacia di quattro disinfettanti su tre materiali da impronta correntemente usati: alginato, poliestere
e polivinilsilossano.

Materiali e metodi
Nel Dipartimento di odontoiatria dell’Ospedale Principe Rashid di Irbid (Giordania) si presero 45 impronte mascellari da 15 sanitari (8 uomini e 7 donne) età compresa fra 23 e 38 anni. Per ogni partecipante furono prese tre impronte successive: 1 in alginato, 1 in poliestere, 1 in polivinilsilossano.

Risultati
Tutti i disinfettanti usati erano in grado di eliminare i microrganismi dalle impronte. Il semplice risciacquo delle
impronte in acqua sterile riduceva significativamente il numero dei microrganismi senza peraltro decontaminarle.
Per i campioni non disinfettati, le impronte in alginato non trattate sembrano portare più microganismi.
LA “BUONA RICERCA” IN PROTESI
Terry R. Walton Int. J. Prosthodon. vol. 19, n° 6


Negli ultimi 20 anni diverse certezze tradizionali sono state criticate e modificate e vi è un incessante impulso alla ricerca e allo sviluppo di nuovi prodotti e di nuove tecniche. La professione è carente di una supervisione da quando è multidisciplinare.
Recentemente infatti, la ricerca in implantologia è esplosa, dopo anni di silenzio. Ma forse la ricerca scientifica
che sta dietro non è più rigorosa come un tempo. Lo stimolo proviene da imprese commerciali che, per i molti prodotti coinvolti, intravedono un maggior guadagno per gli azionisti. Queste imprese commerciali hanno usurpato il ruolo dell’istruzione e prodotti e tecniche sono propagandati, pur avendo scarsa o addirittura assente valutazione
scientifica. Si arriva al punto che il personale addetto alla vendita offra ai clinici... istruzioni chirurgiche.

Il dentista generico di fronte a tecniche così facili e “prontamente guidate dal grande fratello” non invia più i pazienti a un collega più esperto e... prova anche perché le supposte percentuali di successo sono del 98 per cento!
Queste imprese commerciali hanno sfidato l’importanza dell’approccio multidisciplinare e l’autorevolezza di un protesista in grado di giudicare.
Sono disponibili dalla valutazione della situazione al piano di cura, all’intervento chirurgico, alla confezione del provvisorio: tutto compreso! Preme ricordare che una buona ricerca scientifica comporta:

• l’identificazione del problema
• lo sviluppo di una nuova tecnica o un prodotto alternativo
• la valutazione scientifica rigorosa per testarne l’efficacia
• la commercializzazione del nuovo prodotto o della nuova tecnica.

Troppo spesso in implantologia questo iter non è seguito: si identifica un problema, si commercializza il prodotto e poi si produce la valutazione scientifica (non sempre rigorosa) allo scopo di giustificare l’uso del prodotto. Nel caso che i risultati clinici siano sfavorevoli, c’è subito un prodotto pronto dato in sostituzione. Ma non si deve credere che
questo sia legato solo agli impianti. Pensate all’adesivo dentinale: siamo arrivati già alla nona generazione!
Il clima è di una completa anarchia.

La buona scienza non sempre comporta il trial clinico prospettico a cieco, controllato, randomizzato, si possono offrire benefici positivi ai pazienti attraverso l’esperienza acquisita dei clinici. Gli esiti collettivi devono essere ben documentati a lungo termine. I progressi della tecnologia dell’informazione offrono in tempo reale i dati acquisiti. Ancora riguardo all’implantologia, vi sono corsi su impianti sponsorizzati da ditte in cui gli insegnanti spesso sono
due parodontologi, un chirurgo orale e un dentista generico; se manca un protesista esperto, manca lo specialista in grado di guidare e di indirizzare il piano di lavoro.
FIBRE DI RINFORZO PER PROTESI MOBILE
W. Hedzelek, P. Gaidus Int. J. Prosthodont. vol. 20 2007


In tutti i materiali di resina acrilica si possono verificare fratture, nonostante l’impegno della ricerca dell’industria e l’accuratezza degli odontotecnici. Un metodo per aumentare la resistenza delle placche è di includere fibre sintetiche nel protocollo di esecuzione. Le fibre di rinforzo occorre soddisfino diversi fattori: la biocompatibilità,
lo spessore, l’adesione, il colore.

Sembra che le fibre di vetro soddisfino questi requisiti. Scopo del lavoro, eseguito presso l’Università di Scienze Mediche di Poznan (Polonia), è stato paragonare la resistenza meccanica di una base protesica rinforzata con un reticolo oppure con un fascio di fibre di vetro.

Materiali e metodo
Per i campioni sperimentali si usarono modelli di silicio e gesso di una mascella edentula per costruire 20 basi protesiche palatali con resina acrilica polimerizzata a caldo. 10 campioni furono rinforzati con un reticolo di fibre di vetro: 1 strato su 5 campioni, 3 strati su 5 campioni, in relazione fra loro a un angolo di 45°.
Nei 5 campioni restanti si usarono fibre di vetro unidirezionali 3x75 mm sopra la cresta alveolare. Il gruppo di controllo non aveva fibre.
Le basi protesiche furono lasciate per due settimane in acqua a temperatura ambiente. Le prove di rottura furono eseguite con macchina usata dall’industria per prove sui materiali. I risultati furono analizzati statisticamente.

Risultati
I valori di resistenza più alti si ottennero nei campioni con tre strati di fibre, mentre i valori più bassi nelle protesi di controllo. Anche l’aumento della resistenza alla frattura riscontrata fra un rinforzo su uno strato era del 5% rispetto a quella riscontrata sui tre strati (35%). Anche il numero dei frammenti era molto inferiore rispetto a campioni
di controllo.

Conclusioni
Lo studio conferma che la resistenza meccanica alle fratture della base palatale protesica è aumentata se rinforzata con tre strati di fibre di vetro.

La Rivista di Odontoiatria