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a cura di Alessandro Canton |
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LA CURA ENDODONTICA SOTTO INDAGINE
H. De Backer, G. Van Maele, V. Decock, L. Van den Berghe
Int. J. Prosthodont. 2007 vol. 20 n. 3 |
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Le protesi sui restauri di pernomonconi
su denti devitalizzati
sono molto discusse in merito
alle percentuali di sopravvivenza
dei denti devitalizzati.
Mancando l’evidenza scientifica
sono necessari trial clinici controllati
e randomizzati per dare al dentista
maggiori chiarimenti.
Diversi studi indicano che i risultati
migliori si ottengono su denti devitalizzati
con struttura dentaria sana,
incapsulati, senza restauro con
perno. Ciononostante se manca la
manutenzione la carie distrugge il
dente.
Scopo dello studio
Analizzare i risultati di sopravvivenza
a lungo termine di perni e monconi
su denti devitalizzati, restaurati
con corone complete, protesi
dentali fisse, eseguite in un periodo
di 16-20 anni nella Facoltà di
Medicina nella Clinica Universitaria
di Ghent in Belgio.
Materiali e metodo
Per l’analisi era disponibile la documentazione
completa sui procedimenti
terapeutici e la manutenzione
di 1037 corone complete,
134 protesi fisse a tre unità, 322
protesi fisse e 168 denti devitalizzati
in protesi fisse.
Tutti i denti devitalizzati avevano un perno-moncone. Per evitare rimozione eccessiva di dentina, non si
usò nessuna preparazione particolare
per i denti con perno-moncone.
Si preferiva una ferula standard
di due millimetri. Mentre per le corone
complete con perno-moncone
i perni e le corone erano fusi in
un solo pezzo, nei ponti i perni dei
monconi in oro fuso erano eseguiti
separatamente dal loro elemento.
Tutti i pazienti furono invitati a un
programma regolare di mantenimento
di controllo semestrale. Durante
queste sessioni erano eseguiti
esami diagnostici e di terapia,
come:
• monitorare la presenza di placca
• valutare il sanguinamento gengivale
• sondare il solco gengivale
• radiografare i periapici
• controllare la presenza di lesioni
cariose radicolari al colletto
• controllare la ritenzione
• costatare i fallimenti. I fallimenti
furono divisi in due gruppi: complicanza
irreversibile se il restauro
e il dente erano perduti e
complicanza reversibile se era
necessaria la ricementazione, il
trattamento endodontico o l’otturazione
sul dente moncone
con il restauro intatto.
Risultati
Le corone complete valutate al diciottesimo anno erano del 74,9 per
cento per il gruppo vitale e del
79,4 per il gruppo devitalizzato.
Le protesi dentali fisse a tre unità,
la percentuale di sopravvivenza era
dell’83,2 per il gruppo vitale e del
60,4 per cento nel gruppo devitalizzato.
Per le protesi dentali fisse la percentuale
di sopravvivenza al ventesimo
anno era del 77,4 per il gruppo
vitale, mentre per il gruppo con
almeno un moncone devitalizzato
la percentuale era del 56.
Per le protesi con estensioni con
monconi vitali la percentuale era
del 73 per cento al sedicesimo anno,
mentre per il gruppo non vitale
con almeno un dente devitalizzato
la percentuale era del 53 al diciottesimo
anno.
Conclusioni
Non si é evidenziata una differenza
statisticamente significativa a lungo
termine fra corone complete cu
monconi vitali e monconi devitalizzati,
o in protesi fisse a tre unità su
monconi vitali, rispetto a quelli con
uno o due denti devitalizzati.
Le protesi con più di tre unità in
funzione aumentano il rischio di
perdita di ritenzione e perdita di restauro
nel suo insieme.
L’uso di un moncone devitalizzato
comporta un maggior numero di
fallimenti. I fallimenti delle protesi
con estensione si verificano in
percentuale maggiore in presenza
di almeno un moncone devitalizzato. |
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IL LASER IN ENDODONZIA
Oliver A. Centrella
Dimensions 3 2007
Nonostante l’avvento dell’implantologia,
l’endodonzia
non ha perso la sua importanza
nella mentalità di ogni operatore
odontoiatrico. Ognuno cerca
ogni mezzo per attuare una terapia
la più possibile accurata: dalla strumentazione
meccanica alla dotazione
di microscopi operatori, alla
misurazione elettronica della lunghezza
dei canali, al laser.
La struttura anatomica del dente è
difficile immaginarla nelle tre dimensioni:
canali laterali, denticoli, svasamenti
fino al delta apicale, sono
molto lontani dalla razionale illusione
di un solo canale per radice!
Malgrado l’uso di diversi strumenti,
il complesso sistema di canalizzazione
con le sue anfrattuosità microscopiche
può offrire rifugio a colonie
di germi. Queste sono le notevoli
difficoltà che ogni operatore deve
affrontare.
Contro le infezioni
Le infezioni della polpa dentale sono
spesso dovute a germi gram positivi
e gram negativi anaerobi, che
purtroppo non infettano solamente
la polpa e i suoi canali secondari, ma anche i canalicoli dentinali e
molti Autori sono del parere che
questo sia il motivo dell’insuccesso
di alcune terapie.
Pertanto in ogni tempo ci si è posti
il problema di liberare tutto il deposito
patogeno dei canalicoli dentinali
e distruggere i germi presenti in
essi.
Nonostante le irrigazioni disinfettanti,
effettuate dopo l’accurata
preparazione meccanica dei canali,
i tuboli dentinali restano inaccessibili. Così si è arrivati a pensare al laser.
Ma quale tipo di laser dal momento
che una decina di lunghezze
d’onda sono attualmente usate in
odontoiatria? Qual è la più indicata
in endodonzia?
Occorre poter disporre di un laser di
un sistema in grado di penetrare profondamente nei canali della radice
e la lunghezza d’onda specifica
non deve essere adsorbita dalla
dentina, composta da idrossiapatite
ed acqua, per aumentare la
profondità di penetrazione.
L’uso corretto
Il fascio luminoso del laser altera la
membrana cellulare dei batteri e li
uccide. Certamente l’apporto di una grande energia in uno spazio
così ridotto non esclude un certo rischio
per il tessuto periapicale.
In pratica, dopo aver applicato la diga,
il dente è aperto coronalmente
e sono individuati, con il microscopio operatorio, gli ingressi dei canali.
I canali sono alesati meccanicamente
dalla corona all’apice, preferibilmente
fino alla profondità di ISO
30 o 40.
Viene effettuata l’irrigazione con
ipoclorito di sodio e EDTA. Dopo
aver asciugato i canali con coni di
carta assorbente, il dente è pronto
per il trattamento con il laser: con
lunghezza d’onda adeguata di 800
nm e una guida flessibile di 200 millimicron.
Questa guida flessibile viene
introdotta nel canale così preparato
e misurato fino all’apice (perché
non deve essere superato). Si
regola l’intensità: 2Watt / 15 Hertz /
5 secondi. Dopo aver liberato l’energia
la guida deve essere ritirata
dal canale con un movimento rotatorio
lento (in cinque secondi).
Questo procedimento deve essere
ripetuto per cinque volte per ogni
canale (senza superare l’apice).
L’otturazione radicolare è attuata
immediatamente dopo l’applicazione
del laser. La radiografia dopo sei
mesi conferma il successo dell’intervento. |
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DIETA E METABOLISMO OSSEO
Int. J. Prosthodont. vol. 20, n. 2 2007
I ricercatori Jehle, Zanetti, Hulter e
Krapf del Kantonospital Brudrholz/
Basel in Svizzera hanno pubblicato
un articolo su J. Am. Soc.
Nephrol (2006; 17) in cui si rende conto
degli studi pluriennali sperimentali e
clinici effettuati nell’Ospedale
Cantonale di Basilea sui cambiamenti
del metabolismo minerale nell’osso
esposto ad ambienti acidi. Al dottor
Reto Krapf Capo del Dipartimento é
stato chiesto come possa agire il citrato
di potassio nel metabolismo dell’osso.
Ha così risposto: La dieta dei
Paesi occidentali é prevalentemente a
base di farina di grano e proteine animali.
Il carico acido di questi alimenti
ingeriti per decenni comporta la dissoluzione
fisico-chimica dei minerali ossei
ed alterazione delle cellule ossee. L’ambiente acido determina una diminuzione
del pH sistemico, ipercalciuria con
mobilizzazione del calcio delle ossa e
perdita di Potassio. L’acidosi metabolica
altera la funzione degli odontoblasti con
diminuzione di produzione ossea e riassorbimento
osseo. Nei paesi occidentali
si constata un gran numero di fratture
ossee in età avanzata per la ridotta densità
minerale, a causa della esposizione
di decenni di acidosi metabolica dovuto
alla dieta. Nelle donne nei primi anni dopo
la menopausa il mutamento ormonale
concorre e aggrava il rischio dell’osteoporosi.
Lo studio sperimentale fu
condotto su donne non vegetariane con
osteoporosi, in menopausa da almeno
cinque anni. Il gruppo sperimentale ricevette
una dose quotidiana relativamente
bassa di citrato di potassio (30 mmol); mentre il gruppo di controllo ricevette
la stessa quantità di Potassio ma sotto
forma di cloruro di potassio. Tutti i
partecipanti ricevettero carbonato di
calcio (500 mg), vitamina D3 (400 IU).
I risultati rivelarono che il citrato di potassio
portava ad un aumento della
massa ossea. Nel gruppo sperimentale
la eliminazione del calcio era ridotta
dopo 6, 9, 12 mesi rispetto ai controlli.
Era stata constatata una diminuzione
della pressione sanguigna in entrambi
i gruppi. L’uso prolungato di citrato
di potassio dimostrò che l’aumento
della densità minerale ossea
era legato alla effettiva soppressione
del riassorbimento. I danni causati dagli
acidi della dieta ricca di proteine
animali e di grano (riassorbimento osseo)
possono essere neutralizzati con
l’assunzione di una compressa di citrato
di potassio e da una dieta a base
di proteine vegetali, frutta cereali
come farro e orzo. |
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