numero 3 anno XXVI     la rivista - articoli - Restauri in composito
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  Restauri in composito
Estetica e affidabilità
a cura di Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Fabio Toffenetti e Roberto Spreafico per l’Accademia Italiana di Conservativa al 50° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini
Gli obiettivi dell’odontoiatria conservativa possono così riassumersi:
• eliminare la lesione patologica
• restaurare l’anatomia
• ripristinare la funzione
• proteggere la polpa
• eseguire un restauro che risulti invisibile
• mantenere il risultato il più a lungo possibile e nella maniera più semplice.

I restauri in composito nei settori posteriori e anteriori presentano problematiche cliniche differenti.
Nel restauro dei denti posteriori è necessario principalmente: a) controllare gli stress derivanti dalla contrazione da polimerizzazione,
b) assicurare un sigillo marginale che impedisca l’infiltrazione,
c) evitare la sensibilità postoperatoria,
d) realizzare un’anatomia occlusale e prossimale adeguate, con un corretto punto di contatto,
e) rispettare i tessuti parodontali,
f) ottenere un colore simile a quello del dente.

Il restauro dei denti anteriori, per il loro molto maggior impatto estetico, richiede:
a) un’accurata selezione della tinta del materiale,
b) una composizione avveduta di masse con diverse tinte e saturazioni, e di masse opache e translucenti,
c) un’elevata integrazione cromatica marginale e
d) una morfologia corretta anche nei dettagli.
L’insieme di tutte queste caratteristiche consente di integrare armonicamente il restauro nel contesto della dentatura naturale.
RESTAURI POSTERIORI

Ancora oggi sono disponibili, oltre ai materiali “estetici”, l’amalgama e l’oro, che hanno rappresentato per oltre un secolo i pilastri della conservativa. L’amalgama in particolare ha indicazioni ampie che vanno dalle cavità piccole, alle medie fino alle più estese e complesse; il suo svantaggio principale (comune anche all’oro), oltre a quello del colore diverso dal dente, risiede nella necessità di essere stabilizzato con macroritenzioni e talora con ritenzioni supplementari (pozzetti, solchi ecc.) che comportano il sacrificio di tessuto dentale sano e a volte il rischio di incontrare la polpa o il parodonto.

L’odontoiatria adesiva, potendo affidare la stabilità dei restauri alla sola microritenzione, offre non solo la possibilità di preparazioni più conservative, ma soprattutto di trattare le distruzioni coronali più estese con un approccio completamente diverso. Ciò rappresenta il suo vantaggio principale, superiore a quello di poter impiegare materiali del colore del dente.

Nel caso illustrato dalla Fig. 1 il piano di cura tradizionale probabilmente avrebbe previsto il trattamento endodontico, l’inserimento di uno o più perni, la ricostruzione preprotesica e infine la preparazione totale per l’esecuzione di una corona completa; è noto come la terapia endodontica comporti di per sé un sacrificio notevole della struttura dentale sana e un indebolimento della resistenza biomeccanica del dente.

La tecnica adesiva invece consente di risolvere situazioni nelle quali siano presenti gravi perdite di sostanza, ma vitalità pulpare integra e sufficiente quantità di smalto periferico con meno invasivi restauri indiretti parziali. Il risparmio è ragguardevole dal punto di vista sia biologico sia economico. Nel caso in esame sono bastati infatti due appuntamenti: il primo per rimuovere l’amalgama infiltrato e i tessuti lesi, preparare la cavità, costruire una base e rilevare l’impronta, il secondo per cementare l’overlay adesivo.
Fig. 1 A Restauro in amalgama infiltrato; B Dopo rimozione dell’amalgama e del tessuto cariato, si sono eseguiti preparazione e build-up; C Overlay dopo 4 anni; D Radiografia a 4 anni
Nell’ultimo decennio l’uso dell’amalgama si è quasi del tutto abbandonato per diversi motivi quali la tossicità per i pazienti, peraltro mai dimostrata; l’aumento delle esigenze estetiche; i problemi biomeccanici (non rare le fratture);
il sacrificio dei tessuti dentali; infine il miglioramento progressivo di adesivi e compositi, verso cui si è indirizzata la maggior parte dei clinici. Infatti anche il problema più controverso, la longevità di questi restauri, ha conosciuto in tale periodo un trend positivo nella valutazione della letteratura, parallelamente al miglioramento dei materiali. Una ricerca del 1998 (Collins C.J. et al J Dent 1998; 4: 311-7) aveva trovato a otto anni un numero di fallimenti da doppio a triplo dei compositi rispetto agli amalgami, dato piuttosto sconfortante.

Molto più recentemente invece una ricerca di due odontoiatri olandesi (Opdam N.J. et al Dent Mater 2007; 1: 2-8), paragonando restauri in composito e in amalgama eseguiti nei loro studi, quindi nelle condizioni tipiche del dentista generico, non hanno trovato fino a 10 anni differenza di durata. Una serie di studi a lunga distanza ha riportato per i restauri in composito longevità differenti (spiegabili con il fatto ben noto che la variabile più importante è costituita dall’operatore), ma complessivamente rassicuranti. Si sono evidenziate infatti sopravvivenze del 66% e del 76% dopo 17 anni; del 74%, dell’82% e del 100% dopo 10 anni.

Una ricerca tedesca infine ha compiuto un’analisi degli studi longitudinali e trasversali (cross-sectional) disponibili nel 2001 e ha concluso che, nonostante fosse difficile e forse non molto corretto mettere insieme i risultati dei due tipi di ricerche, era possibile ricavarne una tendenza confortante. A parte i cementi vetro-ionomerici usati come materiali da restauro, tutti gli altri materiali testati presentavano una percentuale annua di fallimento abbastanza simile. Attualmente si può dunque sostenere l’indicazione delle resine composite anche nei settori posteriori.

Molti aspetti operativi della realizzazione di restauri posteriori meriterebbero un approfondimento; ci si sofferma brevemente su tre:
1) come controllare gli stress derivanti dalla contrazione da polimerizzazione,
2) come ottenere un punto di contatto adeguato,
3) come realizzare una corretta anatomia occlusale e prossimale.

Con gli attuali compositi è impossibile evitare la contrazione da polimerizzazione e gli stress relativi, ma è possibile limitarne l’entità in modo tale da ridurre al minimo le conseguenze negative. L’uso di buoni adesivi, la stratificazione del materiale e la ricostruzione con intarsi adesivi costituiscono le principali misure atte a risolvere il problema.

Nel 1986 Lutz F. e collaboratori avevano definito fondamentale la stratificazione ai fini di contenere gli 214 stress da contrazione. Più recentemente però altri AA (Tjan A. H. nel 1992, Versluis A. nel 1994 e Tachibana K. et al nel 2004) hanno sostenuto che non vi sono dati conclusivi circa l’efficacia della stratificazione nel controllo degli stress da polimerizzazione. Ciò può essere in parte spiegato con le migliori performance degli adesivi e dei compositi più moderni.

In ogni caso la tecnica a strati è necessaria per altri motivi: il più importante è che incrementi che superino un certo spessore (comunemente indicato in 2 mm) riducono la quantità di energia luminosa a livelli incompatibili con un’efficace attivazione dei fotoiniziatori, con conseguenze negative sulle qualità meccaniche e di biocompatibilità del restauro. Altri vantaggi della stratificazione sono l’ottenimento di una migliore morfologia e, per i denti frontali, una migliore estetica.

Il quesito riguardante il numero degli strati non trova una risposta nella letteratura, perciò il suggerimento pratico è di tenere come punto di riferimento lo spessore massimo che può avere ogni strato (mediamente 2 mm, anche se possono essere necessari strati più ridotti in rapporto a diversi fattori, quali la distanza puntale luminoso/composito): le dimensioni della cavità indicheranno quanti apporti siano consigliabili.

La sequenza operativa è illustrata dalla Fig. 2: eseguite le preparazioni e applicate le matrici metalliche sezionali, si costruiscono con il 1° apporto le pareti prossimali dello spessore di circa 0,5 mm, trasformando le cavità di II classe in I classe. Asportate le matrici si applica sul fondo cavitario, come liner, 1/2 mm di composito flowable (2° strato): anche se è controversa l’efficacia di questo nel contenere gli stress, non ne è mai stato dimostrato un effetto dannoso.

Il 3° strato è di dentina e l’ultimo di smalto, sempre in spessori inferiori ai 2 mm. Rimossa la diga, il controllo dell’occlusione evidenzia due punti più marcati sul restauro che vengono ridotti con una fresa a rosetta in carburo di tungsteno di diametro appropriato.
La fotografia a due settimane evidenzia la buona qualità dell’anatomia prossimale e occlusale, con le creste marginali arrotondate che guidano il passaggio del filo interdentale senza tagliarlo.
Fig. 2 A Cavità preparate; B Matrici applicate; C Pareti prossimali, flow sul fondo cavitario; D Strato di dentina; E Restauro ultimato con strato di smalto, piccolo ritocco occlusale; F I restauri a due settimane
Per quanto riguarda l’anatomia occlusale, modellandola prima della polimerizzazione si ottiene un risultato più naturale e in minor tempo che non scolpendo con la fresa il materiale indurito. Anticipare già nella modellazione della dentina (almeno della più superficiale in cavità profonde) l’andamento del solco principale permette di creare le giuste proporzioni fra le cuspidi limitando al minimo il lavoro successivo di rifinitura.

(Fig. 3) L’ultimo strato (di smalto), che può essere abbondante perché la maggior parte della massa verrà rimossa durante la modellazione, si adatta con cura a tutte la pareti per mezzo di strumenti di metallo particolare, trattato in modo che non aderisca al materiale, evitando la pratica di umettare le estremità con il bonding per non alterare la superficie del composito. Con l’apposito strumento conico appuntito si delinea il solco principale penetrando in profondità nello smalto fino a ritrovare quello creato nella dentina, poi si tracciano i solchi secondari.
Fig. 3
Anticipazione del solco principale nella modellazione della dentina superficiale
La corretta inclinazione dei versanti cuspidali è ricavata appoggiando lo strumento sulle porzioni integre degli stessi e osservando quelli dei denti vicini; in questa fase si scartano tutti gli eccessi in modo da eliminare o limitare al minimo l’uso delle frese da rifinitura.
Si perfeziona l’adattamento marginale, chiudendo eventuali vuoti, con l’ausilio di un pennellino monouso asciutto e si polimerizza. Si riapplica la luce attraverso uno strato di glicerina e si procede alla rifinitura, per la quale, se si è operato correttamente, basterà l’impiego di sole minipunte in silicone Shofu brownie, montate su manipolo ad anello rosso e raffreddate con getto d’acqua molto abbondante.
Si termina con la brillantatura per mezzo di spazzolini appositi.

Nei casi di distruzione coronale estesa per il ripristino dell’anatomia occlusale i riferimenti delle cuspidi residue sono scarsi o nulli ed è più difficile gestire un corretto rifacimento delle superfici prossimali con il metodo diretto di ricostruzione. Conviene optare per un restauro indiretto nel quale l’odontotecnico, anche grazie all’uso dell’articolatore, può modellare una morfologia ideale a livello occlusale oltre che interdentale. (Fig. 4)
Fig. 4 A Restauro in composito da sostituirsi; B Corretta morfologia dell’onlay in situ
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