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  Odontotecnica: l'era dei pionieri
testi e disegni di Guido Soave
LE “REVERSE PIN”

La tecnica delle “Reverse pin” le punte riverse, credo sia stato uno sviluppo della tecnica “Pin Ledges”. Eravamo ormai negli anni ’60 e dall’America ci giunse questa tecnica, soprattutto per splintare gli anteriori. Denti vacillanti per paradentosi o altro venivano bloccati con pernietti parapulpari paralleli “Pin Ledges” in fori realizzati con parallelizzatori bloccati sui denti limitrofi, vedi il “Loma linda parallelometer”. La tecnica descritta da odontoiatri come Baum, Curtis, Schnepper e soprattutto dal dottor David Shooshan su riviste specialistiche, era anche divulgata da ditte che producevano frese speciali “Spirec drill” e leghe auree idonee per rigidezza e perfezione dei margini più sottili.

Si apriva un nuovo orizzonte tecnico! L’idrocolloid reversibile era il materiale ideale per impronte perfette nei particolari che permetteva, assieme ai rivestimenti scientifici per fondere, realizzazioni di manufatti pressoché perfetti. In quegli anni incominciavano a venire in Italia eminenti odontoiatri americani per tenere conferenze e corsi avanzati.
Vi dicevo dell’uso del parallelizzatore nelle preparazioni dei fori per i pernietti parapulpari, ebbene un medico americano, Rex Ingraham era autore, fra l’altro, assieme a Russel W. Bassett e R. Koser John, di un bellissimo atlante “An Atlas of Cast Gold Procedures” 1964, che conosceva l’italiano avendo fatto la guerra di Trieste. Ci raccontò una storiella che vi voglio ripetere per darvi un’idea dello spirito antiaccademico ed entusiasta che apriva, in quegli anni, la professione odontoiatrica e quella odontotecnica a nuove esperienze.

“Un professore universitario e due suoi allievi furono coinvolti in un incidente automobilistico. Trauma cranico per tutti e tre. Dopo i necessari giorni di cura e di controlli, uno alla volta furono visitati e interrogati dallo specialista. Primo uno dei giovani allievi al quale, per sapere il grado di normalizzazione mentale, fu chiesto indicando un polso: cos’è questo? Risposta: un gomito. E questo, indicando un gomito: una spalla. E questo, indicando una spalla: un polso. Al che il professore disse: è un po’ presto per dimetterla, torni in reparto. Chiamò il secondo giovane medico e fece, variando un po’, le stesse domande. Risposte nuovamente sbagliate. Per ultimo chiamò il non più giovane Professore e chiese, indicando un gomito: cos’è questo? Risposta: un gomito. Cos’è questo? indicando una spalla. Risposta: una spalla. Cos’è questo? indicando un polso. Risposta: un polso. Stupito per la differenza di ripresa lo specialista chiese: ma come ha fatto, alla sua età a riprendersi più in fretta dei suoi giovani allievi e rispondere esattamente alle mie domande? Sorridendo il professore rispose: ho usato i miei vecchi coglioni”.

Morale della favola, usate il cervello e tenete bloccati polso, gomito e spalla mentre trapanate a mano libera! Anche in laboratorio dobbiamo fare della isodromia. Dobbiamo usare i coglioni? Il decennio ’60-’70 fu tutta una corsa per apprendere cose nuove. Era come se ci fosse una primavera professionale. Quasi come gli impressionisti che nella seconda metà dell’Ottocento escono dalle accademie e si mettono a dipingere all’aperto! Negli Stati Uniti, per merito soprattutto di gruppi di studio formati da eminenti odontoiatri, si studia la fisiologia della bocca, le sue implicanze nei movimenti mandibolari e l’anatomia occlusale dei denti che a quei movimenti deve essere sinergica.

Era conseguente il desiderio di inventare degli articolatori, sui quali costruire le protesi, che riproducessero quei movimenti. Così il dottor Stuart costruì il suo computer manuale. Il dottor Payne aveva per primo modellato in cera delle superfici occlusali che occludevano in bilanciamento bilaterale, valido per le protesi totali ma non, come ancora si credeva nei suoi anni, nelle ricostruzioni totali fisse. Ricostruzioni bellissime anche se il concetto risultò, pochi anni dopo, errato. Si faceva strada il principio della disclusione in protusiva e della protezione canina in lateralità. Ciò che il dottor Peter K. Thomas chiamò “Organic occlusion”.

Prima il dottor Mc Collum, padre della gnatologia moderna, aveva, come Zeus con la figlia Atena, nata dal suo capo, aiutato, con il suo insegnamento, la nascita di un gruppo di scienziati! Il dottor Peter K. Thomas realizzò la sua tecnica “Full Mouth Waxing Technique for Rehabilitation Tooth-to-Tooth Cuspfossa of Organic occlusion”. In quegli anni anche in Europa vi erano fermenti di ripresa professionale e per merito del dottor Augusto Biaggi nasce a Brugg, Svizzera, un primo embrione di una associazione che avrà negli anni seguenti un grandissimo sviluppo.

Gli “Amici di Brugg”, un’associazione, che per la prima volta associa Medici e Odontotecnici con la finalità dello sviluppo professionale, sotto la guida di un medico carismatico affiancato da un valente studioso e ricercatore, il prof. dott. Luigi Castagnola. Biaggi e Castagnola hanno dato dignità agli Odontotecnici che se lo meritavano incominciando dal compianto Steimer. Non più dunque, “meccanici” ma collaboratori per la protesi. Uno scambio continuo di esperienze e di studi, soprattutto nelle riunioni annuali, in un clima di fraterna amicizia. La funzionalità e l’estetica nelle ricostruzioni protesiche, nel rispetto dei tessuti portanti, spingono anche gli Odontotecnici ad imparare: studiare i materiali e le tecniche di applicazione è essenziale.

In un clima di grande interesse arrivano in Italia i migliori gnatologi americani e fra questi il dottor Peter K. Thomas. Invitato dal prof. Martignoni all’istituto Eastman di Roma, vi tenne il primo corso di modellazione “Organic Occlusion”. Fu una rivelazione! Capimmo perche “l’occlusione è l’odontoiatria e l’odontoiatria è l’occlusione”. Il corso, che non fu il solo, ma il primo di una lunga serie, non riguardava solo la modellazione, ma tutta l’odontoiatria protesica dalla semplice corona alla riabilitazione totale.

Ma niente ceramica occlusale. Disse, “non metterei ceramica occlusale neanche nella bocca di un morto!”. Il motivo, dovuto alla retrazione della ceramica durante la cottura, era l’impossibilità di ottenere quei contatti tripodali ottimali per l’equilibrio occlusale. Inoltre il materiale ceramico, molto più duro della sostanza dentale, mal si inserisce nella normale usura fisiologica. Neanche le leghe per sovracottura della ceramica avevano allora caratteristiche metallografiche idonee per una superficie occlusale ideale. Erano di scarsa durezza e rigidità.
Perciò la scelta era di leghe con più alte qualità su cui cementare vestibolarmente prefabbricati ceramici.
La tecnica prescelta era la “Reverse Pin”.

Questa tecnica si divulgò anche in alcuni paesi d’Europa. In Italia nel 1965, su incarico della ditta americana Williams che fabbrica leghe dentali, tramite il suo rappresentante Sig. Camorali, il sottoscritto ebbe l’incarico di dirigere l’edizione italiana della rivista della ditta e di fare dei corsi di apprendimento (fig. 7).
Fig. 7
…La tecnica prescelta era la “Reverse Pin”.
Questa tecnica si divulgò anche in alcuni paesi d’Europa.
In Italia nel 1965, su incarico della ditta americana Williams
che fabbrica leghe dentali, tramite il suo rappresentante
Sig. Camorali, il sottoscritto ebbe l’incarico di dirigere
l’edizione italiana della rivista della ditta e di fare dei corsi di
apprendimento…
Tecnica non facile, ma che poteva dare risultati ottimali. La preparazione dei denti anteriori o dei premolari come pilastri di sostegno per corone e ponti per la ricostruzione con “Reverse Pin” non obbligava il medico a particolari metodiche. Bastava l’usuale preparazione per Veneers con forma a proiettile e spalla tipo “Chamfer”. Già il medico poteva scegliere i denti punte oro per dentiera adatti per forma e colore al caso. Altrimenti poteva scegliere il tecnico, su indicazione precisa, ma leggermente più grandi. Per prima cosa, dopo un controllo preliminare appoggiando ogni dente al suo pilastro, si doveva eliminare il tallone dei denti con la stessa inclinazione della spalla (fig. 8).
Fig. 8
…Per prima cosa, dopo un controllo
preliminare appoggiando ogni
dente al suo pilastro, si doveva
eliminare il tallone dei denti con la
stessa inclinazione della spalla…
Eliminata la parte fuoriuscente dei cramponi con un disco diamantato, si iniziava lo sgusciamento eliminando la parte interna dei cramponi (fig. 9).
Fig. 9
…Eliminata la parte fuoriuscente
dei cramponi con un
disco diamantato, si iniziava
lo sgusciamento eliminando
la parte interna dei cramponi…
Si faceva la “proiezione” del moncone sulla faccetta per avere la esatta sensazione della porcellana da limare. Per sgusciare completamente il dente con esattezza si spalmava il moncone di grafite, appoggiandovi sopra la faccetta, restava segnata la porcellana da limare, che si faceva con una piccola diamantata cilindrica. Alla fine, togliendo il moncone dal modello, si poteva controllare di lato il lavoro eseguito (fig. 10).
Fig. 10
…Per sgusciare completamente il dente con esattezza si
spalmava il moncone di grafite, appoggiandovi sopra la
faccetta, restava segnata la porcellana da limare, che si
faceva con una piccola diamantata cilindrica. Alla fine,
togliendo il moncone dal modello, si poteva controllare di
lato il lavoro eseguito…
La faccetta adattata appoggiava, naturalmente, al moncone. Il bordo incisivo doveva essere limato con una inclinazione di 30° verso linguale per circa 1/2 mm.
Se si trattava di un ponte, preparati anche i denti intermedi, che potevano essere alternativamente punte platino, sistemati nella giusta posizione sul modello, una mascherina in gesso bloccava tutto nella giusta posizione. A questo punto il medico poteva anche fare un controllo estetico in bocca. La fase successiva consisteva nel creare lo spazio fra moncone e faccetta per la fusione. Questo spazio si controllava contro luce (fig. 11).
Fig. 11
…La faccetta adattata appoggiava, naturalmente, al moncone. ll bordo incisivo doveva essere limato con una inclinazione di 30° verso linguale per circa 1/2 mm. Se si trattava di un ponte, preparati anche i denti intermedi, che potevano essere alternativamente punte platino, sistemati nella giusta posizione sul modello, una mascherina in gesso bloccava tutto nella giusta posizione. A questo punto il medico poteva anche fare un controllo estetico in bocca. La fase successiva consisteva nel creare lo spazio fra moncone e faccetta per la fusione. Questo spazio si controllava contro luce…
I bordi prossimali, quello interno cervicale e quello semicircolare interno dovevano essere smussati per circa 1/2 mm. A preparazione ultimata, controllando con uno spessimetro, nella zona centrale scavata lo spessore della porcellana non doveva essere inferiore a 1 mm per non alterare il colore del dente. La creazione di fori riversi nella porcellana presuppone l’uso di “Carbide drill” usati con assoluta precisione per non scheggiare o rompere la porcellana e con un controllo millimetrico di profondità.
L’apparecchio elettrico usato per questa necessità era il Williams Precision Drill Press (fig. 12).
Fig. 12
…La creazione di fori riversi nella porcellana presuppone
l’uso di “Carbide drill” usati con assoluta precisione.
L’apparecchio elettrico usato era il Williams Precision Drill
Press…
Si bloccava il dente nel suo cestello, ripieno di ceralacca, con una inclinazione idonea affinchè i pernietti risultassero inclinati verso l’incisivo per opporsi alla scementazione sotto la pressione masticatoria (fig. 13) che si esercitava verso gengivale.
Fig. 13
…Si bloccava il dente nel suo cestello, ripieno di ceralacca,
con una inclinazione idonea affinché i pernietti risultassero
inclinati verso l’incisivo per opporsi alla scementazione
sotto la pressione masticatoria, che si esercitava verso
gengivale…
Prima di iniziare il fresaggio, dopo avere passato una gomma abrasiva sulla superficie da fresare, si doveva fare la progettazione segnando con matita i punti più idonei per riceverli. Naturalmente al centro del piano di porcellana, lontano il più possibile dai bordi esterni ed interni. La profondità idonea dei fori e quindi dei Pins è di 1 mm anche se lo spessore della porcellana consentirebbe di più. I drill devono essere sempre affilati con un disco e durante l’uso essere in continuazione lubrificati e raffreddati assieme alla ceramica con una soluzione di olio di oliva e Kerosene al 50% (fig. 14).
Fig. 14
…I drill devono essere sempre affilati con un disco e
durante l’uso essere in continuazione lubrificati e raffreddati
assieme alla ceramica con una soluzione di olio di oliva e
Kerosene al 50%…
Quanti Pins? minimo tre, massimo cinque e mai posti su di una linea retta per non indebolire la porcellana. I fori così realizzati, con “Carbide drill”, erano di 23 millesimi di pollice (mm 0,584 = Pollice) cm 2,54 e le setole in nylon usate leggermente più sottili; mm 0,559 o mm 0,508. Il tutto, naturalmente, allora in commercio. Si tagliavano dei pezzetti di setole della lunghezza idonea per poter poi con una spatola calda creare delle capocchie al loro termine esterno, ma in modo che non toccassero la porcellana (fig. 15).
Fig. 15
…Si tagliavano dei pezzetti di setole della lunghezza idonea
per poter poi con una spatola calda creare delle capocchie
al loro termine esterno, ma in modo che non toccassero la
porcellana…
Tolti i pins così preparati si lubrificava la porcellana con microfilm, e reinseriti si ponevano i denti nella loro giusta posizione servendosi della mascherina in gesso, dopo avere isolato anche i monconi; ottimo il microfilm “Lubricant Slaycris”. Si modellava in cera un elemento per volta ed alla fine, sfilando anche il moncone del modello, appiccicando un cilindrino in cera collante alla superficie boccale della porcellana e facendo trazione seguendo la direzione dei perni, si sfilava la faccetta (fig. 16).
Fig. 16
…Si modellava in cera un elemento per volta ed alla fine,
sfilando anche il moncone del modello, appiccicando un
cilindrino in cera collante alla superficie boccale della
porcellana e facendo trazione seguendo la direzione dei
perni, si sfilava la faccetta…
Ogni singolo elemento, fissato con un perno in cera del diametro idoneo su di una tettarella in gomma, con due pernietti laterali di sfogo (fig. 17), si inumidiva con debubblizer, come del resto si fa ancora, per togliere la tensione superficiale alla cera, o si aggiungeva all’acqua distillata per l’impasto del rivestimento “Sur-ten-Cast” nella giusta percentuale, per ottenere una maggiore levigatezza della fusione.
Fig. 17
…Ogni singolo elemento, fissato con un perno in cera del
diametro idoneo su di una tettarella in gomma, con due
pernietti laterali di sfogo…
È chiara la necessità di usare rivestimenti scientifici che con la loro espansione termica controllata compensino esattamente la retrazione dal liquido al solido dell’oro. Si usava una lega aurea adatta per rigidità all’uso delle punte riverse. L’oro che usavamo, anche per lavori di Pin Ledges era di tipo 3°, secondo la classificazione A.D.A., R.P.G. della Williams. Duro a sufficienza, autotempera a 120 e tempera nel forno 200 della scala Brinell (per 30 minuti nel forno a 600 F.). Dopo avere rifinito le fusioni, (ma attenzione!) prima di provare ad inserire le faccette, togliere le eventuali sbavature attorno ai pins e rendere leggermente coniche le punte degli stessi (fig. 18).
Fig. 18
…Prima di provare ad inserire le faccette, togliere le
eventuali sbavature attorno ai pins e rendere leggermente
coniche le punte degli stessi…
Poi deplaccare le fusioni con un apparecchio per “sfogliare” l’oro. Idoneo il Micro-de-Planter, sfoglia e lucida (fig. 19).
Fig. 19
…Per deplaccare le fusioni si usava un apparecchio per
“sfogliare” l’oro. Idoneo il Micro-de-Planter, sfoglia e lucida.
Svasato leggermente l’ingresso dei fori (fig. 20) e ritoccati angoli troppo frizionanti si potevano inserire le faccette rispettando il piano inclinato di entrata. Rifiniti tutti i pezzi si potevano saldare con le usuali tecniche e lucidare. Per cementare le faccette con ossifosfato o con resin-cement (in questo caso una alla volta per non trovarsi in ritardo con il tempo di indurimento) è bene usare un lentulo da studio per fare entrare il cemento nei forellini e, volendo, usare anche due colori diversi per la parte incisiva e la parte del corpo. Per concludere questo ricordo del nostro lavoro odontotecnico nella protesi fissa, che va dal dopoguerra al 1975 circa, vorrei soffermarmi su alcune considerazioni al periodo 1965-1975, anni in cui si verificò un alto grado di collaborazione fra noi ed i medici dentisti.
Fig. 20
Svasato leggermente l’ingresso dei fori e
ritoccati angoli troppo frizionanti si potevano inserire le
faccette rispettando il piano inclinato di entrata.
Rifiniti tutti i pezzi si potevano saldare con le usuali
tecniche e lucidare…
Fu un periodo nel quale la finalità principale della protesi era la più alta esattezza occlusale possibile. La gnatologia imparata fianco a fianco con i medici nei corsi e nei seminari ci impegnava totalmente. La “Full Mouth Rehabilitation” la sognavamo anche di notte! Era al centro del nostro interesse. Lo sforzo e l’impegno era anche lo sforzo e l’impegno del medico. Registrazioni pantografiche ed articolatori regolabili erano le nostre croci e delizie. E questo ci appagava e affratellava. Ciò che era “Amici di Brugg” era ancora e di più “Amici di Brugg”. Ora si può ancora verificare questo stato di grazia nei rapporti medicotecnico? Forse in qualche raro caso.

Un valente tecnico ha scritto recentemente che una volta era il tecnico del “suo” medico, ma che ora è uno dei tecnici. L’esasperata ricerca estetica, voluta dai pazienti, voluta dai medici, voluta dai tecnici sacrifica la funzione. Molti tecnici modellano in ceramica la superficie occlusale senza o quasi tenere conto del principio cuspide-fossa. A bocca aperta questi denti sono bellissimi per forma e colore. Ma a bocca chiusa? e nei movimenti funzionali?

Ecco, meditateci!

La Rivista di Odontoiatria