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Funzione del provvisorio nella ricostruzione protesica |
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a cura di Lidia Colombo
Sintesi della relazione tenuta da Paolo Paglia al 49° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini |
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I provvisori sono presidi protesici temporanei che
proteggono i denti preparati e assicurano funzione
ed estetica nel periodo che precede l’applicazione
delle protesi definitive. Se questa è la funzione più
impellente, un’altra più importante (insostituibile per
la realizzazione di protesi estese che comportino
modifiche estetiche e funzionali di rilievo) è quella di
testare i cambiamenti.
Le protesi provvisorie rappresentano
dunque uno strumento di vero e proprio studio
diagnostico, che permette di mettere a punto e di
sottoporre a verifica, per un eventuale aggiustamento,
le modifiche occlusali ed estetiche che l’odontoiatra
deve attuare, per riabilitare un apparato stomatognatico
profondamente alterato da patologie di
vario genere. Sono anche un prezioso mezzo di
comunicazione con il paziente, che viene adeguatamente
informato e coinvolto nel processo decisionale.
Si può sostenere che la protesi finale non è altro
che la trasformazione del provvisorio in definitivo,
copiando in materiali più nobili, estetici e duraturi
quanto è stato studiato sui modelli e nel cavo orale
del paziente mediante l’esecuzione e l’applicazione
dei provvisori.
Nella relazione si illustrano i vari concetti e i relativi
passaggi tecnici che consentono la messa a punto
delle modifiche della forma dei denti, studiandole sui
modelli perché l’odontoiatra le possa controllare sul
paziente.
A questo scopo si presenta un caso di complessa
riabilitazione totale di un paziente con gli elementi
frontali profondamente usurati fino a livello dei colletti,
come mostrato dalla Fig. 1.
Appare evidente come
il lavoro da affrontarsi sia impegnativo e come sia
necessario un accurato studio complessivo e un
controllo oculato di tutti i dettagli. |
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Fig. 1 Visione frontale, occlusale inferiore e superiore del caso all’inizio |
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PRIMI PROVVISORI
La prima operazione consiste nel montare in articolatore
i modelli delle arcate; per questo l’odontoiatra
invia al laboratorio le due impronte, le registrazioni
interocclusali in massima intercuspidazione e un arco
facciale.
È importante mettere a fuoco il concetto espresso
sia da P. E. Dawson in “Valutazione, diagnosi e trattamento
dei problemi occlusali” sia nella relazione
presentata al congresso dal dottor Fradeani: i
pazienti che presentano questo tipo di usura non
hanno perso la dimensione verticale originaria, perché
parallelamente alla perdita dei tessuti dentali è
avvenuto un allungamento dei processi alveolari. Il
risultato è una maggiore esposizione dei tessuti
parodontali, il cosiddetto “gummy smile”.
È pertanto da evitarsi l’errore di rialzare la dimensione
verticale in misura arbitraria e consistente, per
dare lo spazio necessario alla presumibile lunghezza
dei denti integri. Si ridisegnano invece sui modelli le
parabole gengivali per simulare l’intervento di allungamento
delle corone cliniche, che il parodontologo
eseguirà nel cavo orale, finalizzato a recuperare, a
scapito del processo alveolare, una morfologia esteticamente
accettabile dei denti frontali.
Naturalmente
si devono anche correggere nei settori posteriori le
curve del piano occlusale che è stato alterato, per
es. dall’estrusione del molare inferiore e dei premolari
superiori di sinistra. Si riducono perciò le lunghezze dei denti erotti e parallelamente si ridisegna il profilo
del margine gengivale spostato in direzione apicale.
(Fig. 2)
Ripristinato un piano occlusale accettabile, si inizia a
rimodellare la morfologia dentale ricercando le
dimensioni ritenute ottimali per la situazione. Questa
operazione può eseguirsi più velocemente facendo
ricorso a faccette preformate in cera, disponibili in
commercio, che si applicano vestibolarmente ai denti
usurati, ricoprendo anche la porzione di gengiva che
si prevede di eliminare. (Fig. 3) |
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Fig. 2 Modelli iniziali con il nuovo profilo gengivale e le porzioni occlusali da abbassarsi |
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Fig. 3 Faccetta preformata in cera applicata su 2.1 |
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Se invece la quantità di materiale da aggiungersi non
è molta, conviene procedere con la ceratura tradizionale.
I modelli della Fig. 4 mostrano la ceratura completata,
sulla quale si sono evidenziate a matita le
aree dentali superiori e inferiori che sono state ridotte
per ottenere un piano occlusale corretto.
Sull’articolatore si può apprezzare come si sia ripristinata
totalmente la morfologia delle arcate senza
modificare la dimensione verticale; l’astina incisale
non è stata alzata. |
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Fig. 4 Visione occlusale dei modelli con ceratura
completa e zone ridotte tratteggiate |
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La ceratura degli anteriori, per
mezzo di chiavi in silicone, viene duplicata in resina;
il manufatto ottenuto è sottoposto al paziente per
averne l’approvazione, discuterne le eventuali modifiche
e, non da ultimo, per motivarlo, attraverso l’evidenza
del miglioramento finale, a un trattamento che
si prospetta inevitabilmente lungo. La mascherina in
resina servirà anche al parodontologo come guida
chirurgica. (Fig. 5)
Si percorrono le fasi di costruzione del provvisorio
prelimatura che non può basarsi sulla ceratura precedente
non essendo ancora stati eseguiti gli interventi
parodontali; esso ha solo lo scopo di fornire al
paziente l’estetica e le funzioni minime indispensabili
durante il tempo necessario al clinico per tutti gli
interventi preparatori (eventuali trattamenti di endodonzia
e di ricostruzione dei monconi, chirurgia parodontale
ecc.). Per garantire una durata adeguata l’oratore
incorpora sempre un rinforzo in lega stellite e
preferisce eseguire piccoli ponti che sia possibile
rimuovere singolarmente.
Si esegue una ceratura dei denti mancanti, si rilevano
tre mascherine, vestibolare, linguale, totale e si
procede con la limatura dei denti, utilizzando una
fresa di diametro noto (per es. 1 mm) in modo che, affondandola nel gesso per metà, si creino dei solchi
di profondità calibrata (per es. 0,5 mm). (Fig. 6)
Si
congiungono quindi i solchi tracciati nelle pareti
assiali, mantenendo integro un millimetro di colletto
dentale: quest’ultimo verrà rastremato con un coltellino
a mano. Si congiungono poi i solchi tracciati nella
superficie occlusale. La riduzione del gesso non deve
assolutamente avere l’entità di quella che il clinico
praticherà sui denti naturali; essa ha solo lo scopo di
facilitare l’inserzione sui monconi nel cavo orale indipendentemente
dal tipo di preparazione che il clinico
eseguirà (a spalla, a lama ecc.).
La struttura di rinforzo
è preparata con un metodo semplice e rapido:
con resina fotoindurente si costruiscono dei collarini
sulle facce linguali dei denti pilastro, che si uniscono
poi con una barretta (della stessa resina o di cera)
dotata di ritenzioni a pallina. Si ricava una fusione in
stellite, materiale che permette spessori sottili e che
può facilmente essere scartato nei punti di eventuale
eccedenza rilevati con le mascherine. A livello del
palato nel modello superiore si realizza in gesso una
base piatta, che garantisce una maggior stabilità alla
mascherina in silicone (della ceratura), la quale in tal
modo non ruoterà durante la pressatura della resina.
La Fig. 7 mostra una sezione del
primo provvisorio completato, eseguito nella posizione
di massima intercuspidazione. |
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Fig. 5 Mascherina in resina dei frontali ottenuta dalla prima ceratura |
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Fig. 6 Solchi guida per la preparazione sui modelli |
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Fig. 7 Primo provvisorio (parziale) eseguito nella posizione di massima intercuspidazione | |