numero 2 anno XXVI     la rivista - articoli - attualità sceintifica - la chiusura delle ferite chirurgiche
Torna all'indice
Introduzione
Sutura
Materiali emostatici
Requisiti di un corretto
lembo di accesso
Interventi che finiscono
con ferite aperte
Archivio
Come abbonarsi
 
  La chiusura delle ferite chirurgiche - Un approccio razionale
a cura di Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Roberto Barone al 49° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini
Gli obiettivi della chiusura delle ferite chirurgiche sono principalmente due: l’emostasi e la protezione dei tessuti profondi. Appare ovvio come non si possa dimettere un paziente con una ferita sanguinante ed è intuitivo che, ogniqualvolta si crei una soluzione di continuità nei tessuti molli superficiali, si debba poi favorire la formazione di un buon coagulo. Con l’avvento degli impianti osseointegrati, l’obiettivo della protezione si è esteso, per favorire il processo di riparazione ossea intorno alle fixture.

Nonostante che negli anni le tecniche di chirurgia implantare si siano modificate e l’esigenza di una completa copertura mucosa non sia più essenziale, questo principio generale rimane comunque sempre valido. Anche le tecniche di ricostruzione ossea, che si possono eseguire prima e durante la chirurgia implantare, creano la formazione di ambienti suscettibili di contaminazione e richiedono pertanto una perfetta chiusura per favorire i delicati processi di guarigione.
SUTURA

Il metodo principale attraverso il quale si ottiene la chiusura delle ferite è la sutura. In chirurgia orale si utilizzano in genere aghi a mezzo cerchio, che permettono una buona manovrabilità anche nei settori posteriori, con punta tagliente (per penetrare bene i tessuti spessi come la fibromucosa palatina) e corpo tondo che è poco traumatico, pur in presenza di tessuti sottili.

Per chi desidera iniziare a eseguire interventi di chirurgia orale, l’oratore consiglia di avere a disposizione un corredo semplificato di materiali per sutura, composto essenzialmente da due tipi di filo: uno non riassorbibile (per esempio seta, con calibro 4/0) e uno riassorbibile intrecciato (con calibro 4 o 5/0).

La seta è indicata in generale per chiudere ferite semplici in mucosa masticatoria, come per esempio quelle da estrazioni dentali, oppure incisioni su creste edentule. In queste situazioni la rimozione si esegue entro la prima settimana ed è in genere agevole e senza fastidi. La situazione più comune è rappresentata da una sutura semplice dopo estrazione, per la quale sono sufficienti due punti staccati che mantengano fermi i margini della ferita senza chiuderla. Il materiale riassorbibile trova la sua indicazione principale in tutte le situazioni cliniche in cui sia interessata, oltre alla mucosa masticatoria, anche quella alveolare: in pratica tutti i lembi, sia triangolari che trapezoidali.

In realtà si tratta in genere di materiali a lento riassorbimento, per i quali la rimozione avviene esattamente come per la seta, a distanza di una settimana. Il vantaggio consiste nel fatto che, in caso di impossibilità del paziente a recarsi in studio per la rimozione dei punti, mentre la seta “penetra” nella mucosa alveolare (diventando sempre più difficile da asportarsi) e comporta il rischio di ascessi, questi materiali tendono a distruggersi fino a scomparire completamente.

Negli interventi standard di chirurgia orale i metodi di sutura più usati sono essenzialmente due:
punti staccati e punti a materassaio.

Punti staccati: sono rapidi da eseguirsi ed efficaci, a condizione che il filo non sia in tensione e i margini della ferita siano poggiati su un piano osseo. Il tentativo di forzare la chiusura del nodo in presenza di tensione ottiene in genere il risultato opposto: i tessuti si ischemizzano, cedono e la ferita si riapre nel giro di poche ore. La mancanza di un piano osseo in corrispondenza del punto di contatto fra i lembi porta immancabilmente a una ferita che guarisce per seconda intenzione. Comunque, quando non c’è la necessità di una perfetta chiusura, il punto staccato si rivela l’approccio più versatile e utilizzato.

Punti a materassaio: consistono in un duplice passaggio attraverso ciascuno dei due lembi che si vogliono avvicinare e si possono eseguire con due modalità. Quelli in modalità A, che l’oratore chiama “evertenti”, tendono a sollevare i bordi dei due lembi facendo combaciare fra loro le due parti connettivali interne e ad ampliare quindi la zona di contatto fra i tessuti. Sono capaci di garantire un’ottima chiusura e una buona tenuta, anche in presenza di lieve tensione e di discontinuità del piano osseo sottostante (Fig. 1).
Fig. 1
Punto a materassaio orizzontale evertente: l’ago entra in 1, passa sotto al primo lembo ed esce dal secondo lembo in 2; entra nuovamente nel secondo lembo in 3 ed esce in 4 dal primo lembo
Per eliminare il più possibile la tensione e permettere un certo grado di allungamento dei lembi occorre quasi sempre eseguire l’incisione della membrana periostale. Questo tipo di sutura si utilizza ogniqualvolta si desideri una buona chiusura: per esempio dopo l’inserimento di impianti sommersi o dopo interventi di ricostruzione o rigenerazione ossea.
I punti a materassaio in modalità B, che l’oratore chiama “invertenti”, tendono invece a schiacciare il lembo contro il piano osseo a scapito della chiusura. Si utilizzano tutte le volte in cui si desideri mantenere il lembo nella posizione più apicale possibile. Oltre che negli allungamenti di corona, questo tipo di sutura trova un’applicazione ideale nella chiusura delle ferite dietro al settimo dopo asportazione di un ottavo inferiore incluso.
Pagina aggiornata il 0 7 1 1 0 7 Utenti collegati: 2 6