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La terapia di mantenimento in implantologia |
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Gaia Fratini*, Monica Giani**, Roberto Rotundo***
* Igienista dentale, libero professionista, Firenze
** Igienista dentale, libero professionista, Campi Bisenzio, Firenze
*** Professore a Contratto, Corso di Laurea in Igiene Dentale;
Assegnista di Ricerca, Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi
Dentaria, Università degli Studi di Firenze |
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FASE DIAGNOSTICA
VALUTAZIONE DEI
FATTORI DI RISCHIO
Durante la revisione anamnestica del paziente è
necessario valutare la presenza (o nuova insorgenza)
di alcuni fattori che sembrano essere determinanti per
un buon mantenimento implantare.
Tra questi ricordiamo:
il fumo di sigaretta, che è stato associato ad una
diminuzione della sopravvivenza degli impianti dentali
(Bain e Moy 1993, De Bruyn e Collaert 1994), a mucosite,
a perdita ossea peri-implantare, ed a peri-implantite
(Haas e coll. 1996, De Luca e Zarb 2006, Roos-Jansaker e coll. 2006); il diabete mellito, soprattutto se
non controllato (Nevins e coll. 1998, Kwon P.T. e coll.
2005).
Altri fattori di rischio che invece potrebbero
interagire a livello del cavo orale sono la presenza concomitante
di elementi dentali e impianti nella stessa
bocca (edentulismo parziale) (Quirynen e coll. 1996),
ed una precedente storia di parodontite (Karoussis e
coll. 2003): questo perchè i patogeni presenti nella
dentizione naturale possono costituire una “riserva
microbica” capace di colonizzare gli impianti da poco
inseriti.
Anche una terapia radiante delle regioni della
testa e del collo precedente all’inserimento dell’impianto,
oltre ad influire sul successo a lungo termine
(Eckert e coll. 1996), potrebbe rappresentare un fattore
di rischio per lo sviluppo di infezioni peri-implantari
a causa della xerostomia e della fragilità dei tessuti
molli irradiati che rendono più difficoltose le manovre
d’igiene orale. Ancora contrastanti sono, in letteratura,
i dati riguardanti l’assenza di mucosa cheratinizzata
come possibile condizione favorente l’infiammazione
peri-implantare
(Artzi e coll. 1993, Wennstrom e coll.
1994), soprattutto per la mancanza di studi clinici controllati
randomizzati (Chung e coll. 2006).
Tuttavia, da
un punto di vista clinico, la presenza di mucosa masticatoria
aderente ai piani ossei sottostanti ed alla
superficie dell’impianto facilita le manovre di igiene
peri-implantare e, di conseguenza, il mantenimento a
lungo termine dell’impianto. Inoltre anche la presenza
di un microgap tra le componenti implantari (Figg. 4 e
5) potrebbe rappresentare un fattore di rischio di infezione
peri-implantare. |
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Fig 4 Presenza di microgap tra impianto e mesostruttura |
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Fig 5 Presenza di microgap tra impianto e mesostruttura con
associata perdita ossea peri-implantare |
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Questa cavità tra le due strutture
offre un ambiente ideale ai batteri e rappresenta una
via di accesso all’interno dell’impianto consentendone
la contaminazione. Alcuni studi hanno osservato che
la presenza di queste colonie batteriche determinava il
manifestarsi di un infiltrato cellulare infiammatorio nella
mucosa
peri-implantare al confine tra abutment e
impianto (Ericsson e coll., 1996; Hermann e coll.,
1997), mentre ciò non era stato osservato negli
impianti monofasici (Broggini e coll. 2003). |
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PARAMETRI PER LA
DIAGNOSI CLINICA
In parodontologia abbiamo visto che alcuni parametri
clinici possono fungere da indicatori precoci di infezione
o di progressione della distruzione parodontale.
Dato che esistono alcune differenze nel modo in cui i
tessuti interagiscono con il dente e con l’impianto
dentale, viene spontaneo domandarsi se la semeiotica
parodontale è applicabile ai tessuti peri-implantari.
Sondaggio peri-implantare
La profondità di sondaggio del sito peri-implantare,
come per gli elementi dentali, misura la distanza dal margine gengivale alla parte più profonda della tasca
(Schou e coll. 2002) (Fig. 6).
Numerose ricerche
hanno evidenziato valori medi di profondità di sondaggio
peri-implantare intorno ai 3 mm su impianti
stabili, sia sommersi (Adell e coll. 1981, Apse e coll.
1991, Chaytor 1991, Cox e Zarb 1987, Quirynen e
coll. 1991) che non sommersi (Buser e coll. 1990,
Buser e coll. 1991). |
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Fig. 6 Sondaggio
peri-implantare |
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Tuttavia, la sede, la condizione
dei tessuti peri-implantari, la conformazione dell’impianto
stesso rendono difficile l’identificazione di un
valore soglia univoco. Il sondaggio nel solco periimplantare
deve essere eseguito con una forza leggera
di circa 0,2 N in quanto è stato osservato che le
misurazioni della profondità di sondaggio peri-implantare
sono più sensibili alla variazione della forza applicata
rispetto al sondaggio delle tasche parodontali
(Mombelli e coll. 1997).
Nell’impianto, per misurare il
livello di attacco clinico, viene utilizzato convenzionalmente
il bordo della corona protesica o la spalla dell’impianto,
dato che manca un punto di riferimento
anatomico-strutturale come è la giunzione amelocementizia
per il dente. Uno studio istologico ha
dimostrato la possibilità di identificare, mediante il
sondaggio esercitato con una pressione di 0,2 N, il
livello di adesione connettivale della mucosa periimplantare;
infatti, la punta della sonda rimaneva
costantemente entro il limite apicale dell’epitelio giunzionale
in presenza di tessuti sani o di mucosite sperimentale
(Lang e coll. 1994).
Sanguinamento al sondaggio
Per i siti parodontali il sanguinamento al sondaggio
indica la presenza di infiammazione gengivale, sebbene
non rappresenti un parametro predittivo certo della
progressione della parodontite (Lang e coll. 1986).
È
stato dimostrato, mettendo a confronto i tessuti parodontali
e le mucose peri-implantari durante terapia di
mantenimento (TPS), che un test diagnostico clinico
come il sanguinamento al sondaggio ha un valore predittivo di rilevanza maggiore per gli impianti piuttosto
che per i denti naturali nel valutare le condizioni di
salute (Luterbacher e coll. 2000).
Quindi, un sito periimplantare
che dopo il sondaggio mostra assenza di
sanguinamento è da considerarsi sano e stabile.
Suppurazione
Anche le infezioni peri-implantari, come quelle parodontali,
sono caratterizzate dalla presenza di un alto
numero di leucociti (Rams e coll. 1984). In un recentestudio, la presenza di suppurazione dopo sondaggio
del sito implantare indicava un livello osseo periimplantare ≥ 3 filettature dell’impianto, manifestando
quindi un’avvenuta distruzione tissutale (Roos
Jansaker e coll. 2006).
Considerando anche il fatto
che l’individuazione di suppurazione a occhio nudo
richiede un largo numero di neutrofili, la presenza di pus indica, pertanto, un’avanzata lesione peri-implantare
(Mombelli e Lang 1994).
Mobilità
La mobilità implantare è un sicuro segno di mancata
osteointegrazione, anche se poco sensibile nell’individuare
le fasi precoci della patologia peri-implantare.
È da considerarsi quindi un indice della fase finale di
“osteo-disintegrazione”. Varie tecniche e strumenti
sono state proposte per intercettare la distruzione
del complesso osso-impianto quando ancora è in
fase iniziale: Periotest, implant test, test di percussione,
analisi della frequenza di risonanza, impulse
testing, dynamic modal testing e studi radiografici
(Dario e coll. 2002).
Perdita ossea radiografica
Il follow-up radiografico degli impianti dentali è uno
dei parametri più importanti che un odontoiatra possa
valutare. Tutti gli impianti che presentano radiotrasparenza
continua peri-implantare risultano clinicamente
mobili (Adell e coll. 1981) (Fig. 7). Quindi la radiotrasparenza
peri-implantare è segno di non integrazione
e, pertanto, di non successo.
Numerosi studi longitudinali
hanno messo in evidenza che una perdita verticale
di osso inferiore a 0,2 mm negli anni successivi
al primo (requisito di successo stabilito da Albrektsson
e coll. 1986) può risultare utile per la valutazione
a lungo termine di un sistema implantare, piuttosto
che nel breve termine. |
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Fig. 7
Perdita ossea
avanzata evidente
all’esame radiografico | |