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La terapia di mantenimento in implantologia |
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Gaia Fratini*, Monica Giani**, Roberto Rotundo***
* Igienista dentale, libero professionista, Firenze
** Igienista dentale, libero professionista, Campi Bisenzio, Firenze
*** Professore a Contratto, Corso di Laurea in Igiene Dentale;
Assegnista di Ricerca, Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi
Dentaria, Università degli Studi di Firenze |
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SOMMARIO
Con l’avvento e lo sviluppo dell’Implantologia, gli odontoiatri e gli igienisti dentali sono sempre più chiamati in
causa, durante lo svolgimento della loro attività professionale, nel mantenimento della salute dei tessuti periimplantari
e nella gestione delle complicanze post-intervento.
Per questo motivo, la conoscenza dei principi di
base anatomo-isto-fisiopatologici del processo di osteointegrazione nonché della componentistica protesica,
nonché dei concetti di terapia preventiva e di mantenimento dei tessuti peri-implantari deve essere oggigiorno di
proprietà ed uso comune.
Scopo di questo lavoro è quello di revisionare le più recenti acquisizioni scientifiche e
merceologiche in
tema di terapia di mantenimento dei tessuti peri-implantari. |
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CENNI DI ISTOLOGIA
ED ANATOMIA
L'osteointegrazione, da un punto di vista biomeccanico,
rappresenta una connessione diretta tra
osso alveolare e impianto senza strati di tessuto
molle (connettivo) interposti. Schroeder e coll (1976)
hanno definito questo intimo contatto tra osso e
impianto “anchilosi funzionale”.
L’impianto endosseo osteointegrato (Fig. 1), a differenza
dell’elemento dentale, è privo del cemento radicolare
e del legamento parodontale per la mancanza
delle stesse cellule progenitrici nei siti preparati a ricevere
gli impianti (Listgarten e coll. 1991). |
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Fig. 1
Immagine radiografica
di un
impianto
osteointegrato |
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Venendo a
mancare le funzioni assicurate dal legamento parodontale,
i tessuti peri-implantari presentano una maggiore
rigidità e la conseguenza di ciò sarà una minore
capacità di adattarsi prontamente agli stress cui sono
sottoposti. Sia il tessuto gengivale parodontale che
quello
peri-implantare sono generalmente caratterizzati
da un epitelio orale esterno più o meno cheratinizzato
che termina alla cresta del margine gengivale
dove è in continuo con l’epitelio sulculare.
Come la
gengiva libera nel dente naturale, anche la mucosa peri-implantare stabilisce un sigillo mucoso
che, aderendo
alla superficie dell’abutment di titanio, funge da
barriera di protezione dagli insulti dell’ambiente esterno.
Tale meccanismo di barriera
contribuisce al mantenimento
della stabilità e funzionalità
dell’impianto protesizzato
(Berglundh e coll. 1991).
La principale differenza tra i
denti e gli impianti è data dal
modo in cui essi entrano in
contatto con i tessuti gengivali
e l’osso circostante. A tal
proposito possiamo distinguere
tre interfacce:
1) EPITELIO-IMPIANTO
2) CONNETTIVO-IMPIANTO
3) OSSO-IMPIANTO
1. Interfaccia epitelio-impianto
Come avviene nella dentatura naturale, anche nell’impianto
l’epitelio giunzionale costituisce un vero e proprio
attacco epiteliale sulla superficie implantare. Nel
sito implantare l’epitelio giunzionale aderisce alla
superficie dell’impianto attraverso la lamina basale ed
emidesmosomi ed è lungo circa 2 mm come nel sito
dentale (Listgarten e coll 1991).
2. Interfaccia connettivo-impianto
L’organizzazione del tessuto connettivo intorno alla
superficie di titanio dell’impianto differisce da quella
della dentizione naturale per alcuni aspetti. Nel sito
implantare il tessuto connettivo separa l’epitelio dalla
cresta dell’osso alveolare per una zona alta più di 1
mm (Berglundh e coll. 1991).
A causa dell’assenza di
uno strato di cemento sulla superficie implantare,
molte fibre in questa regione corrono in una direzione
più o meno parallela alla superficie dell’impianto
(Listgarten e coll. 1991).
Alcuni studi suggeriscono
che il tipo di superficie degli impianti dentali influisce
in modo significativo sull’orientamento delle fibre collagene.
Schroeder e coll. (1988) hanno riportato che
quando la superficie contiene delle irregolarità e porosità
microscopiche, ad esempio in presenza di plasma-
sprayed, è possibile individuare fibre somiglianti
alle fibre dento-gengivali che, all’osservazione al
SEM, sembrano inserirsi in maniera più o meno perpendicolare
sulla superficie dell’impianto.
Per quanto riguarda la composizione del tessuto connettivo,
la mucosa peri-implantare contiene più collagene
(85% contro il 60%) e meno fibroblasti (1-3%
contro 5-15%) delle corrispondenti regioni nella gengiva
intorno ai denti. Ciò potrebbe suggerire un più
lento turn-over cellulare gengivale peri-implantare
(Berglundh e coll. 1991).
3. Interfaccia osso-impianto
Il titanio puro è un materiale fortemente reattivo che
forma uno strato di vari ossidi di limitato spessore
(circa 5 mm) quando viene in contatto con aria, acqua
o elettroliti (Steinemann 1985). Tale strato di ossido
superficiale protegge efficacemente l’impianto dalla
corrosione (Clark 1968) e sembra dare inizio all’integrazione
tra osso e impianto, come dimostrato, in
uno studio di Budd e coll. (1992), dalla presenza di
titanio, calcio e fosforo rilevata in questo strato.
L’osso circostante l’impianto è regolarmente organizzato
e i sistemi haversiani sono facilmente osservabili,
attraverso il microscopio ottico, nei processi ossei
in stretta connessione con l’impianto filettato. |
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CRITERI DI SUCCESSO
IN IMPLANTOLOGIA
Il successo e la sopravvivenza degli impianti dentali
rappresentano i criteri in base ai quali viene definita la
92 prognosi del trattamento implantare. I criteri di successo si basano attualmente sul concetto di osteointegrazione
comprendendo tutti quei parametri che
permettono una valutazione oggettiva della performance
clinica degli impianti dentali.
I criteri di successo
dovrebbero essere d’ausilio per il follow-up clinico
e come aiuto per valutare nella ricerca
i risultati clinici
di differenti sistemi implantari. Albrektsson e coll. nel
1986 e Smith & Zarb nel 1989, proposero i seguenti
criteri di successo:
• assenza di mobilità
• assenza di radiotrasparenze peri-implantari
• riassorbimento osseo marginale inferiore a 1,5 mm
un anno dopo il carico e inferiore a 0,2 mm per
anno successivo
• assenza di sintomi persistenti e/o irreversibili come
ad esempio dolore, infezione, neuropatie, parestesia
o violazione del canale mandibolare
• tasso di successo del 90% alla fine del 5° anno del
periodo di osservazione e del 85% alla fine del 10°
anno per gli impianti posizionati nell’arcata superiore,
e rispettivamente del 85% e del 80% per gli impianti
dell’arcata inferiore
• soddisfazione soggettiva ed oggettiva del risultato.
Molti sistemi implantari hanno mostrato tassi di successo
a lungo termine più alti del 90% per i pazienti completamente edentuli e, similmente, studi longitudinali
su impianti inseriti su pazienti parzialmente
edentuli hanno riportato tassi di successo più alti del
90% sia per la sede mascellare che mandibolare
(AAP 2000).
Tuttavia, ad oggi, mancano dei criteri di successo universalmente
accettati e ben definiti anche per la presenza
in commercio di numerosi tipi di impianti che si
differenziano per design e materiali, oltre che per procedure
chirurgiche e protesiche. Una metanalisi condotta
da Esposito M. e coll. (1997) ha confermato come la standardizzazione dei criteri di successo sia
un requisito urgente. |