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La trasmissione delle infezioni incrociate
negli ambulatori odontoiatrici
di Roberto Ghiringhelli
Libero professionista in stomatologia presidente nazionale di EuroConsulta
Una “credenza” ben radicata in ambiente odontoiatrico “convince” i colleghi a considerare l’attività invasiva in oggetto “sporca” ed eseguita in ambienti contaminati, ben difficilmente sanitizzabili durante l’avvicendamento dei pazienti in sala operatoria. Peraltro un’altra credenza, ancora molto diffusa, tranquillizza i colleghi, perché confortati dall’aforisma, del tutto falso invero, che le difese della cavità orale permettono qualsivoglia “disinvoltura microbiologica”.

Noi ci sentiamo di contraddire questi concetti, incoraggiati dai risultati che i nostri campionamenti microbiologici
hanno evidenziato, dopo l’applicazione delle semplici metodiche da noi studiate all’uopo. Noi sappiamo che le infezioni incrociate, quelle cioè che vengono trasmesse tra paziente e paziente, tra operatore e paziente e viceversa e tra ambiente e pazienti ed operatori, costituiscono un problema di morbilità grave e, soprattutto, ingravescente. In cavità orale alberga una quantità di microrganismi, patogeni e non, inimmaginabile, che è propria dell’organismo ospite.

L’intervento odontoiatrico, quasi sempre “invasivo”, disperde nell’ambiente, in aria e sulle superfici, buona parte di questa popolazione microbiologica. Questa carica, qualora non si intervenga per limitarne la dispersione e per abbassarne la soglia entro i limiti di sicurezza stabiliti dai parametri dell’OMS, “passa” da paziente a paziente, da paziente ad operatore e da paziente ad ambiente e viceversa.

Va da sé che un organismo umano può ospitare, in forma saprofitica e, quindi, innocua, microrganismi che, quando penetrano in soggetti diversi, possono tuttavia scatenare morbilità; va inoltre da sé che, talvolta, il “passaggio” virulenti patogeni sino a quel momento quiescenti. Per queste ragioni il contenimento della carica ambientale aerodispersa e adesa alle superfici diviene di fondamentale importanza.
CENNI DI EPIDEMIOLOGIA

L’epatite
Se prendiamo in considerazione le modalità di trasmissione delle malattie infettive che costituiscono l’ossatura
dei contagi in ambiente odontoiatrico, ci rendiamo conto come, anche da un punto di vista medico legale, sia necessario e inderogabile mettere in atto tutti i comportamenti atti alla salvaguardia dalla morbilità infettiva della salute del paziente e del personale.

Sulla falsariga di quanto accennato, dobbiamo dunque tener ben presenti alcuni cenni di epidemiologia.
L’insorgenza di epatiti acute o croniche è sostenuta da diversi virus: A ed E, che si trasmettono per via rofecale;
B, C, D, F e G, che si trasmettono per via parenterale e percutanea. Si spera che l’epatite A, data la sua modalità di trasmissione, non costituisca fonte di contagio in ambiente odontoiatrico.

L’epatite B, trasmessa principalmente per via percutanea, è sostenuta da virus sempre presenti nei liquidi biologici dei pazienti infetti e regolarmente isolati nella loro saliva. Per questa ragione è malattia pericolosa per l’odontoiatria. La trasmissione avviene anche per via sessuale. Gli antigeni associati all’epatite B sono tre: HbsAg, HbcAg e l’HbeAg.

Il primo antigene a comparire, a contagio avvenuto, è l’HbsAg, insieme con l’aumento delle transaminasi. L’HbcAg è molto precoce, ma individuabile solo con esame mirato specifico, in caso di sospetto. Isolato da solo, testimonia una pregressa malattia; se viene isolato con gli altri antigeni, testimonia l’evoluzione dell’epatite.

L’HbeAg si accompagna sempre all’HbsAg e conferma la vitalità del virus e la sua scomparsa indica la guarigione; se rimane in circolo per lungo tempo indica l’evoluzione del morbo verso la cronicità. L’HbsAg è l’anticorpo impiegato nelle vaccinazioni antiepatite, quanto mai opportune in ambiente odontoiatrico.

Poiché lo spray sollevato durante l’impiego di turbine, contrangoli, ablatori e quant’altro dalla bocca del paziente infetto permette l’aerodispersione del virus, si intuisce come questo possa contagiare, per via percutanea, ma anche transmucosa, gli operatori non protetti e, veicolato dai liquidi organici adesi alle superfici non correttamente disinfettate, i pazienti susseguenti.

A conferma di ciò, si pensi che l’epatite C, propagata tra i tossicodipendenti dalle loro cattive abitudini di vita, è anche la più diffusa tra gli odontoiatri che si ammalano dieci volte più della popolazione normale. La percentuale di infezione aumenta con il passare degli anni di attività lavorativa ed è direttamente proporzionale al tipo di attività chirurgica svolta ed al numero di pazienti tossicodipendenti trattati.
Una buona condotta preventiva deve, in futuro, poter smentire questi dati.
Fig. 1 Paziente vestito Fig. 2 Germodepuratore in uno studio odontoiatrico Fig. 3 Ozonizzatore
Le altre patologie trasmissibili
Le considerazioni generali espresse per l’epatite virale valgono, a maggior ragione, per le sindromi trasmesse da HIV virus.
La sifilide ha, ultimamente, ripreso il suo cammino epidemiologico, soprattutto in relazione alle cattive abitudini di vita indotte dalla tossicodipendenza. La trasmissione avviene per contatto diretto con gli essudati secreti dalle specifiche lesioni, ma anche con i liquidi organici del malato (sangue, saliva etc.).

La polverizzazione di questi essudati durante le manovre odontoiatriche e la loro relativa dispersione nell’ambiente può favorire la diffusione del morbo tra operatori e pazienti non protetti.
L’incidenza della tubercolosi è aumentata negli ultimianni, anche in relazione alla sindrome da immunodeficienza
acquisita e alle cattive abitudini di vita e igienico-sanitarie della popolazione tossicodipendente.

La trasmissione avviene sopratutto per via aerogena per contagio diretto o indiretto; nel primo caso ciò accade per inalazione da parte degli astanti del bacillo espettorato dal malato con colpi di tosse, sputi, sternuti ed altro.

Nel secondo caso la trasmissione avviene per caduta a terra del bacillo acidoresistente, sua frammistione con polveri volatili ed aerotrasporto da correnti d’aria anche a grande distanza. Per brevità omettiamo il lungo elenco di malattie infettive a rischio di contaminazione in ambiente odontoiatrico, anche perché tutti gli accorgimenti messi in atto per prevenire la morbilità di cui sopra, qualora efficaci, sono sicuramente sufficienti alla contenzione di contagi di qualsivoglia tipo.

La Rivista di Odontoiatria