numero 1 anno XXVI     la rivista - articoli - Recenti acquisizioni sulla ipersensibilità dentinale e sul suo trattamento
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Recenti acquisizioni sulla ipersensibilità
dentinale e sul suo trattamento
a cura di Giordano Tasca
Sintesi della relazione tenuta da Nicola Perrini per gli igienisti al 49° Congresso degli Amici di Brugg di Rimini
INTRODUZIONE

A un approccio superficiale si potrebbe ritenere che sull’ipersensibilità dentinale si disponga di conoscenze esaurienti, mentre a un approfondimento critico l’argomento svela molti lati oscuri, tanto da far pensare ancor oggi valida l’affermazione di Kerebel del 1965 secondo la quale “la sensibilità dentinale costituisce un piccolo mistero della biologia”.

La definizione che si trova nel glossario dell’American Academy of Endodontics recita così: per ipersensibilità dentinale si intende una breve e violenta reazione dolorosa provocata da stimoli termici, meccanici e chimici sulla dentina esposta.

A testimonianza di quanto il problema sia arduo da inquadrarsi in modo esauriente, l’oratore porta i risultati di una revisione della letteratura, che evidenziano una produzione enorme: dal 1834 al 1944 sono stati pubblicati circa 1000 lavori, 510 dal 1945 al 1988 e 165 negli ultimi 20 anni.
Il team odontoiatrico si trova quotidianamente di fronte a pazienti che avvertono dolore o disagio causati da cibi o bevande freddi, caldi, dolci, acidi e soprattutto dallo spazzolamento.

Nell’ultimo Congresso internazionale di Vienna (2002) è stato comunicato che la percentuale di soggetti affetti da questa sindrome ammonta al 36%, che sale al 41% fra quelli di sesso femminile.
La sensibilità in generale è un fenomeno nervoso: lo stimolo periferico viene trasmesso attraverso le fibre nervose al sistema nervoso centrale (SNC) che risponde con una sensazione dolorosa.

Nel caso specifico sono coinvolte le fibre A-d, deputate alla sensibilità dolorifica, termica e tattile, che hanno un diametro piccolo (di 2-5 micron, il minore nell’ambito pulpodentinale) e una velocità di conduzione relativamente bassa (12-30 m/s). Esse si trovano distribuite a livello pulpare nella zona povera di cellule, nello strato degli odontoblasti, nella predentina e, in parte, nella dentina.
Vengono attivate anche da stimoli piuttosto lievi e danno un caratteristico dolore acuto e pungente.
TEORIE SULLA PATOGENESI

Per spiegare la sensibilità dentinale e la sua forma parossistica, cioè l’ipersensibilità, sono state proposte tre teorie, la nervosa, l’odontoblastica e l’idrodinamica (Fig. 1).
Fig. 1 Le tre teorie patogenetiche dell’ipersensibilità: 1 nervosa,
2 odontoblastica, 3 idrodinamica
La prima sostiene che gli stimoli, rappresentati sia dal contatto con uno strumento, sia da un potenziale osmotico, sia da variazioni della temperatura, portati sul tessuto dentinale eccitano direttamente le terminazioni nervose presenti all’interno dei tubuli dentinali.

Però studi, effettuati soprattutto fra gli anni ’70 e ’80, dotati di elevatissima evidenza scientifica, dimostrano che l’innervazione diretta della dentina ha dei limiti notevoli e ben precisi. Infatti i tubuli innervati sono il 40% del totale esclusivamente a livello dei cornetti pulpari; a metà della corona raggiungono al massimo una percentuale dell’8%, a livello del colletto sono solo lo 0,2-2% e a livello radicolare sono in percentuale addirittura irrilevante (0,02-0,2%).

Perciò la teoria nervosa spiegherebbe l’ipersensibilità solamente a livello dei cornetti pulpari, ma non dei colletti e ancor meno delle radici esposte (Fig. 2).
Fig. 2 Curva delle lunghezze d’onda relative alla luce solare
La teoria odontoblastica, risalente a Tomes, ipotizzava che le fibre nervose contraessero un rapporto sinaptico
con il polo caudale dell’odontoblasta, per cui aprendo i tubuli verrebbero ad essere stimolati meccanicamente i prolungamenti odontoblastici, evocando al polo caudale il rilascio di mediatori chimici che avrebbero
attivato la sinapsi.

La teoria è molto debole perché si è dimostrato che, anche nei casi in cui si distruggano gli odontoblasti in una certa zona della dentina, la sensibilità persiste, anzi talvolta tende ad aumentare. Inoltre moltissimi studi evidenziano che la membrana cellulare degli odontoblasti è dotata di un basso potenziale (30 μV) che non aumenta con la stimolazione, mentre è caratteristico dei recettori in genere un aumento molto consistente del
potenziale d’azione anche per stimoli subliminali.

La teoria idrodinamica è stata la più insegnata negli ultimi decenni, cioè da quando è stata ripresa e divulgata
da Brännström, anche se risale a Gysi (1900).
Questo grandissimo istologo non era mai riuscito a individuare fibre nervose nei tubuli dentinali, perciò era arrivato alla conclusione che la dentina fosse completamente priva in tutte le sue sezioni di terminazioni nervose. Sapeva che i tubuli erano perfusi dal fluido pulpare per cui, per spiegare la sensibilità dentinale, ipotizzava che si verificasse un movimento del liquido nei tubuli dentinali che si aprono all’interno della cavità cariosa, “provocato da sale, zucchero, alcool, ecc. in quanto sostanze capaci di attrarre la componente acquosa del contenuto dentinale”.

Questa corrente di liquido determinerebbe all’estremità pulpare dei tubuli, lassamente chiusa dagli odontoblasti, una pressione o uno stiramento sul corpo di queste cellule, che, essendo circondate da fibre nervose,
ne sarebbero eccitate.

Secondo Brännström i tubuli dentinali si comporterebbero come tubi capillari nei quali la colonna di liquido, a contatto con ghiaccio fondente o con una fiamma, rispettivamente si contrarrebbe abbassandosi o si dilaterebbe, alzandosi (Fig. 3). I poli caudali degli odontoblasti verrebbero conseguentemente stirati o compressi insieme alle fibre nervose che li avvolgono e darebbero inizio a un potenziale d’azione.
Fig. 3 Illustrazione della teoria di Brännström
La teoria non trova fondamento però negli studi istologici riportati sopra sulla percentuale di innervazione dei tubuli: le fibre nervose costituenti il plesso di Raschkoff sono presenti limitatamente alla zona dei cornetti e alla metà più coronale della polpa camerale.
Nelle altre sezioni coronali e radicolari i tronchi nervosi sono tutti diretti verso l’alto e si diramano fino a prendere contatto con gli odontoblasti e la dentina solo nella porzione più coronale della polpa (Fig. 4).
Lo stiramento degli odontoblasti a livello del colletto e della radice non può evocare stimoli nervosi afferenti.
Fig. 4 Plesso di Raschkoff
Molti testi riportano schemi simili a quello della Fig. 5 nella quale si mostra come, aprendo i tubuli, avviene
un passaggio di fluido verso l’esterno con stiramento degli odontoblasti donde stimolazione dei recettori nervosi. Lo stimolo oltre a prendere la via del SNC si indirizza anche ai vasi del plesso sottoodontoblastico che incrementa la fuoriuscita di liquido. Si stabilisce così un meccanismo circolare di autoalimentazione della sensibilità. Rimane l’obiezione rappresentata dal dato scientifico che la presenza di fibre nervose a livello odontoblastico è limitata a circoscritte sezioni della polpa.

Negli anni ’90 ha riscosso consensi la teoria dell’infiammazione neurogena. Quando la dentina è esposta, si ha uscita di fluido attraverso i tubuli: questo flusso verso l’esterno attiva le fibre sensoriali della polpa a rilasciare delle sostanze (neuropeptidi) capaci di agire selettivamente sulla parete dei vasi sanguigni determinando una
prolungata essudazione.
Fig. 5 Rappresentazione schematica del meccanismo di autoalimentazione della sensibilità
Si tratterebbe di un meccanismo compensatorio capace di mantenere un continuo flusso di liquidi verso l’esterno della dentina, finalizzato a impedire il movimento verso la polpa dei batteri orali. Questo meccanismo riesce a mantenersi attivo per un certo tempo, superato il quale diventa possibile il passaggio inverso di fluidi orali e con essi di tossine e di batteri verso l’interno della polpa, donde infiammazione pulpare seguita da necrosi. Ciò sembrerebbe confermato dal riscontro clinico di casi come quello illustrato dalla Fig. 6 riguardante una paziente anziana che presentava ipersensibilità dentinale ricorrente a livello di radici scoperte, trattata con sostanze occludenti (vd. avanti) per anni fino a che si presentò con un ascesso fistolizzato, che venne peraltro curato con successo.

In realtà, come risulta dai testi più avanzati di patologia generale, il meccanismo neurogeno svolge un ruolo marginale nella reazione infiammatoria se paragonato a quello dei mediatori umorali.
Ciò è confermato dal fatto che l’infiammazione avviene anche nei tessuti in cui sono state resecate le fibre nervose o in quelli sottoposti a profonda anestesia. Perciò anche quest’ultima rimane una semplice teoria, priva di
basi scientifiche.
Fig. 6 La teoria dell’infiammazione neurogena prevede un possibile esito in necrosi pulpare
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