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Necrosi ossee dei mascellari di origine iatrogena |
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(terapia con bifosfonati) |
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di Enrico Cislaghi, Massimo Maniezzo
Unità Odontoiatrica Istituto Nazionale dei Tumori, Milano |
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SOMMARIO
Dall’esperienza clinica, e dai dati di letteratura internazionali, è emersa la necessità di un controllo a lungo termine
sulla reale incidenza dei casi di osteonecrosi mandibolare e mascellare da bifosfonati (ONJ).
Presso l’Istituto dei Tumori di Milano, allo scopo abbiamo intrapreso un sistematico controllo dei pazienti sottoposti
a terapia con bifosfonati per localizzazioni metastatiche ossee diffuse e abbiamo riscontrato una significativa
incidenza di lesioni iatrogene di tipo osteonecrotico.
Vista la semplicità delle manovre odontoiatriche
che possono scatenare tali eventi, riteniamo che tutti i pazienti da sottoporre a trattamento con bifosfonati
debbano essere sottoposti a screening e bonificati dal punto di vista odontoiatrico. |
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Dal 2004 in seguito alla comparsa, e segnalazione,
di casi di necrosi ossea, in soggetti trattati
con bifosfonati (pamidronato e zeledronato),
siamo stati indotti ad un’attenta rivalutazione dei
casi trattati presso il nostro Istituto con questi farmaci.
Nel febbraio del 2004 i dati disponibili in letteratura
erano veramente scarsi ed abbiamo dovuto intraprendere
l’osservazione facendo riferimento a quanto
descritto in letteratura sulle osteoradionecrosi e sulle osteomieliti. Dai contatti con altri gruppi di lavoro, sia italiani che
stranieri, è ben presto emersa la somiglianza delle lesioni che stavamo osservando con una patologia
scomparsa dei primordi del Novecento peculiare dei lavoratori esposti al contatto con il fosforo.
L’assonanza di molti elementi con le osteonecrosi
classiche, ma al contempo la differenza di prevedibilità
dell’andamento di patologia, l’insorgenza di continue
recidive, la drammaticità e dolentia delle lesioni ci ha resi estremamente cauti nella valutazione dei casi
clinici portati alla nostra attenzione. I casi oggi descritti nella letteratura mondiale mostrano globalmente
che il 50% dei tentativi di bonifica e terapia su questi peculiari foci di necrosi ossea si sono dimostrati non
risolutivi, anzi in alcuni casi la comparsa di recidive o l’incremento dell’area di necrosi parrebbe sconsigliare
qualsiasi tipologia d’intervento.
Gli episodi hanno
tutti avuto come partenza (evento scatenante?) semplici
manovre odontoiatriche o aree di decubito protesico,
e spesso le terapie successive sull’area necrotica
sono state condotte dagli stessi operatori odontoiatrici
che hanno interpretato gli eventi come frutto
di patologia osteomielitica ingeneratasi da un focus
infettivo, complicanza postuma alla manovra odontoiatrica.
In realtà nessuna terapia antibiotica intrapresa
ha portato a risoluzione totale degli eventi, tanto
meno terapie di debalking chirurgico hanno dato esito
a riduzioni durature dell’evento
morboso.
Le immagini radiologiche
condotte a scopo diagnostico
hanno spesso
dato luogo a falsi negativi,
con presenza di lesioni
mucose già in atto e
clinicamente apprezzabili.
Si è reso pertanto
necessario monitorizzare
l’evento, coglierne appieno gli eventi inducenti e gli episodi scatenanti, per
riportare e standardizzare una sistematica d’intervento
che sia riconducibile ai dati di prevedibilità comportamentale
di quadri noti d’osteomieliti e d’osteoradionecrosi. |
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Immagine radiologica di
lesione in paziente in
trattamento con bifosfonati |
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Sulla scorta di quanto riscontrato sul
campo, nell’attività dell’Unità odontoiatrica dell’INT
durante gli ultimi 30 anni, ed in accordo coi dati di letteratura,
abbiamo adottato un protocollo d’intervento
specifico per lesioni di tipo osteonecrotico e per le
situazioni odontoiatriche meritevoli di terapia non procrastinabile
per pazienti sottoposti a terapia radiante
di testa e collo. In prima ipotesi riteniamo utile applicare
un modello prudenziale di trattamento che si
possa basare su quanto registrato nel tempo, frutto di
un compendio di trattamento che assimili le nuove
lesioni ossee ad infezioni su tessuto con fisiologia
vascolare alterata, che comporti un’incapacità reattiva
del tessuto osseo alla risposta agli insulti infettivi.
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