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La sensibilità dentinale
alla luce di nuove ricerche sperimentali (1977)
di Riccardo Garberoglio e Luigi Castagnola
INTRODUZIONE

Il problema della sensibilità dentinale delle cavità e dei monconi vitali preparati protesicamente ha sempre interessato e continua ad interessare un cospicuo numero di ricercatori. Non solo al paziente, ma anche al clinico, non è agevole spiegare perché un dente è sensibile al caldo, al freddo, alle sostanze zuccherine o acide. Già Kerebel (1965) non molti anni fa affermava che «la sensibilità dentinale costituisce un piccolo mistero della biologia».

Numerosi sono stati gli articoli scritti sull’argomento, come numerose sono le teorie che hanno cercato di spiegare questo fenomeno. Una sensibilità estero o propriocettiva è di solito legata alla presenza di una innervazione, ma dalle ricerche istologiche fin’ora compiute sembra che fibre nervose siano state osservate solo nella predentina e non nella dentina calcificata, né mai alcuno ha messo fin’ora in evidenza fibre nervose alla giunzione amelodentinale, una delle zone più sensibili (Frank, 1968; Roane, 1971; Zerosi, 1973).

La mancanza di fibre nervose nella dentina è suffragata dalla constatazione che, se applichiamo del cloruro di potassio, che sappiamo essere irritante per le fibre nervose, su dentina molata o fratturata, non provochiamo sensazione dolorosa.

D’altra parte il getto d’aria ed il tocco di uno strumento provoca dolore anche quando in una cavità dentinale è stata applicata per diversi minuti una soluzione concentrata di anestetico. Se non esistono fibre nervose nella dentina, a che cosa è dovuta allora la sensazione dolorosa della dentina scoperta quando la sollecitiamo con uno specillo od un escavatore, quando dirigiamo su di essa un getto d’aria o di acqua fredda o calda?

Qual è la causa del dolore suscitato da sostanze acide o dolci o dalla trapanazione? Con moderni metodi di ricerca (istochimica ed elettrofisiologica) e nuovi mezzi di ingrandimento (microscopio elettronico a scansione ed a trasmissione) che ci permettono ingrandimenti impensabili con i microscopi ottici, si è cercato e si cerca tutt’ora di trovare una spiegazione al fenomeno fisiopatologico della sensibilità dentinale.

LA DENTINA ED IL FLUIDO DENTINALE

Prima di entrare nel vivo del problema è bene accennare ad alcune acquisizioni di ordine istologico.
La dentina è percorsa da canalicoli chiamati tubuli dentinali che si irradiano dalla polpa allo smalto (Fig. 1).
Il diametro di essi aumenta dalla periferia alla polpa e così il loro numero per mm2 (Figg. 2-3).

Fig. 1 Sezione longitudinale di tubuli in dentlna fratturata. Miscroscopio elettronlco a scansione X 1600 Fig. 2 Dentina fratturata a mm. 2,9 dalla polpa. Microscopio elettronico a scansione X 1650 Fig. 3 Dentina fratturata a meno di un millimetro dalla polpa. Microscopio elettronico a scansione X 1650


Secondo recenti ricerche compiute col microscopio elettronico a scansione (Garberoglio/Brännström, 1976) il diametro di ogni tubulo dentinale misura 2-3 micron in corrispondenza della cavità pulpare dove sono presenti circa 45.000 tubuli/mm2; a metà distanza tra lo smalto e la polpa il diametro misura circa 1,5 micron con una frequenza di 30.000 tubuli/mm2; si riduce a 0,9 micron per 20.000/mm2 vicino alla giunzione smalto-dentina (Tav. 1).

Tav. 1


Autori precedenti (Meyer, 1961; Bradford, 1955 e Ketter, 1961) al microscopio ottico avevano constatato valori superiori, fatto spiegabile con l’allargamento artificiale della dentina peritubulare dovuto alla dissoluzione della dentina peritubulare, a causa della decalcificazione durante la preparazione del campione.

Alla polpa convergono quindi una quantità enorme di canalicoli e quanto più essi si avvicinano allo strato odontoblastico, tanto più aumentano il loro numero ed il loro diametro (Fig. 4).

Al microscopio elettronico a scansione (Brännström e Garberoglio, 1972) si è osservato che il prolungamento dell’odontoblasta (fibra di Tomes) occupa il tubulo dentinale solo per un quinto della totale sua lunghezza ed ha una forma tubulare (Fig. 5).

La parete del tubulo contiene nella parte interna una sostanza amorfa e fibrille ad andamento trasversale e longitudinale: non si osservano fibre nervose.

Il tubulo dentinale è ripieno di un liquido la cui composizione è simile a quella del liquor contenuto nella camera anteriore dell’occhio (Spreter v. Kreudenstein, 1955) e che rappresenta il 32% del liquido totale presente nella dentina (Garberoglio e Brännström, 1976). Nel passato decennio iniziò da parte di alcuni Autori la tendenza a conferire sempre maggior importanza al liquor contenuto nei tubuli dentinali come fattore per la spiegazione delle reazioni proprie della dentina. Anderson (1967) ipotizzò che alcuni fenomeni, come per es. la sensibilità agli acidi ed agli zuccheri, fosse dovuta a differenze di pressione osmotica che si traducevano in movimenti del liquido all’interno dei canalicoli, movimenti che, a loro volta, deformavano il citoplasma dell’odontoblasta, stimolando, di conseguenza, il plesso nervoso sotto e sopra odontoblastico, provocando così il dolore.

Questa «ipotesi osmotica» si collega ad altre ipotesi come quella della «trasmissione ionica» e si completa con «l’ipotesi idrodinamica» propriamente detta, messa a punto in questi ultimi anni, dopo una lunga serie di ricerche sperimentali e cliniche, da diversi ricercatori e principalmente da Brännström insieme a Arwil, Linden e Johnson.

 
Fig. 4 Dentina (D) fratturata a livello della polpa (P). PR predentina. Microscopio elettronico a scansione X 1500 Fig. 5 Fibra di Tomes (formazione tubuliforme di aspetto chiaro) fuoriuscita dal tubulo durante le manovre di frattura.  

La Rivista di Odontoiatria