| I materiali estetici non ceramici a cura di Giordano Tasca |
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Estetica, adesione metallica, classificazione: questi i temi della relazione di Emilio Balbo
e Federico Ronchi al 45° Congresso degli Amici di Brugg |
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Caratteristiche dei polimeri
estetici
L'idea che sta alla base dei materiali compositi è quella di saturare
una matrice resinosa con particelle di riporto vetrose, rivestite
da un silano che assicura il legame alla resina. Tipicamente i polimeri
impiegati
appartengono alla categoria molto vasta delle molecole metacriliche:
alcune sono estremamente biocompatibili, altre, che sono spesso più volatili
(per es. il metilmetacrilato), lo sono meno. I materiali metacrilici
utilizzati per realizzare i sistemi compositi che si usano in laboratorio
appartengono
alla categoria ricca generalmente di Bis-GMA e di UDMA. (Fig. 6a)
Queste molecole hanno la caratteristica intrinseca di formare polimeri con
struttura
amorfa: osservandoli al microscopio non è possibile riconoscere alcuna
unità funzionale ripetuta. La caratteristica ottica rispecchia il
comportamento meccanico che è paragonabile a quello di un vetro:
questi polimeri sono quindi tendenzialmente fragili. Ultimamente
sono stati introdotti polimeri di tipo semicristallino, i quali cioè,
passando dalla fase liquida a quella solida, si organizzano mediante la
propagazione al loro interno di cristalli. (Figg. 6b, 7) |
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Fig. 6a
Quattro compositi amorfi
del commercio |
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Fig. 6b
Tre compositi semicristallini
del commercio |
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Fig. 7
Profilo di una resina amorfa
e di una semicristallina |
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Studiando il comportamento meccanico di questa
nuova classe di materiali si è scoperto che la semicristallinità comporta
una serie di caratteristiche favorevoli; in particolare la struttura del
cristallo permette di aumentare la tenacia di frattura, cioè la capacità di
un materiale di resistere alla propagazione delle crepe. Si sa infatti che
il gioco delle forze che si esplicano sul restauro durante la funzione determina
inizialmente la formazione di microfratture; è dalla progressiva
propagazione e congiunzione di queste che derivano la sezione e la distruzione
macroscopica del manufatto.
La struttura semicristallina implica anche il vantaggio di un comportamento
diversificato a livello macroscopico e microscopico. Il polimero si comporta
come un corpo rigido nell’insieme dell’unità funzionale,
per es. un ponte, mentre a livello strutturale interno, molecolare, mostra
caratteristiche di microelasticità, per cui è in grado di
assorbire degli shock, delle fatiche di lavoro, dissipando energia.
Oltre al tipo di organizzazione strutturale l’altro aspetto importante
di un materiale composito è il genere di riempitivo che contiene,
il quale può essere classificato secondo: a) la morfologia e la dimensione
delle particelle, b) la loro composizione chimica, c) la tipologia di distribuzione
delle diverse forme e dimensioni.
Se le particelle del riempitivo hanno tutte la stessa geometria
e dimensione tendono a impaccarsi in modo molto regolare lasciando degli
spazi vuoti altrettanto regolari che vengono colmati dalla matrice resinosa
e che definiscono delle linee predeterminate di frattura.
Utilizzando invece particelle di dimensioni diverse si ottiene
una maggior saturazione degli spazi: il materiale risulta più disomogeneo,
ma, paradossalmente, più resistente alla propagazione di linee di
frattura.
Un ulteriore ampliamento dello spettro di dimensioni e di forme
delle particelle fornisce una saturazione ancora maggiore degli spazi lasciati
alla matrice, come nei materiali che utilizzano nanoriempitivi accanto ai
microriempitivi di varia taglia.
Si migliora ancor più la saturazione degli spazi attraverso l’ottimizzazione
della geometria delle particelle (di varie dimensioni), tale da consentirsi
un incastro massimo fra di esse. (Figg. 8a, 8b, 8c) |
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Fig. 8a, b, c
Schemi delle diverse tipologie di riempitivo |
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Per quanto concerne la composizione chimica il riempitivo può essere
di tipo ceramico o vetroso. Il materiale adoperato in questa presentazione
utilizza particelle estremamente purificate, deprivate di una serie di ioni
metallici, che possono avere effetti inibitori sulla polimerizzazione ovvero
possono nel tempo rappresentare sostanze mobili nel reticolo polimerico,
producendo fenomeni di osmosi e di viraggio cromatico.
Che cosa può accadere nel tempo, per effetto dell’invecchiamento
e della funzione, alle superfici di questi materiali con diversa tipologia
di riempitivo? Se l’adesione fra particelle e matrice e l’impaccamento
all’interno della resina non sono ottimizzati, si può avere
il distacco di una serie di particelle con aumento della porosità e
con degradazione progressiva della superficie. Anche la mancata ottimizzazione
delle caratteristiche meccaniche della resina può portare a un progressivo
spogliamento e dissoluzione della superficie attraverso il distacco in lamine
della matrice. (Fig. 9)
Altri difetti di superficie si possono avere quando siano state inserite
nel materiale delle particelle prepolimerizzate estremamente grosse, che,
staccandosi o subendo delle alterazioni legate ai salti di temperatura a
cui sono sottoposti i manufatti nel cavo orale, determinano di nuovo una
cavitazione superficiale.
I materiali microriempiti raggiungono un grado di lucidità molto elevato,
ma possono avere problemi consistenti di fatica e di frattura.
Quello che si vorrebbe avere dopo 5-10 anni di utilizzo clinico del restauro è una
superficie in cui si sia determinata una progressiva, ma assolutamente lineare,
spogliazione di materiale e nessuna problematica di fratture, né di alterazioni
significative delle caratteristiche di superficie. (Federico Ronchi) |
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Fig. 9
Due tipi di deterioramento del composito |
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