Rizectomie: indicazioni e limiti di Gianfranco Carnevale
L'obiettivo della terapia parodontale comprende
il controllo dei fattori locali di rischio di progressione della malattia.
Questi sono rappresentati da: a) la profondità di sondaggio, nei
siti in cui essa è superiore a 4 mm la probabilità di progressione è 10
volte superiore a quelli che sondano meno di 4 mm; b) il sanguinamento al
sondaggio; c) la presenza di lesioni interradicolari, che comporta per un
pluriradicolato un rischio di progressione 14 volte superiore rispetto allo
stesso tipo di dente senza compromissione della forcazione.
Tali fattori vanno tenuti presenti quando si rivaluta il
caso per stabilire la necessità o meno di ulteriori terapie, dopo
l'espletamento della terapia meccanica, il raggiungimento di un buon
livello di controllo della placca da parte del paziente e, possibilmente,
il fumare meno di 10 sigarette al giorno. Nel caso specifico di molari con
lesioni interradicolari si dovrà valutare quale sia, per quel determinato
paziente e per quel particolare sito, la più giusta fra le varie
opzioni terapeutiche: terapia di mantenimento, terapia rigenerativa, terapia
resettiva nelle sue varie forme.
Quando si può scegliere una terapia di mantenimento? Per es. in caso
con lesioni interradicolari anche gravi, di II grado sia vestibolari che
distali nel primo e secondo molare superiore, in un paziente anziano con
dentatura completa in entrambe le arcate (Figg. 1 A, 1 B). Infatti, per
quanto le lesioni siano gravi, la conservazione di tutti i denti fino a
un'età avanzata depone per una certa resistenza alla parodontite.
Inoltre la presenza di un buon adattamento dei tessuti molli ai denti consente
il mantenimento di una corretta igiene orale, obiettivo primario della terapia
parodontale.
La rigenerazione nelle zone interradicolari si avvale dell'uso di
membrane riassorbibili o non, associato preferibilmente all'innesto
di osso autologo. Questa terapia può condurre a buoni risultati,
ma ha il grosso limite del basso livello di prevedibilità, che non
supera il 50%. Ciò implica che siano esclusi i molari pilastri di
protesi. Inoltre è necessario il verificarsi di altre condizioni:
sicuramente che sia mantenuto un buon livello osseo mesiale e distale, possibilmente
che la lesione nella biforcazione abbia un'importante componente infraossea
e che la porzione più coronale della tasca infraossea sia abbastanza
coronale rispetto alla parte più centrale. Questo tipo di terapia
funziona soltanto nelle lesioni di II grado, non in quelle di III grado
e non funziona nel caso di molari superiori (in queste situazioni la prevedibilità di
successo è molto bassa).
La terapia resettiva può andare dalla semplice odontoplastica alla
resezione radicolare.
L'odontoplastica è indicata in lesioni di I grado: durante
la preparazione del dente si elimina il tetto della forcazione rimodellando
la superficie interessata. Nel caso di denti trattati endodonticamente tale
intervento non comporterà l'insorgenza di ipersensibilità,
che in letteratura è riportato come un problema reale per i denti
vitali. Spesso si richiede anche una concomitante correzione della morfologia
ossea tramite un piccolo lembo (Figg. 2 A, 2 B).
La tunnellizzazione consiste invece nell'apertura della forcazione
in modo che, dopo la guarigione, residui un tunnel detergibile dal paziente
con il proxabrush: la frequente insorgenza di carie radicolari ha ridotto
molto l'utilizzo di questa tecnica.
La rizectomia o la separazione di radici costituiscono interventi
di terapia resettiva che possono essere effettuati individualmente o in
associazione fra loro.
In letteratura si trova che i denti trattati con questa metodica
vanno incontro all'insuccesso in percentuali che variano, da ricerca
a ricerca, dallo 0% al 38%, ma si nota che negli articoli successivi al
1990 la media di perdita dei denti è intorno al 6%, essendo stati
risolti parte dei problemi denunciati in precedenza.
In un lavoro dell'oratore in collaborazione con il dott. Tonetti su
più di 6000 denti, in parte trattati con chirurgia ossea resettiva
e in parte non trattati, si è riscontrata una percentuale di perdita
dei denti piuttosto bassa grazie all'efficace controllo della placca
e dei fattori di rischio locali. Comunque la frequenza di estrazioni in
un periodo da 3 a 17 anni era 7 volte superiore nei molari dove erano state
lasciate le lesioni interradicolari rispetto a quelli trattati con rizectomia
(Fig. 3).
In un lavoro longitudinale, unico prospettico pubblicato
sull'argomento (J Clin Periodontol 1998; 25: 204-214), l'oratore
ha seguito per 10 anni 182 molari protesizzati dopo rizectomia e separazione
di radici, documentando una sopravvivenza del 93%. Una percentuale di successi
di questo tipo è confermata da altri AA con uno studio retrospettivo
di durata simile.
I fallimenti sono quindi in numero sicuramente accettabile
e se si va a indagare quali ne sono le cause si vede che, in pazienti controllati
per l'igiene orale, la recidiva parodontale è piuttosto bassa,
mentre concorrono maggiormente gli insuccessi endodontici e soprattutto
i cedimenti strutturali. Si tratta di denti non vitali, ricostruiti dopo
una rizectomia semplice o associata a separazione delle radici residue,
pertanto sicuramente molto indeboliti rispetto a un dente normale. Infatti
sul totale delle fratture radicolari, che interessa il 3-4% dei denti trattati,
solo il 10% riguarda molari superiori che hanno subito la semplice asportazione
di una radice, mentre comprende il 56% di quelli lasciati con due radici
separate e il 34% dei molari inferiori rizectomizzati. Le radici distovestibolari
superiori lasciate come unità singola rappresentano il 41% delle
fratture. La radice mesiovestibolare e la palatina hanno una superficie
di parodonto maggiore della distovestibolare e pressoché uguale fra
loro. Sono dati da tenersi presenti nell'esecuzione del progetto terapeutico
dente per dente, radice per radice.
Oltre alla tipologia della radice fattori di rischio sono
un ampio spazio edentulo, una posizione non favorevole (denti inclinati),
una perdita iniziale ampia di sostanza coronale e/o radicolare e la presenza
di parafunzioni.
Naturalmente riveste importanza fondamentale il protocollo
operativo che deve essere preciso.
La prima tappa esecutiva è la terapia endodontica, che deve essere
la più conservativa possibile nei confronti della dentina. La ricostruzione
dei denti deve tener conto dell'intervento progettato, per non trovarsi,
dopo la rizectomia e/o la separazione, senza tessuto dentale di supporto.
Si cercano ritenzioni naturali, se possibile, anche se a volte si devono
usare perni; attualmente si è abbandonato l'amalgama per i
compositi associati a tecniche adesive ed eventualmente a perni in fibra.
Nella maggior parte dei casi, si effettua la rizectomia (o la separazione)
a cielo coperto nella fase della preparazione protesica preliminare. Anticipando
la rizectomia si consentirà un miglior controllo della placca, donde
minor presenza di infiammazione, contrazione dei tessuti molli e rimodellazione
ossea nella fase di guarigione dopo l'estrazione e quindi minor sanguinamento
e miglior controllo nel corso della tecnica chirurgica successiva. Durante
la resezione occorre evitare accuratamente di fenestrare il canale radicolare
(evenienza che richiederebbe poi un allungamento di corona clinica su una
radice che ha già perso molto supporto parodontale), mantenendosi
con la fresa a debita distanza dalla parete dentale. Per allargare la zona
interradicolare, in modo da consentire l'accesso per l'igiene,
non bisogna limitarsi ad aprire un solco di separazione fra le due radici,
ma si deve svasare l'imbocco della forcazione sia dal lato vestibolare
che linguale (Fig. 4). Se si è deciso di estrarre una radice, la
fresa agirà più a carico di questa, mentre se si vogliono
mantenere entrambe le radici la fresa sarà mantenuta più al
centro fra le due.
Le pareti distale e mesiale dei molari inferiori saranno
mantenute il più possibile parallele per assicurare una contenzione
assiale della protesi, dal momento che devono essere più divergenti
le pareti nella zona interradicolare per l'accesso degli strumenti
di igiene orale.
Si porrà molta cura nell'evitare di lasciare porzioni della
forcazione, che costituirebbero sedi di accumulo della placca (Fig. 5).
E' importante salvaguardare al massimo il livello di attacco parodontale
alle radici, per cui sarebbe un grave errore levigare indiscriminatamente
una superficie radicolare su cui sono inserite fibre connettivali, che vanno
rispettate. La radiografia iniziale può indurre a ritenere perso
completamente un setto osseo, in realtà solo demineralizzato: salvaguardando
il tessuto connettivo se ne consente la remineralizzazione e, a guarigione
avvenuta, si riscontrerà in radiografia un livello del picco osseo
addossato alla radice che sembrava impensabile.
Quando si inizia a separare due radici per estrarne una non
conviene dare al taglio una forma molto concava ma piuttosto rettilinea:
se poi sondando ci si accorge di avere lasciato parti del tetto della forcazione,
eliminandole si accentuerà la concavità di quanto sarà necessario.
Infatti a volte è presente una lesione ossea all'imbocco della
forcazione ma non nella sua parte centrale, il che consente di ridurre l'approfondimento
del taglio fra le radici da conservarsi e di mantenere un profilo più rettilineo,
meglio detergibile (Fig. 6).
Anche nei molari superiori le pareti esterne devono essere
il più possibile parallele, dal momento che si devono inclinare quelle
interne, per fare spazio fra le radici separate. Quindi, in caso di separazione
di radici, la superficie palatina viene preparata poco, perché, se
si esagera nel ridurla, residuerà alla fine un moncone inutilizzabile
(Figg. 7 A, 7 B).
E' fondamentale controllare costantemente l'angolazione della
fresa, mantenendola parallela all'asse lungo del dente.
Nel caso per es. di una sicura lesione avanzata delle forche
vestibolare e distale di un molare superiore per cui si progetta l'estrazione
della radice distovestibolare, si inizia a praticare un solco di odontoplastica
prima a carico dell'imbocco distale poi di quello vestibolare. Si
procede fino a unire i due imbocchi isolando la radice. L'estrazione
deve essere effettuata con delicatezza, mediante piccole leve, senza danneggiare
l'osso nella parte distale del molare. A questo punto si controlla
l'imbocco interno, ora accessibile, fra la radice mesiale e la palatina:
se la lesione interradicolare è grave, anche l'imbocco interno è compromesso
e quasi si congiunge con quello esterno, cioè la lesione è quasi
passante. In questo caso conviene separare anche le radici palatina e mesiale
(Fig. 8). Pur senza aprire un lembo, se si conosce l'anatomia, l'accesso è semplice,
specialmente dopo l'eliminazione di una radice.
A questo punto si ribasa il provvisorio prelimatura preparato
in laboratorio e si rifinisce in forma corretta: i bordi non devono entrare
in eventuali tasche, ma fermarsi a livello del margine gengivale e quelli
interprossimali saranno più coronali dei vestibolari e linguali.
In caso di ponti lunghi o di presenza di problemi occlusali non risolvibili
in fase iniziale, si rileva un'impronta per preparare un secondo provvisorio,
rinforzato con armatura metallica, anch'esso esteso solo fino al margine
gengivale. Poiché si è modificata l'anatomia della zona
il paziente deve essere debitamente istruito a detergerla.
La fase successiva è la chirurgia, che nel caso di resezione radicolare
sarà pressoché sempre di tipo resettivo. Vestibolarmente si
incide un lembo a spessore parziale, che si vuole uniformemente sottile;
si sconfina nella mucosa alveolare per poter eseguire una riposizione apicale.
Palatalmente l'incisione del lembo primario deve anticipare il profilo
della cresta ossea, dal momento che non lo si può riposizionare apicalmente; è assottigliato
rimovendo un cuneo di tessuto (lembo secondario) in modo da adattarsi bene
all'osso, ma non deve essere troppo sottile nella parte apicale per
non rischiare una necrosi marginale. Un'incisione verticale mesiale
nei due lembi, vestibolare e palatino, garantirà un buon accesso.
Distalmente si può proseguire con un cuneo distale.
Nei casi complessi talvolta non è possibile decidere, durante la
preparazione preliminare, quali radici conservare per cui la decisione viene
presa nel corso della terapia chirurgica. Per es. in presenza di una compromissione
grave di un molare superiore la decisione se conservare le due radici vestibolari
residue o eliminarne una può dipendere dalla presenza o meno di uno
spazio sufficiente fra le due.
La rizectomia intraoperatoria lascia dei sottosquadri nei
monconi, che converrà ripreparare a cielo aperto, cercando di non
spruzzare polvere di amalgama o di composito al di sotto dei lembi. Si ribasa
in fase chirurgica il provvisorio, ricreando profili corretti che favoriscono
la guarigione e margini corti in previsione della crescita dei tessuti.
Questa continuerà per un anno, anche se per la maggior parte avviene
nei primi 3 mesi e sarà dell'ordine di 3 mm vestibolarmente
e lingualmente e di 4 mm prossimalmente. La preparazione protesica definitiva
deve essere fatta quando i tessuti hanno raggiunto una situazione stabile.
Si tratterà ovviamente di preparazioni di tipo verticale, vista la
priorità di conservare il tessuto dentale residuo. Il rilevamento
delle impronte avverrà spesso senza previa inserzione di fili di
retrazione data la bassissima profondità del solco gengivale: solo
nel caso che vi sia un solco di una qualche profondità o vi sia una
ricostruzione vicina al solco si ricorrerà ai cordoncini.
I casi estesi ricostruiti in relazione centrica (e non in
abituale come si fa per piccoli ponti) saranno pantografati e montati in
articolatore a valori individuali: l'attenzione per l'occlusione è sempre
rilevante anche ai fini di evitare fratture radicolari. Particolare importante è che
l'odontotecnico nel modellare i denti trattati controlli direttamente
con il proxabrush gli spessori (Fig. 9). Applicata la protesi inizia la
fase di mantenimento e controllo che è parte integrante della terapia.
Nelle situazioni a rischio oggi si dispone di un'alternativa: gli
impianti. Come ogni tecnica anche gli impianti hanno una percentuale di
insuccessi (Figg. 10 A, 10 B) (in linea di massima maggiore nel mascellare
superiore rispetto all'inferiore), che andrà valutata, come
per i denti, caso per caso, sito per sito. I fattori di cui tener conto
sono noti: qualità e quantità dell'osso, rapporto corona/impianto;
numero, lunghezza, diametro, posizione degli impianti.
L'oratore ha condotto una ricerca su TAC di 100 pazienti con 320 molari
superiori, misurando la distanza fra cresta ossea e base del seno mascellare:
nel 75% dei casi essa è uguale o inferiore a 10 mm.
Ciò significa che, senza calcolare il riassorbimento postestrattivo,
in 3 casi su 4 non si possono inserire impianti senza ricorrere al rialzo
di seno, che comporta oltre alla maggior complessità dell'intervento,
una maggior percentuale di insuccessi. Se poi la quantità di osso
autologo (noto come il materiale d'elezione) necessario è notevole
si dovrà ricorrere a un prelievo extraorale dalla calvaria, dalla
tibia o dall'anca: ulteriore complicazione e accresciuto costo biologico
per il paziente.
Se si interviene sul seno mascellare il minimo che si richieda è la
conoscenza della sua fisiopatologia.
Per es. si deve sapere che il complesso ostio-meatale è un punto
chiave per il drenaggio dei secreti dei seni paranasali. Un rialzo di seno
può provocarne l'ostruzione meccanica diretta, così come
un impianto caduto nel seno e non rimosso immediatamente può indurne
l'ostruzione indirettamente attraverso la formazione di tessuto di
granulazione. All'ostruzione del complesso ostio-meatale (Figg. 11
A, 11 B) consegue facilmente una sinusite purulenta, non sempre risolvibile
con terapia antibiotica, che può evolvere in pansinusite, una patologia
molto seria perché coinvolge cavità, come il seno sfenoidale,
che hanno una stretta contiguità con la base del cranio (Figg. 12
A, 12 B). Si impone l'immediato intervento dell'otorinolaringoiatra,
che per via endoscopica può eseguire un'antrostomia, l'asportazione
del tessuto di granulazione che riempie il seno, oltre all'eventuale
rimozione dell'impianto perso.
Non si vuole affermare che i rialzi di seno non devono essere
eseguiti, ma che chi si avventura in questo tipo di interventi deve seguire
un protocollo preciso, che preveda fra l'altro un'anamnesi riguardante
patologie otorinolaringoiatriche, l'esecuzione di TAC anche dei seni
paranasali, la valutazione con uno specialista ORL, nel caso si rilevino
problemi di sua competenza per eventualmente risolverli prima di intervenire
sul seno, l'applicazione corretta delle tecniche operatorie. Subito
dopo l'intervento e poi alla riapertura è d'obbligo un
controllo di verifica del risultato con radiografie endorali e quant'altro;
nel caso di problemi o si giunge a una soluzione o si inviano a uno specialista.
Si consideri che anche nel caso di un rialzo di seno con tecnica semplice,
come quella di Summers, la prudenza professionale comporta la capacità di
far fronte a un imprevisto e quindi di saper aprire un seno in modo corretto.
In caso poi di intervento complesso e/o di prelievo di osso autologo dall'anca,
va considerato l'uso dell'anestesia generale, mentre se si utilizza
osso omologo, esso deve provenire da una banca di tessuto muscolo-scheletrico
individuata dalla Regione o dalla Commissione nominata dal centro nazionale
Trapianti (Linee Guida per il prelievo, la conservazione e l'utilizzo
di tessuto muscolo-scheletrico 10/07/2001), pena problemi legali gravi in
caso di complicazioni.
Per concludere, l'approccio corretto degli anni 2000 non può essere
del tipo "è meglio questa soluzione terapeutica o quest'altra?",
ma piuttosto "qual è il piano di trattamento migliore per questo
paziente in questo sito".
Figg. 1,2 - Un lembo peduncolato viene inciso, quindi
ruotato e suturato sopra l'alveolo subito dopo l'estrazione |