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La finitura superficiale delle resine composite
Osservazioni strumentali e peculiarità cliniche
di Mario Baldi*, Giovanni Mori**
* Università degli Studi dell'Aquila, ricercatore confermato, Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Cattedra di Clinica Odontostomatologica, Direttore prof. Mario Giannoni
** Prof. a.c. di Conservativa Università di Roma "La Sapienza", Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Cattedra di Odontoiatria Conservatrice, Titolare prof. Guido Goracci
Introduzione

I pregi ed i limiti dei restauri conservativi in resine composite sono da tempo ben conosciuti. L'industria dentale, nell'intento di ottimizzare il recupero morfologico di tessuti dentali, quali smalto e dentina, con differenti caratteristiche chimico-fisiche ed esigenze funzionali in risposta allo stress occlusale e per semplificare le procedure operative agli odontoiatri, ha messo a punto e commercializzato prevalentemente compositi di tipo ibrido.

Si è cercato, quindi, di coniugare un'ottimale resa qualitativa alla semplificazione nell'applicazione. Il controllo dello stress da polimerizzazione, la stabilità della chiusura marginale ed una buona lucidabilità sono diventati requisiti ancor più importanti, tanto da rendere necessaria anche la messa a punto di compositi fluidi a basso modulo di elasticità.

Sono stati sviluppati soprattutto per migliorare il controllo della chiusura marginale, che sappiamo essere strettamente dipendente sia dal processo di adesione che dallo stress derivante dalla fotopolimerizzazione e nelle ricostruzioni, laddove i rapporti con i tessuti molli rendono indispensabile un buon controllo della placca batterica6-13.
Il processo di finitura superficiale è l'ultimo passaggio, nel protocollo terapeutico di applicazione, che condiziona la morfologia di superficie e la chiusura marginale e quindi la loro integrazione con i tessuti dentali residui e con l'ambiente orale3-4-10-14.
 
Con tale processo se da un lato si asportano porzioni superficiali di materiale, parzialmente polimerizzato in virtù dell'azione inibitoria esercitata dall'ossigeno e quindi si espongono all'ambiente orale porzioni di composito più stabili, dall'altro può essere rimossa prevalentemente matrice organica lasciando in superficie particelle di agente riempitivo con maggiori rischi di distacco5-7-8-20-21-22.

La soluzione più idonea è rappresentata dalla polimerizzazione del composito, in assenza di ossigeno, sotto la matrice in acetato di cellulosa che garantisce una superficie uniforme e lucida, ma clinicamente ciò non è sempre possibile perché dopo la rimozione di tale matrice è sempre necessario rimuovere piccoli eccessi o modificare la morfologia ottenuta.

Nel presente studio sono state osservate con un Microscopio a Forza Atomica le superfici di alcuni compositi attualmente commercializzati prima e dopo la lucidatura.

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